introduzione alla pagina 'Patriarcato 6'

Recentemente ho iniziato il riordino delle pagine di questo sito. Le prime quattro pagine del Patriarcato' sono state inserite, insieme, nell