Una triste storia....

Riporto dal sito di Vaticaninsider una notizia che fa pensare. E' relativa alla situazione difficile anz<i critica e preoccupante in cui versano i cristiani in diversi paesi soprattutto islamici. E diciamola quella parola nel terzo millennio e non nei secoli iniziale della storia cristiana: sono perseguitati per la loro scelta di fede e per il loro stile di vita, i cristiani.

/02/2013 

Se per i cristiani la Primavera Araba si trasforma in un Inverno Islamico

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Un'immagine della Primavera Araba

Un'immagine della Primavera Araba

 

 

 

 

 

 

 

 

Per il Il rapporto Open Doors del 2013 nei paesi dove i regimi sono stati deposti le comunità cristiane vivono peggio

Marco Tosatti
roma

Open Doors, un’organizzazione di diritti umani che ha sede negli Stati Uniti, compila da qualche anno una “World Watch List”, un elenco-osservatorio della situazione relativa alla libertà religiosa nel mondo. E secondo i dati dell’edizione 2013, ben otto su dieci degli Stati che adottano politiche repressive verso i cristiani sono islamici. L’Islam statuale, quindi, all’alba del terzo millennio, si configura come un elemento di profonda e costante repressione della libertà religiosa.

Secondo Open Doors l’estremismo religioso a base islamica è il primo agente di persecuzione dei cristiani nel mondo; e questo è valido sia per quanto riguarda l’islam di governo, che per quello che è formalmente all’opposizione. Così si è espresso Ron Boyd MacMillan, un funzionario responsabile per il settore “strategie” di Open Doors.

E contrariamente alle previsioni dei primi mesi, e con una drammatica ironia rispetto a quelle che erano le aspettative e il favore con cui è stata accolta sui mass media occidentali, la “Primavera araba” si è rivelata, a quasi due anni dalla sua esplosione, un potente fattore di peggioramento per la vita delle comunità cristiane in tutta l’area non solo del Medio Oriente, ma con ripercussioni che si estendono fino all’Asia della zona del Pacifico.

“La Primavera araba si è trasformata in un Inverno islamico per i cristiani del Medio Oriente” ha detto Boyd-MacMillan. “In ogni Paese dove il regime precedente è stato deposto, come Tunisia, Libia Marocco ed Egitto, l’islam continua ad essere al potere e mette pressione sulla minoranza cristiana”.

Nella classifica di Open Doors l’Arabia saudita è ai primi posti, per quanto riguarda le persecuzioni dei cristiani, seconda solo alla Corea del Nord, che pratica una venerazione quasi religiosa della famiglia al potere, i Kim. La Corea del Nord secondo i calcoli di Open Doors rinchiude una cifra oscillante fra i 50mila e i 70mila cristiani nei suoi campi di lavoro forzato, la cui popolazione globale si aggira intorno alle 400mila unità.

La classifica compilata da Open Doors (la prima edizione risale al 1991) tiene conto dei diversi gradi di restrizione operati sull’esistenza dei cittadini: vita privata, vita familiare, vita comunitaria, vita comunitaria a base religiosa e vita nazionale. Anche il Dipartimento di Stato americano compila una lista dei Paesi che compiono le violazioni più severe della libertà religiosa. La sua lista di “Paesi a preoccupazione particolare” comprende Myan mar, Cina, Eritrea, Iran, Corea del Nord, Arabia Saudita, Sudan e Uzbekistan.

Ma l’aggressione islamica degli ultimi mesi ha modificato certamente la mappa. Basti pensare alla Siria, dove la “jihad” finanziata da Arabia Saudita e Qatar ha portato alla nascita di un “Califfato islamico di Aleppo” città famosa per il suo multiculturalismo. O a quanto è accaduto in Mali, uno degli Stati africani che erano un modello di convivenza, e che dopo la conquista temporanea da parte degli islamici fondamentalisti, e l’imposizione della Shari’a ha visto l’esodo di migliaia di cristiani.

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Da Radio Vaticana una notizia che fa soffrire. E' un dato statistico 'attuale' sulla presenza dei cristiani  nei teerritori palestinesi. Questo mio piccolo sito cerca di far conoscere ai cristiani diustratti dell'occidente quanto sta succedendo in Terra Santa. Hio l'impressione che i vescovi e in particolare i patriarci cattolici ed anche ortossi, armeno, copto soprattutto Sua Beatitudine Mons. Twal patriarca latino di Gerusalemme parilo nel vuoto.

CALA LA PRESENZA CRISTIANA

NEI TERRIORI PALESTINESI

La percentuale dei cristiani in seno alla popolazione dei Territori palestinesi si è dimezzata dal 2000 ad oggi, passando dal 2% all'1% nell'arco degli ultimi 13 anni. E a Gerusalemme, dove nel 1948 vivevano 27 mila cristiani, oggi i battezzati sono circa 5mila. Sono alcuni dei dati raccolti dalle ricerche del professore cristiano palestinese Hanna Issa, docente di Diritto internazionale e segretario generale de Comitato cristiano-islamico per la tutela di Gerusalemme e dei Luoghi Santi, che sulla base dei suoi studi ha spesso definito la diminuzione dei cristiani in Medio Oriente come “un disastro sociale”. In un testo di sintesi preparato da Issa – pervenuto all'agenzia Fides – si riferisce che attualmente i cristiani sparsi nei Territori palestinesi occupati da Israele nel 1967 sono 47mila, mentre sono 110mila quelli che vivono nelle regioni dove nel 1948 sorse il nuovo Stato ebraico. La diminuizione drastica dei valori percentuali della presenza cristiana nei Territori palestinesi è dovuta ai fenomeni d'emigrazione, ma soprattutto ai tassi di crescita demografica molto più bassi rispetto a quelli registrati nella componente maggioritaria musulmana della popolazione palestinese. In ogni caso – nota padre Manuel Musallam, per lungo tempo parroco a Gaza e ora responsabile per i rapporti con le comunità cristiane del Dipartimento relazioni esterne di Fatah – occorre affrontare in maniera seria i fattori politici, economici e sociali che favoriscono la fuga dei cristiani. Si emigra per cercare nuove prospettive di lavoro, di studio e per metter su famiglia: “Da Gaza e da altre aree vanno via per mancanza dei requisiti minimi in grado di garantire un'esistenza dignitosa. A Gerusalemme molti si sono convinti a vendere le loro case dalle ingenti cifre avute in offerta”, in grado di garantire il trasferimento di tutta la famiglia in qualche Paese occidentale e l'accesso a livelli di benessere più elevati. L'Autorità palestinese – nota padre Musallam – è chiamata a mettere in atto misure e sostegno della permanenza dei cristiani: tutela del diritto allo studio per gli studenti e accesso non penalizzato al mondo del lavoro e alla possibilità di avere un'abitazione per i nuovi nuclei familiari. “Lunedì 15 aprile” sottolinea il sacerdote giordano Rifat Bader, direttore del Catholic Center for Studies and Media, con sede ad Amman “Papa Francesco riceverà la delegazione ufficiale del Patriarcato latino di Gerusalemme, guidata dal patriarca Fouad Twal. Sarà un'occasione per riaffermare la comunione con il nuovo successore di Pietro e con la Chiesa universale. Di certo il Patriarca inviterà il Papa a venire in Terra Santa. Al Papa chiediamo preghiere per la Terra Santa e perchè anche i cristiani che ci vivono possano rimanere nei luoghi dove è vissuto Gesù. E alla diplomazia della Santa Sede chiediamo che continui sempre la sua opera a favore della pace e della giustizia. (R.P.)

Da 'Radio Vaticana'

Questa pagina nel sito dedicato a Gerusalemme, città di pace, ma immersa nelle tensioni sociali e politiche, timorosa di violenza, vuole informare su quanto in quella parte del mondo, il Medio Oriente, culla del cristianesimo, sta succedendo oggi. Irak, Iran, Siria, Afganistan, Turchia, ecc sono popoli che vivono ai limiti di una convivenza sfillacciata. Un quotidiano vissuto nel timore, e in certi paesi nel terrore. Una pagina, questa dove penso di motivare le apprensioni di un cristiano a fronte di una irrequietezza, a volte violenta, della quale è vittima la povera gente, quella che desidera solamente di vivere in pace. Inoltre da quelle parti ci sono stato sovente e almeno in parte conosco quelle terre, ho visitato quelle città, ho provato forti emozioni a contatto con una cultura diversa, quella nmussulmana, ma anche quella ebrea di Israele. Queste notizie che riporto mi riconducono sempre là, dove sono stato non per curiosità turistica ma per desiderio di conoscere e condividere. Mi venga perdonato questa supponenza.

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La battaglia di Aleppo

28/09/2012 - I ribelli all'assalto, il regime rastrella la capitale

La battaglia di Aleppo
 

Civili terrorizzati e combattimenti che durano ormai da due giorni.  Questa notte Aleppo sarà nostra o saremo sconfitti” ha dichiarato ieri Abu Furat, un comandante ribelle, che per ora Aleppo non l’ha conquistata. La battaglia infuria da allora e tutti i cittadini sono concordi nel dire che non si è mai sentito niente del genere, con le armi che hanno taciuto un momento da qualndo è cominciato l’attacco.

LA BATTAGLIA - Un’azione mirata ai quartieri a maggiore densità kurda della città, in buona parte fedeli al regime. Ne è nato un confronto furioso con le truppe del regime e parte dei residenti impegnati a resistere all’attacco, che ha la speranza di espellere i governativi dalla città dopo settimane di stallo e conflitto a bassa intensità. Anche la brigata Tawhid ha annunciato sulla sua pagina facebook che è andata all’attacco dei kurdi nella zona di Sheikh Maksoud .

I TESTIMONI - Il Syrian Observatory for Human Rights (SOHR), che ha base a Londra, ha confermato ad al Jazeera la dimensione senza precedenti degli scontri, una valutazione avvalorata anche dalle testimonianze dei residenti raggiunti dall’emittente araba o da AFP. “Il rumore dei combattimenti non è mai cessato” avrebbe testimoniato un residente del distretto di Sulimaniyeh, “…tutti sono spaventatissimi, non ho mai sentito niente del genere./Inserito giovedì 4 ottobre 2012)

IL REGIME INTANTO - Intanto nella capitale l’esercito siriano sta procedendo al rastrellamento di alcune zone della capitale e arrestando un gran numero di persone, Anche qui si sensono spari e rumori poco tranquillizzanti e gli abitanti sono nel panico, alcune zone sono state isolate e circondate con i carri armati.

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Credo posso essere utile a chi legge conoscere la situazione dei cristiani in Siria. L'articolo firmato è tratto dal mensile 'Jesus'.

Un popolo tra due fuochi
di GIAMPIERO SANDIONIGI e VITTORIA PRISCIANDARO
foto di GIULIO PALETTA

Da una parte le ultime truppe fedeli a Bashar al-Assad, dall'altra gli insorti, ferventi sunniti e tentati dall'integralismo islamico. In mezzo, la società civile siriana, e in particolare la minoranza cristiana, che rischiano di fare il vaso di coccio tra vasi di ferro in questa nuova, sanguinosa, Primavera araba.

In viaggio verso il monastero di
 San Simeone, appena fuori Aleppo.

In viaggio verso il monastero di San Simeone, appena fuori Aleppo.

Melchiti, armeni, maroniti, caldei, siriaci, latini. Come in altre nazioni del Medio Oriente, anche in Siria i cattolici sono un mosaico di riti. Caratteristica che riproduce, su scala ridotta, la fisionomia della più ampia componente cristiana nella quale predominano, dal punto di vista numerico, i membri delle Chiese ortodosse. Appartenenze che però in queste società non hanno confini invalicabili. Qui le minoranze hanno l'esigenza di non farsi assimilare dalla maggioranza: anche i cristiani, quindi, scoraggiano il matrimonio dei propri membri con i musulmani, ma le famiglie composte da battezzati di Chiese diverse sono un fenomeno comune, che alimenta una sorta di ecumenismo della quotidianità, poco interessato alle differenze teologiche ed ecclesiologiche. Su 22 milioni e mezzo di siriani, i musulmani sunniti sono poco meno dell'80 per cento.Gli alawiti – gruppo musulmano di area sciita, e quindi filoiraniano, a cui appartiene anche il clan del presidente Bashar al-Assad – raggiungono l'11 per cento. I cristiani sono all'incirca uno su 10 e quindi, complessivamente, poco più di 2 milioni. Queste le cifre ufficiali, ma anche tra gli ecclesiastici c'è chi le ridimensiona: i battezzati sarebbero non più di un milione, incluse le piccole comunità protestanti che hanno messo radici nel Paese solo nell'ultimo secolo.

Una
 protesta di esuli siriani in Turchia contro il regime di Assad.

Una protesta di esuli siriani in Turchia contro il regime di Assad.

Tre patriarcati hanno sede in Siria, due ortodossi (il greco e il siriaco) e il cattolico greco-melchita, sulla cui cattedra siede il 78enne Gregorio III Laham, che è anche presidente della Conferenza episcopale nazionale. La comunità melchita in Siria si articola in cinque circoscrizioni ecclesiastiche, alle quali fanno capo 175 mila fedeli (o forse 235 mila). Meno numerosi gli altri cattolici: i maroniti (60 mila) hanno in Siria tre circoscrizioni: Damasco, Aleppo e Lattachia; gli armeni (26 mila) altrettante: Damasco, Aleppo e Kamichlié; i siriaci (64 mila) ne contano quattro: Damasco, Aleppo, Homs e Hassaké-Nisibi. I fedeli di rito caldeo (30 mila) fanno capo all'eparchia di Aleppo. Città nella quale ha sede anche l'unico vicariato apostolico dei latini, che sono circa 13 mila. Della loro cura pastorale si occupano soprattutto i frati minori della Custodia di Terra Santa.

Celebrazione
 della Pasqua siro-ortodossa nella chiesa di San Giorgio, ad Aleppo.

Celebrazione della Pasqua siro-ortodossa nella chiesa di San Giorgio, ad Aleppo.

La crisi siriana, iniziata con le proteste del marzo 2011, ha spiazzato le Chiese locali, che avrebbero preferito un percorso diverso e ordinato, fatto di dialogo politico e riforme. Invece, come tutti i connazionali che subiscono la situazione, sono costrette ad assistere a massacri, mistificazioni, scorribande di criminali comuni. Si è scritto, o lasciato intendere, che le gerarchie cattoliche siano marcatamente su posizioni filogovernative perché sottoposte a ricatto da parte del regime o forse perché timorose dei frutti di questa insanguinata «Primavera siriana », e del possibile avvento di un regime islamista poco sensibile ai diritti delle minoranze. Ma ancora il 16 luglio scorso il patriarca Laham ribadiva puntigliosamente la posizione ufficiale con un vademecum in 24 punti consegnato alla stampa nazionale e internazionale. Nel testo il Patriarca denuncia e respinge una campagna di denigrazione «contro i pastori delle Chiese in Siria e contro le loro prese di posizione».

Un militare siriano cristiano mostra fiero la croce che porta al collo.

Un militare siriano cristiano mostra fiero la croce che porta al collo.

Icristiani rappresentano l'anello debole, osserva il presidente dell'episcopato cattolico: «Privi di difese, sono la parte più esposta allo sfruttamento, all'estorsione, ai rapimenti, alle sevizie e anche all'eliminazione (fisica). Ma sono pure la parte pacificatrice, non armata, quella che fa appello al dialogo, alla riconciliazione, alla pace e all'unità tra tutti i figli e le figlie dell'unica patria». E tuttavia l'idea di un conflitto islamo-cristiano in corso viene respinta: «I cristiani non sono presi a bersaglio in quanto tali, ma sono tra le vittime del caos e della mancanza di sicurezza». Oggi, scrive Laham, «il maggior pericolo è l'ingerenza di elementi stranieri, arabi od occidentali. Un'ingerenza che si traduce in armi, denaro, mezzi di comunicazione a senso unico, programmate e sovversive» . La Chiesa ha appoggiato il piano di pace proposto da Kofi Annan, a nome di Onu e Lega araba, e sostenuto i cristiani impegnati con altri connazionali in movimenti non violenti come il Mussalah («Riconciliazione»). Sino all'ultimo ha continuato a invocare perdono e impegno comune per il bene del Paese. Quando finalmente le armi taceranno, tutto un popolo dovrà ripartire da lì.

Giampiero Sandionig

(Inserito giovedì 4 ottobre 2012)

 

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In uno dei viaggio in Siria il gruppo dei lissonesi è salito fino a Mar ousa per incontrare Padre Dell'Oglio, il gesuita che lassù a fondato un monastero 'ecumenico' dove avviare una vita di relazione sincera e amicale tra giovani di diverse religioni, quelle presenti in Siria, cristanesimo, Islam ed ebrei.

E' un profondo conoscitore della storia di quella terra ed è in grado di dire qualcosa di preciso di ciò che succede in quel bellissimo paes, e sul suo futuro. L'articolo che riporto, firmato, è pubblicato da 'Jesus'.

Nel contempo ho ritrovato alcune fotografie scattate a Mar Mous:i i lissones, ospiti di Padre Paolo, si intrattengono  con lui, visitanio i la'antica chiesa con i bellissimi dipinti antichi, ....Non ci sono io perchè 'incapace' quel giorno di salire finlassù, a mezzogiorno, sotto un solo che spaccava le pietre, in pieno deserto!

 

 

Padre Dall'Oglio la Siria si salva solo con la politica

 

Padre Paolo Dall'Oglio con alcuni suoi confratelli al monastero di Deir Mar Musa.

 

Padre Paolo Dall'Oglio con alcuni suoi confratelli al monastero di Deir Mar Musa.

Matrudzaalan: esiliato e amareggiato. Il nuovo indirizzo mail di padre Paolo Dall'Oglio racconta in arabo lo stato d'animo del gesuita espulso dalla Siria. Mentre la guerra civile infuria e le ore del regime di Bashar al- Assad sembrano contate, Dall'Oglio è in giro per il mondo a raccontare le speranze «dei giovani siriani, che chiedono libertà e democrazia». Il gesuita, fondatore della comunità monastica di Deir Mar Musa, ha lasciato la Siria il 12 giugno, dopo oltre trent'anni.

 

Minacciato di espulsione nel mese di novembre, era riuscito a restare mantenendo un «basso profilo», evitando dichiarazioni pubbliche contrarie al regime, pur non interrompendo la sua attività a favore della pace e la sua denuncia delle violenze, come testimonia la lettera aperta del 23 maggio a Kofi Annan, inviato speciale dell'Onu in Siria. Poi la partenza, in obbedienza alle autorità ecclesiastiche del Paese, cui il Governo si era rivolto. Il monastero, che è rimasto aperto e continua la sua vita di ospitalità e preghiera, è stato saccheggiato agli inizi di agosto. «Hanno rubato tutto il gregge delle capre, il trattore e altri strumenti di lavoro. Non ci sono stati feriti, ma soprattutto tra gli impiegati c'è tanta paura. La situazione è fuori controllo», dice il gesuita.

 

Manifestazione contro il regime di Assad in Turchia.

 

Manifestazione contro il regime di Assad in Turchia.

 

Di passaggio in Italia, Dall'Oglio si prepara a iniziare una nuova avventura in Iraq, nell'eparchia caldea di Kirkuk, a Sulemaniya, dove nella chiesa dedicata alla Vergine Maria sta nascendo una nuova comunità monastica della stessa confederazione di Mar Musa, intitolata ad Al Khalil, «Abramo, l'amico di Dio». Dall'eremo nel deserto siriano al Kurdistan, passando però prima per Roma, Parigi, gli Usa, a raccontare cosa succede nel Paese dove si era incardinato come prete, nella Chiesa siriaco-cattolica. Tavole rotonde, interviste, conferenze, quasi sempre allo stesso tavolo di membri dell'opposizione in esilio. «Mi accusano di fare politica», dice il gesuita. «Non pretendo di conoscere tutto, ma ci sono dei fatti che vanno raccontati». La situazione – spiega – è che esiste una «menzogna di Stato organizzata, sistematicamente, che si contrappone agli eventi con un'interpretazione che produce negli osservatori la sensazione che la verità non si possa conoscere.

 

Alunni di una scuola cristiana ad Aleppo.

 

Alunni di una scuola cristiana ad Aleppo.

 

C'è stato un nuovo fenomeno straordinario che ha ri-dinamizzato i nostri Paesi: la Primavera, l'espressione del malcontento soprattutto giovanile, ha trovato una eco internazionale e un incoraggiamento sufficiente a produrre il cambiamento. In passato le persone in grado di organizzarsi come opposizione non violenta erano una manciata e finivano in galera per mesi o anni. Tutti i regimi contestati erano organizzati sulla violazione dei diritti fondamentali delle persone, soprattutto il rispetto della libertà di espressione e di opinione».

 

Sul conflitto in atto ci sono interpretazioni diverse. Lei cosa pensa?

 

«Il punto è che qui c'è un'emergenza umanitaria, la gente viene arrestata e torturata, le persone sono vittime di violenza di Stato e di repressione sistematica, le città vengono bombardate, distrutte, abbiamo milioni di sfollati, fuori o all'interno del Paese, per non dire della guerra civile, nelle zone in cui sono confrontati direttamente gli alawiti sciiti e i sunniti, e i cristiani sono coinvolti o ci vanno di mezzo. I giovani siriani chiedono libertà e democrazia. Come fa la Chiesa a non assisterli in questa richiesta? Questo movimento di massa, che all'inizio era di emancipazione civile, si è presto colorato islamicamente. E questo è naturale che avvenga laddove la maggioranza delle persone mantiene l'elemento dell'appartenenza religiosa islamica come decisivo per la propria autocoscienza e identità».

 

Vicoli della zona cristiana di Damasco

 

Vicoli della zona cristiana di Damasco.

 

Proprio la coloritura islamica del movimento ha creato molte preoccupazioni, anche nelle minoranze cristiane. Lei non pensa ci possano essere dei problemi?

 

«Chi vuole ridurre questa grande novità propugna la teoria del complotto internazionale, dove americani, francesi, israeliani sionisti, qatarini, sauditi e terroristi islamici farebbero tutti parte di un solo disegno volto a destabilizzare l'eroico regime siriano, ultimo resistente contro l'impero globale americano-giudaico. Questa teoria si appoggia pure su qualche fatto storico, ma di fatto è menzognera, si basa su una sovrastruttura ideologica a protezione di una struttura di natura dittatoriale, addirittura mafiosa, e che quindi non soffre di nessuno scrupolo ideologico. Così molti, anche cristiani, pensano: meglio tenersi il complesso autoritario che ha esercitato l'autorità in Siria per quarant'anni e che garantisce un certo ordine, che passare nelle mani dei musulmani fondamentalisti, che non sono democratici».

 

Il vescovo siro-ortodosso di Aleppo nell'antico centro storico della città siriana.

 

Il vescovo siro-ortodosso di Aleppo nell'antico centro storico della città siriana.

 

Molti cristiani quindi hanno paura e lo hanno raccontato anche a media autorevoli del mondo cattolico...

 

«Molti cristiani sono legati al regime, altri sono oppositori o passivi o indifferenti. I pastori sono sempre stati considerati dalla struttura di regime come un elemento per la costruzione e il mantenimento del consenso attraverso la gestione, il controllo diretto o la censura esercitata sui leader. Oggi un settore importante della minoranza cristiana è intimorito dalla prospettiva di una vittoria della maggioranza sunnita, da una islamizzazione, e questo è un motivo per schierarsi con il regime. La repressione è vista come una necessità assoluta per evitare la dittatura musulmana. In questo senso sono stati utilizzati e hanno passato informazioni di regime, anche attraverso i media cristiani. C'è un complotto mediatico che riesce a gestire e inquinare l'informazione. In campo cristiano le predisposizioni islamofobiche rendono molti vittime dell'interpretazione data dal Governo siriano. E l'islamofobia finisce con il giustificare la repressione fatta dal regime. Per esempio ci sono religiosi che si sono prestati sistematicamente a riecheggiare le tesi collaborazioniste e repressive dello Stato. Non ci sarebbe nessuna rivoluzione, ma soltanto la lotta al terrorismo del presidente Bashar al-Assad: un'interpretazione che è il tradimento della lotta per la libertà del popolo siriano e un insulto al sangue versato dai martiri».

 

Alcune donne nello splendido cortile della moschea degli Omayyadi, a Damasco, che prima della conquista islamica era una chiesa cristiana dedicata a San
 Giovanni Battista.

 

Alcune donne nello splendido cortile della moschea degli Omayyadi, a Damasco, che prima della conquista islamica era una chiesa cristiana dedicata a San Giovanni Battista.

 

Un domani un Governo islamico che tipo di politica potrebbe avere?

 

«Più si stagna in questa fase, più la si prolunga in modo insopportabile, più si dà spazio ai gruppi islamici estremisti».

 

Che cosa teme a questo punto?

 

«La mia impressione è che nell'agenda del regime ci fossero come delle fasi di un progetto preciso. Ora che si rendono conto che la fase uno, la repressione per riprendere in mano il Paese, è fallita, stanno passando alla fase due. Vogliono distruggere il più possibile, al fine di indebolire quella che sarà la Siria del futuro. Perché o gli alawiti si arrendono o faranno una secessione a ovest del fiume Oronte. E avendo distrutto il Paese, lasceranno i siriani a leccarsi le ferite e con l'appoggio dell'Iran e della Russia si stabilizzeranno in una regione autonoma, diciamo una Siria occidentale, dove potranno contare su risorse di gas e petrolio off-shore e sulla vendita dell'acqua. E questo avrebbe un effetto domino sul Libano e l'Iraq per lo meno».

 

La sede del patriarcato
 siro-ortodosso nella città siriana di Aleppo.

 

La sede del patriarcato siro-ortodosso nella città siriana di Aleppo.

 

Molti si interrogano sull'opposizione al regime che un domani dovrebbe prendere il potere. Lei sta spesso incontrando gli oppositori all'estero. Che idea se n'è fatto? Su cosa e su chi puntare per il futuro della Siria?

 

«Si accusa da molte parti l'opposizione siriana di essere divisa e inaffidabile. A me pare che il fatto che sia multipartitica sia già un annunzio di futuro pluralista e democratico. Sicuramente manca la capacità di prendere delle posizioni manifestando sì delle esigenze particolari, ma in modo inclusivo e capace di negoziato e di sintesi. La politica siriana soffre d'un passato ideologico e settario. La rivoluzione è stata iniziata dalla minoranza liberale e garantista. L'opposizione interna "classica" comunista, nazionalista, libertaria e pro diritti umani si è immediatamente sintonizzata con il movimento. Subito sono scesi in campo i musulmani delle città periferiche che manifestano i disagi sociali più pesanti. I Fratelli musulmani hanno in gran parte ripreso la rivoluzione a loro conto sulla base della loro capacità di finanziarla e armarla dall'esterno anche con l'appoggio turco. A essi si uniscono le formazioni di partigiani jihadisti legati ai finanziatori del Golfo e dell'Arabia Saudita. Sono questi che sono chiamati generalmente salafiti e che spesso si confondono nei media con i "takfiriti" (coloro che scomunicano gli altri musulmani giustificando così una forma violenta ed estrema di lotta intestina) di area al-Qaeda. In effetti i salafiti sono diversificati e non immediatamente assimilabili all'estremismo terrorista. Nella misura in cui, nel dopo rivoluzione, la stragrande maggioranza dei cittadini siriani sarà riorganizzata su base democratica consensuale, i salafiti non potranno che evolvere insieme con la società civile musulmana, che è plurale e coinvolge anche la presenza dei cristiani locali e di altri gruppi. Invece i giovani terroristi, al pari dei miliziani per altro, rappresenteranno un problema duraturo d'ordine pubblico e si dovrà combinare la capacità di riabilitazione civile con l'efficacia garantista delle forze dell'ordine rinnovate. Certo, più si va avanti con questo andazzo irresponsabile da parte della collettività internazionale, più si favorisce la rissa estremista».

 

Più volte Benedetto XVI è intervenuto sulla tragedia della Siria. Quale potrebbe essere il ruolo delle Chiese e della comunità internazionale?

 

«Credo che il lavoro diplomatico della Santa Sede si debba sposare con uno sforzo ecumenico. Penso al ruolo importante che gli ortodossi potrebbero per esempio avere con il patriarcato di Mosca. In passato ho chiesto che il Brasile svolgesse un ruolo decisivo nell'offrire dei caschi blu, che sarebbero stati accettati da tutti per vari motivi: ci sono milioni di siriani in Brasile e poi il Brasile è su una posizione antimperialista, quindi sarebbe culturalmente diverso dai caschi blu francesi o di forze Nato. Bisogna restituire la parola alla politica, alle manifestazioni, alla libertà d'opinione. Proprio chi ha paura dell'islam deve restituire la parola alla gente che chiede libertà e democrazia. Dunque, caschi blu nelle zone di guerra civile e poi non 300 ma 30 mila osservatori Onu, che vengano ad assistere la società civile siriana affinché emerga come forza di maturazione democratica».

 

Lei lascia una Siria in fiamme per stabilirsi in una regione non meno complicata. Il vescovo di Kirkuk, monsignor Louis Sako, in riferimento alla visita che lei ha fatto il 24 giugno, ha avuto parole di elogio per la sua scelta: «L'arcidiocesi e i suoi fedeli hanno accolto con gioia l'arrivo di padre Dall'Oglio, al quale ho ricordato che se gli uomini gli hanno chiuso una porta il Signore gliene ha aperta un'altra in Kurdistan». Come legge la situazione del Kurdistan nel contesto mediorientale?

 

«Una comunità Al-Khalil è in via di fondazione con un paio di monaci a Sulemaniya, nel Kurdistan iracheno, nell'eparchia caldea di Kirkuk. E il primo incontro lì in giugno mi ha reso più sensibile alla questione curda. La crisi siriana può spingere i curdi a profittare dell'occasione con un rischio di secessione nella zona del Nord- Est del Paese (la Jezira). Penso che gli sforzi diplomatici vadano indirizzati ad accogliere e riassorbire le aspettative curde concedendo un'autonomia regionale e riconoscendo le specificità culturali delle grandi comunità curde presenti principalmente ad Aleppo e a Damasco. Nel contempo, occorre invitarli a rendersi partecipi della grande ecumene araba, di cui sono stati importanti protagonisti nella storia passata. Non vedo un unico Kurdistan, ma una confederazione di "Kurdistan", nelle diverse regioni autonome nei singoli Paesi. Se un domani la Turchia dovesse entrare in Europa, converrebbe anche ai curdi essere dentro come regione autonoma».

 

Vittoria Prisciandaro

 (Inserito il 4 ottobre 2012)

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La Chiesa entra in un anno che la vedrà raccolta nella preghiera per giungere alla riscoperta della bellezza del 'credere': l'anno della fedeche il Papa ha voluto perchè il Vangelo, fonte di gioia, proposta di vita, promessa di luce  per la società del nostro tempo, giunga ad ogni uomo o donna. L'anno della evangelizzazione, dunque. L'anno della testimonianza. Lo sarà anche in quella 'Chiesa' che sta ivendo una situazione sociale,religiosa di gravità pesante canche se molti cristiani non se ne rendono  conto. A quesdta chiesa i pastori hanno rivolto una 'parola', una 'lettera pastotrale' che ancora una vlta invita nella speranza i cristiani a non aver paura e a dire Gesù e la sua Parola di vita anche nel contesto di prova nella  nel quale vivono. Ne diamo una sintesi così come l'ha resa nota Radio-Vaticana. Forse sarà opportuno per 'capire' il cuore di quei pastori e le speranze di quella chiesa, pubblicarla interamente. Vedremo.

Lettera dei vescovi cattolici di Terra Santa sull'Anno della Fede


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con una Lettera pastorale, l'Assemblea dei vescovi ordinari cattolici di Terra Santa offre il suo contributo all'itinerario che la Chiesa universale è chiamata a realizzare nell'Anno della fede. I Pastori delle Chiese cattoliche della regione, citando l'Esortazione post-sinodale di Benedetto XVI “Ecclesia in Medio Oriente”, ricordano a tutti che "L’esempio della prima comunità di Gerusalemme può servire da modello per rinnovare l’attuale comunità cristiana". L'Anno della fede – sottolinea in apertura la Lettera pastorale inviata all’agenzia Fides – assume una connotazione propria nella terra che “è stata la geografia di questa storia di fede”, da cui si è levata “la grande nube di testimoni della fede che popolano le Sacre Scritture” e dove a Pentecoste nacque la Chiesa stessa. “La Chiesa Madre di Gerusalemme, custode della fede degli Apostoli” scrivono i vescovi di Terra Santa “è la nostra Chiesa e continua a donare ancora modelli di fede fino ad oggi: la Beata Maryam Bawardi, la Beata Marie-Alphonsine, il Venerabile Samaan Sruji”. La Lettera non nasconde i travagli in cui le Chiese locali sono chiamate a vivere l'Anno della Fede. “La nostra terra” scrivono i vescovi ”continua ad essere lacerata dalla violenza, dall’ingiustizia, dall’occupazione e dall’insicurezza. Molti sono rinchiusi dietro muri e check points, altri languono nelle carceri, soffrono discriminazione, piangono i loro cari, anelano ai propri familiari ai quali non possono essere riuniti, vivono nella paura e nell’ansia”. Anche le rivolte che stanno scuotendo l'intera regione hanno tratti enigmatici: “Intorno a noi” riconoscono i vescovi “si sta come sgretolando un mondo conosciuto e dittatori potenti vengono destituiti. Il futuro appare incerto quando correnti sotterranee, in passato trattenute, si scatenano. Molti dei nostri fratelli e sorelle nella fede hanno scelto di emigrare lasciando le nostre comunità ancora più povere e fragili”. In uno scenario che “a volte appare minaccioso”, i vescovi mediorientali riconoscono che la fede stessa può essere tentata dalla disperazione. Eppure proprio i tempi difficili rendono ancora più evidente che la fede non è questione di sforzo, ma è un dono gratuito del Signore. “La fede che cerchiamo è una grazia, e così preghiamo che il nostro Signore risorto possa veramente aumentare la nostra fede e renderci Suoi testimoni gioiosi e pieni di speranza. Dobbiamo ricercare la grazia di Dio in mezzo a tutti questi eventi, anche dove c’è la morte, il sangue, l’emigrazione forzata e la persecuzione”. Solo con l'aiuto della grazia i cristiani del Medio Oriente potranno discernere quale sia il loro ruolo in questa tempesta che infuria intorno a loro. Per domandare il dono della fede, i vescovi suggeriscono di coltivare i gesti ordinari della vita cristiana: l'assiduità nell'avvicinarsi ai sacramenti, la partecipazione alla Messa e alle celebrazioni inter-rituali, l'attenzione al catechismo, la pratica del pellegrinaggio e la preghiera presso i Luoghi Santi. (R.P.)

Da 'Radio Vaticana' - Inserito mercoledì 10 ottobre 2012

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VORREI ESSERCI ANCH'IO...MA SONO MOLTO STANCO!

Ci sono stato tante volte in quell'orto del Getsemani. Sono rimasto, una olta, a 'osservare' da vicino i nodosi alberi. Col pensiero e più ancora con la mia fantasia sono tornato ai tempi del mio Signore, quando nella notta che chiudeva la sua vita in quel luogo prostrato pregava il Padre suo nella drammatica indifferenza e incomptreensione dei suoi,  immersi nel sonno profondo forse per la stanchezza di un giorno vissuto nella paura, per lo meno nella tensione per ciò chestava per accadere. Ed ecco oggi una notizia dal sito del Patriarcato latino che mi ha riempito di serenità e di gioia: è iniziata in tutta la Palestina la raccolta delle ulive. Anche lì nell'orto del Getsemani. Ma c'è gioia, sorriso.....Sono tornato ancora con la mia fantasia in quel luogo per capire che quella gioia era il frutto della resurrezione di Gesù. Quelle ulive raccolte con tanta serenità mi hanno ancora una volta ricordato che se Cristo ha sofferto è stato per amore e se Cristo è risorto è stato per la mia vita eterna! Grqazie a La Fontaine che ci dfàqueste notizie di una Chiesa, quella del Patriarcato latino, che  mi permettono di sentirmi in comunione con quei cristiani....

La raccolta delle olive, tra gioia e dolore

 

GERUSALEMME – E’ la stagione! Sabato 13 ottobre un gruppo di una trentina di persone di diverse nazionalità si è dato appuntamento al Getsemani per raccogliere, sotto la guida di P. Diego, ofm, i frutti degli olivi centenari del Santo Orto. La raccolta delle olive, fonte di gioia, ma anche fonte di tensioni in molte regioni, è iniziata martedì scorso in tutto il paese.

Grandi scale appoggiate sugli olivi, larghe reti stese sulla terra, alcuni secchi, rastrelli e braccia tesi verso le olive nascoste in alto. Per giorni l’Orto degli ulivi si era adornato di una nuova parure sotto lo sguardo stupito dei turisti e dei pellegrini. Durante la raccolta migliaia di olive verranno raccolte, una per una, a mano, in questo Luogo Santo dove Cristo veniva a pregare. “Mi piace pensare che anche Gesù raccoglieva le olive” spiega p. Diego, francescano al Getsemani, introducendo questa giornata di raccolta. “Raccoglieremo il frutto delle nostre piante che è anche il frutto della creazione di Dio”. Così per ore, sotto il sole ancora caldo di ottobre, i partecipanti hanno raccolto con cura e gioia ciascuna di queste olive mettendole poi in grandi sacchi. Da queste olive i francescani spremeranno l’olio e dai loro noccioli faranno corone del rosario. In questo modo lo stesso cuore dei frutti degli olivi piantati in questo Orto dove Cristo ha sudato sangue finirà tra le mani dei cristiani. Sgranando la loro corona pregheranno con Maria il primo mistero doloroso, quello dell’agonia di Cristo nell’Orto del Getsemani.

 

Secondo l’organizzazione Oxfam circa 9.5 milioni di olivi crescono in Cisgiordania. L’oleicultura impiega 100 000 coltivatori e frutta nelle buone annate fino a 100 milioni di dollari (70 milioni di euro) all’economia palestinese. Questo spiega la posta in gioco nella raccolta. Da diversi anni questo periodo festivo diviene un momento di accresciute tensioni tra i 350 000 coloni israeliani della Cisgiordania e gli agricoltori palestinesi. La settimana scorsa il governo palestinese a Ramallah ha anche denunciato una serie di attacchi perpetrati dai coloni che hanno preso di mira gli olivi. In pochi giorni 70 olivi sono stati ritrovati sradicati a Qaryout nel nord della Cisgiordania e più di 100 altri a Al Moughayer (villaggio a nord-est di Ramallah), altri olivi sono stati bruciati in altri villaggi. Episodi ricorrenti e in aumento. Secondo un rapporto dell’Unione Europea, nel 2011, 10 000 olivi sono stati distrutti da coloni estremisti. Una perdita di 138 milioni di dollari (103 milioni di euro) ogni anno per l’economia palestinese.

Amélie de La Hougue

(Inserito mercoledì 17 ottobre, memoria di S. Ignazio di Antiochia)

 

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Ogni giorno 'percorro' il web. Mi spinge il desiderio  non di sapere ciò che succede in quelle terre d'Oriente, in particolare in Siria ed ora anche nell'amato Libano. Non sono curioso. Cerco attraverso le notizie che 'pesco da più parti di pensarmi là dove per essere cristiani si deve essere pronti a dare testrimonianza anche con la vita. So bene che è poca cosa: ma almeno nella preghiera per i miei fratelli d'Oriente, cattolici, armeni, ortodossi, ne condivido la sofferenza, sinceramente. Ci sono passato diverse volte da quelle parti. Aleppo, Homs, Damasco.......non sono città 'lontane': esse sono presenti nel mio vissuto.... Ed ecco alcune notizie  di questi giorni  che documentano con tristezza la tragedia che si compie in Siria e gli accorati appelli dei pastori della comunità cristiane. Sto pensando che seppure impegnati ad affrontare dalle nostre parti i problemi di una recessione che ci fa sentire un poco più poveri, possiamo portarci con il pensiero, con l'0affettuosa memria, con la preghiera in quell'Oriente che ha visto il sorgere della nostra fede, dove siè definito il nostro credo: potrebbe essere anche questo un modo per vivere quell'anno della fede che ci è stato chiesto dal Santo Padre.

 

/10/2012 

Siria, catastrofe umanitaria cristiana

Fiaccolata di solidarieta'
 per i cristiani vittime di persecuzione

Fiaccolata di solidarieta' per i cristiani vittime di persecuzione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Cnewa di Beirut lancia un appello per aiutare la Chiesa locale siriana ad affrontare una potenziale“catastrofe umanitaria” per le comunità cristiane di Aleppo

marco tosatti

La Cnewa (Catholic Near East Welfare Association), l’agenzia pontificia della Congregazione per le Chiese orientali che assiste i cristiani in Medio Oriente, e oltre, lancia un allarme: si teme una “catastrofe umanitaria” anche per le comunità cristiane di Aleppo, la città nel nord della Siria che i ribelli islamici stanno cercando di conquistare.

In Siria ci sono comunità cristiane di diverse denominazioni; i greci ortodossi, la comunità più ampia, sono in genere situati a occidente, e a Damasco, cioè in aree controllate dal governo. I siriaci, al secondo posto come numero di aderenti, si concentrano a est dell’Eufrate. Vivono in una zona di terra fertile, confinante a nord con le zone curde della Turchia, e a est con il Kurdistan iracheno.

La maggior parte dei cattolici e degli armeni è concentrata nell’area centrale della Siria, e in particolare nella provincia di Aleppo, vicina al confine turco. L’area è stata infiltrata in maniera pesante dai ribelli e ha vissuto combattimenti intensi. Le Nazioni Unite hanno calcolato che circa 300mila siriani abbiano abbandonato il Paese, e un milione e mezzo siano sfollati all’interno della Siria. I cristiani hanno seguito lo stesso cammino, ma non si sono rifugiati nei campi allestiti in Turchia e il Giordania; hanno trovato ospitalità in Siria e Libano, ma la loro situazione diventa di giorno in giorno più drammatica.

Il quadro degli spostamenti dimostra una volontà di “pulizia religiosa” da parte dei ribelli islamici nei confronti dei cristiani. A Homs i ribelli hanno espulso il 90 per cento dei cristiani e confiscato le loro abitazioni con la forza. Fonti locali riportavano che i militanti passavano di porta in porta nei quartieri di Hamidya e di Bustan al-Diwan, obbligando i cristiani a fuggire, senza dar loro il tempo di prendere le loro cose. Circa 50mila cristiani si sono dovuti rifugiare nei villaggi, nella valle dei Cristiani, a Damasco e a Tartous.

A Qusayr, a 15 km da Homs, la popolazione cristiana (circa diecimila persone) è stata obbligata a fuggire, in seguito a un ultimatum del capo ribelle Abdel Salam Harba. Dai minareti delle moschee è statao rilanciato l’ultimatum: “I cristiani devono lasciare Qusayr in sei giorni, che spirano questo venerdì”.

Rableh, un piccolo villaggio circa 25 km a nord I Homs, vicino a Qusayr, era abitato da circa 7mila persone, greco-cattolici e maroniti. Cinquemila cristiani di Homs si sono rifugiati lì, stretti nella tenaglia di un assedio imposto dai ribelli e di un contro assedio organizzato dalle forze governative. Il villaggio è un campo di battaglia.

E anche a est, a Deir-ez-Zor, uno dei terminali del genocidio compiuto contro gli armeni dai turchi nel 1915, ci sono violenze contro i cristiani. Circa 500 famiglie cristiane hanno dovuto lasciare le loro case in seguito alle minacce dei militanti opposti al regime, e si sono rifugiati nella città di Al-Hasske, a maggioranza curda.

Ad Aleppo, teatro di violenti scontri e di saccheggi da parte dei ribelli, che hanno portato alla distruzione dello storico mercato coperto, il più grande del mondo, la situazione non è chiara. Ad Aleppo c’è una grande popolazione cristiana, e i combattimenti sono ancora in corso, rendendo impossibile stabilire un conteggio delle famiglie sfollate. Secondo la Cnewa “visto il livello di distruzione e violenza ci attendiamo di trovarci ben presto di fronte a una reale catastrofe umanitaria”.

La Cnewa di Beirut ha lanciato un appello per aiutare la Chiesa locale siriana ad affrontare questa emergenza. Da maggio 2012 ad oggi si è stati in grado di aiutare 1571 bambini, oltre 2300 famiglie, e mille studenti sfollati con la distribuzione di aiuti di vario genere, per un ammontare di circa 220mila dollari. Ma naturalmente le necessità sono in costante aumento, sia perché il numero degli sfollati è in aumento, sia a causa dell’approssimarsi dell’inverno, che renderà ancora più difficile la vita degli sfollati.

Da 'Vaticaninsider (inserito sabato 20 0tt0bre 2012)

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Il vescovo di Aleppo: “Spero che la delegazione venga in città”

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Aleppo, città-martire dei cristiani

Aleppo, città-martire dei cristiani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parla il leader degli armeni cattolici Boutros Marayati: in Siria servono intermediari che sappiano arrivare al cuore ferito delle persone

gianni valente
roma

“La notizia che una delegazione del sinodo dei vescovi in corso a Roma verrà in Siria è un motivo di speranza per i cristiani e per tutti gli abitanti della Siria. Tutti ci auguriamo che la visita assuma il profilo di una vera e propria missione di pace, per chiedere la riconciliazione tra le parti che si combattono”.

Così dichiara all'agenzia vaticana Fides l'arcivescovo di Aleppo degli armeni cattolici Boutros Marayati. Nella città martire da mesi al centro dei bombardamenti e degli scontri tra esercito governativo e milizie degli insorti, l'eventualità di essere visitati dai cardinali e da vescovi provenienti da Roma rappresenta già di per sé un segno potente: “La visita annunciata fa capire quanto la Santa Sede e i vescovi di tutto il mondo abbiano a cuore le sorti di tutti i popoli del Medio Oriente. Sarebbe bello che venissero a Aleppo. Li aspettiamo. Se vengono a trovarci saremo contenti”, commenta nel suo dialogo con Fides Monsignor Marayati.

Secondo il capo della comunità armeno-cattolica di Aleppo, la missione annunciata dei pastori cattolici in Siria può realisticamente aprire uno spiraglio inedito per la soluzione del conflitto siriano, proprio in virtù del suo profilo sui generis: ”Finora” spiega a Fides l'arcivescovo Marayati “ci sono state perdite terribili, per tutti. Morti, distruzioni, sfollati, vite in fuga. La storia insegna che a volte i nemici possono trovare un'intesa e col tempo riconciliarsi. Anche in Europa i popoli si sono fatti la guerra, e ora sono amici e collaborano in pace. Ma questo chiede un intermediario che sappia  parlare anche al cuore ferito delle persone, non usando solo il linguaggio del calcolo politico. La delegazione dei vescovi può avere questa funzione diplomatica, in senso umano. Testimoniando la passione per la dignità umana condivisa da musulmani, ebrei e cristiani, possiamo provare a salvare gli uomini, le donne i bambini che qui soffrono e aspettano salvezza, in una situazione che sembra senza via d'uscita”.

Riguardo ai motivi che alimentano il conflitto, Boutros Marayati invita a evitare letture superficiali e fuorvianti: “l vescovi” spiega a Fides l'arcivescovo armeno-cattolico “sanno bene la situazione. Ormai non è più solo questione di riforme democratiche richieste o osteggiate. In questa situazione disastrosa è entrato di tutto. La situazione è complicata. E tra le altre cose, quello che preoccupa è l'emersione del fanatismo religioso. Quando la religione diventa violenta e si combatte in nome di Dio, viene messa a repentaglio quella intesa coi fratelli delle altre religioni che qui abbiamo condiviso per tanto tempo. Anche per questo attendo con speranza l'arrivo qui in Siria dei cardinali e dei vescovi provenienti da Roma: tutto quello che si muove in favore del popolo siriano, da qualunque parte venga, sarà benedetto dal Signore.

 

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Conosco Padre Dell'Oglio... per la verità a Mar Mousa ci sono stato ma non sono salito fino al monastero. Ci sono andati sotto il sole i lissonesi poco prima che iniziassero i caombattimenti.Hanno potuto parlare con Padre Dell'Oglio. Hanno visitato il mmonastero. Si sono resi conto del 'sogno' di Padre Dell'Oglio. Un sogno almeno per ora svanito perchè è stato espulso dalla Siria.Oggi- 8 gennaio 2012 - Vaticaninsider ha dato la notizia che segue. Mi dispiace tanto anche se Padre Dell'Oglio non dispera di poter un giorno tornare alla sua Siria.

Padre Dall’Oglio espulso dalla Siria trova asilo in Iraq

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Padre Dall’Oglio

Padre Dall’Oglio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’agenzia Fides ricostruisce la vicenda del padre gesuita che sarà accolto da una comunità monastica in Kurdistan

Padre Paolo Dall’Oglio, iniziatore della comunità monastica di Deir Mar Musa, dopo la sua espulsione dalla Siria è stato accolto nella nuova fondazione monastica di Deir Maryam el Adhra, iniziata da pochi mesi a Sulaymanya, nel Kurdistan iracheno.

L’arcivescovo caldeo di Kirkuk, monsignor Louis Sako, ha dato infatti il suo consenso all’ingresso del gesuita islamologo nella comunità monastica che ha trovato ospitalità in una chiesa della seconda metà dell’Ottocento, dedicata alla Vergine Maria e situata nel quartiere storico di Sabunkaran, il quartiere dei «fabbricanti di sapone».

Padre Dall’Oglio, dopo aver auspicato pubblicamente la fine del regime di Assad, aveva lasciato la Siria, dove risiedeva da oltre trent’anni, lo scorso giugno, in obbedienza alle autorità ecclesiastiche del Paese.

Il 20 settembre, il ministero degli esteri del governo di Damasco aveva accusato il gesuita di connivenza con i gruppi terroristici, «al-Queda compresa». «Insieme ai fratelli del monastero di Deir Maryam» fa sapere il gesuita all’Agenzia Fides «pregherò per la pace in Siria, nella speranza e nell’attesa di potervi tornare».

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Mercoledì 19 giugno 2013

ULTERIORE SVILUPPO DELLA 'QUESTIONE':PADRE DELL'OGLIO

L'intricata, penosa, dolorosa situazione della Siria viene ripresa in tutto il mondo negli organismi internazionali, nelle deisive riunioni dei Capi di Stato, nelle dichiarazioni dei Grandi della terra,  nelle angosciate parole  del Papa, dei vescovi del paese e di quelli vicini...Ma la paurosa vicenda di una guerra che si dice 'civile' (ridicola espressione) , insopportabile visto la presenza di migliaia di combattenti provenienti da tutto il mondo, continua a fare vittime e a ridurre in povertà, in miseria intere popolazioni.

Questa terra così 'bella' mi è cara: l'ho visitata qualche mese prima che iniziassero i combattimenti. Tutto pareva in ordine. regnava infatti la pace, nelle città, lungo i percorsi piuttosto lunghi che ci hanno portato a Homs, Aleppo, eccle più bele città della paese cariche di storia ed ora luoghi di sangue e di odio....

Siamo andati anche a Mar Musa, come documentano le foto inserite in questa pagina. Abbiamo incontrato Padre Dell'Oglio che l'ha fondato per un audace progetto di comunione fra le religioni....Di lui abbiamo scritto parecchio, abbiamo anche pubblicato poco sopra una sua lunga intervista e abbiamo dato la notizia della sua fuga in altro paese.

Ma la sua situazione però andata sviluppandosi in modo che mi ha sorpreso. Sul sito di 'Vaticainsider'' è apparsa questa notizia proprio in questi giorni. ' Mario Tosatti che ne parla. Seguirà poi una testimonianza che mi ha fatto pensare e soffrire, quella di un giovane cristiano siriano, una lettera scritta a Padre Dell'Oglio. E' presa dal sito 'Ora pro Siria' (che invito a seguire!)

 

18/06/2013 

“Caro padre Dall’Oglio, non sei il portavoce di noi cristiani in Siria”

La lettera aperta di un fedele stigmatizza lo posizione del gesuita espulso dal governo nel 2012. Il religioso aveva chiesto armi per i ribelli

Marco Tosatti
Roma  

Il caso di Giuliano Ibrahim, il giovane genovese convertito all’islam e arruolato fra le forze jihadiste contro il governo siriano è il primo che riguarda direttamente l’Italia. Ma la presenza di guerriglieri stranieri nella guerra siriana è un dato denunciato a più riprese, da vari organismi; e probabilmente è anche una delle ragioni che hanno spostato a favore di Assad l’opinione pubblica interna, come riportiamo più sotto.  

Secondo un rapporto citato dalla televisione libanese “Al Manar” durante i combattimenti degli ultimi mesi sarebbero caduti oltre seimila jihadisti non siriani; di questi 729 sauditi, 640 oppositori del regime iraniano, 489 egiziani, 439 libanesi, 439 ceceni, 422 palestinesi, 301 afgani, 263 libici, 261 pakistani, e poi kuwaitiani, francesi, britannici, tunisini, americani, somali, giordani, azeri e persino 6 provenienti dal Suriname. Anche se questi dati sono difficilmente verificabili, è un dato accertato sin dall’inizio del conflitto che sul suolo siriano una quantità di combattenti stranieri, finanziati da Qatar e Arabia saudita, hanno costituito il nerbo della guerriglia armata. Colorando di settarismo religioso contro sciiti, alauiti, cristiani e sunniti moderati una rivolta inizialmente politica. Con episodi di straordinaria crudeltà.

E come dicevamo è per questo motivo che la grande maggioranza dei siriani preferirebbe il regime – per quanto dittatoriale e oppressivo – che conoscono a un altro dai confini incerti. Secondo uno studio che è stato presentato alla Nato qualche settimana fa, la grande maggioranza dei siriani, dopo due anni di conflitto è spaventata dalla crescente influenza di Al Qaeda e appoggia il governo. E questa circostanza sarebbe, fra l’altro, una delle ragioni grazie a cui l’esercito regolare siriano sta riprendendo il controllo del Paese. Secondo i dati, riportati da Middle East Newsline, “La gente è stufa della guerra, e odia i jihadisti più di quanto odi Assad”; per questo il 70 per cento dei siriani appoggerebbe il governo, con un 20 per cento neutrale e un 10 per cento a favore dei ribelli.

In questo quadro si inserisce anche una polemica dei cristiani siriani nei confronti di Paolo Dall’Oglio, il gesuita fondatore della comunità di Mar Musa, in Siria, espulso nel 2012 dal governo Assad. Dall’Oglio ha fatto nei giorni scorsi dichiarazioni che hanno provocato reazioni negative nella comunità cristiana del Paese. Ha detto Dall’Oglio, fra l’altro: “Gli italiani chiedano di prendere una posizione chiara e forte sulla necessità di offrire al popolo siriano la possibilità di difendersi concretamente e militarmente dal regime Assad…E' un anno e mezzo che parliamo della necessità morale o di un intervento diretto come avvenuto in Libia o indiretto, con la scelta di dare le armi giuste per bloccare il bombardamento sistematico del regime siriano, che è un regime mafioso".

E’ una presa di posizione certamente molto forte, e che, fra l’altro, contrasta con la posizione sia delle Chiese siriane, che del Papa, che chiedono non armi ma l’apertura di un dialogo a livello nazionale e internazionale.

A Paolo Dall’Oglio ha scritto una lettera aperta un cristiano siriano, rilanciata da “Ora Pro Siria”, il sito web che segue attentamente il calvario del Paese e dei cristiani in particolare. E’ una lettera molto dura, di cui riportiamo qualche estratto. “Secondo me, e secondo tanti altri siriani, in particolare i Cristiani della Siria, non sei più un uomo di Dio. Perché  stai cercando la tua gloria terrena, non altro. Perché  hai cambiato la tua vocazione da  uomo di pace, ad un uomo che chiama alla guerra. Perché invece di cercare di trovare una soluzione pacifica della crisi siriana, hai iniziato a concentrarti ed a mettere tutta la tua energia per portare l’intervento Nato ed armare i ribelli che tu chiami Partigiani, perché i cannibali sono diventati partigiani, secondo  te. Per tutto questo, noi cristiani della Siria, crediamo che Gesù Cristo è Dio di pace non di guerra, è  Dio di amore non di odio, Dio di gioia non Dio che ama il sangue”.

E continua, l’autore della lettera, Samaan Daoud: “Ti ho conosciuto da tanti anni, dal 1988, avevo in quel tempo 18 anni. All’inizio mi piacevano tantissimo le tue nuove idee sulle religioni. Mi piaceva la tua apertura verso gli altri, il tuo modo di fare, la fondazione di Mar Musa…Allora, Paolo, ti prego:  Abbi pietà del popolo siriano, particolarmente dei cristiani rimasti, e non commerciare col loro sangue,  perché  noi non ti abbiamo nominato delegato o portavoce dei cristiani della Siria”.

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A seguire può davvero aiutare a capire il dramma dei cristiani in quella terra dove regna l'ingiustizia, il terrore e dove la morte ha trovato le sue vittime quotidiane. Si spara a non finire mentre il mondo intero assiste quasi indifferente alla tragedia che si sta consumando in una terra cara all'umanità per la sua storia e i suoi documenti archeologici 'patrimonio dell'umanità'...che se ne frega!

 La lettera che segue dice la delusione profonda di un cristiano di Siria che ama la sua terra e che in una lettera chiede a Padre Dell'Oglio che ha conosciuto di non volere che la si distrugga inviando armi ai ribelli.....Una lettera sofferta, dolorosa della quale la stampa internazionale non ha fatto cenno...ovviamente.

Riceviamo e pubblichiamo la lettera che scrive a Padre Dell'Oglio un cristiano di Damasco 

A Paolo Dall’Oglio

Non so come chiamarti, ti chiamo Padre? Non so. Perché , secondo me il prete è  un uomo che ha messo la sua vita al servizio della pace, dell’amore, e della riconciliazione.

O ti chiamo Monaco? Pure non so, perché  secondo me il Monaco è un uomo ascetico,  cerca il volto di Dio negli altri.

Secondo me, e secondo tanti altri siriani, in particolare i Cristiani della Siria, non sei più un uomo di Dio. Ma sai perché?

1- perché  stai cercando la tua gloria terrena, non altro.

2- perché  hai cambiato la tua vocazione da  uomo di pace, ad un uomo che chiama alla guerra.

3- invece di cercare di trovare una soluzione pacifica della crisi siriana, hai iniziato a concentrarti ed a mettere tutta la tua energia per portare l’intervento Nato ed armare i ribelli che tu chiami Partigiani, perché i cannibali sono diventati partigiani, secondo  te.

Per tutto questo, noi cristiani della Siria, crediamo che Gesù Cristo è Dio di pace non di guerra, è  Dio di amore non di odio, Dio di gioia non Dio che ama il sangue.

Basta  accusare gli altri religiosi cristiani della Siria che “sono disonesti e sono stati creati dal regime” ..  Non giudicate per non essere giudicati!  
Basta dire che sei l’unico religioso che alza la sua voce contro il regime! . Ma non sei stato per più di 30 anni sotto la protezione del regime?

- Paolo, te lo dico con tanto dispiacere: hai perso tutti i tuoi punti, hai perso, e lo dico con tanta amarezza,  l’amore della maggioranza Cristiana.

- Secondo te l’intervento della Nato è la migliore uscita dei siriani?

- Bombardare le città  principali (Damasco-Homs-Tartus-Lattakia-Aleppo) dove vive il maggior  numero dei cristiani con questo intervento che invochi, è la soluzione migliore?

 Vuoi distruggere quello che è rimasto della Siria?

Ti ho conosciuto da tanti anni, dal 1988, avevo in quel tempo 18 anni. All’inizio mi piacevano tantissimo le tue nuove idee sulle religioni. Mi piaceva la tua apertura verso gli altri, il tuo modo di fare, la fondazione di Mar Musa…

Allora, Paolo, ti prego:  Abbi pietà del popolo siriano, particolarmente dei cristiani rimasti, e non commerciare col loro sangue,  perché  NOI  NON TI ABBIAMO NOMINATO DELEGATO O PORTAVOCE DEI CRISTIANI DELLA SIRIA.

Ti prego, torna alla via recta, ascolta la  tua coscienza Cristiana che chiama all’amore e alla pace.

Tieniti  lontano dalle idee Jihadiste estremiste, e lascia i salafiti ed i fratelli musulmani, … o vorresti essere uno di loro? 

Il tuo fratello in Cristo.

Samaan Daoud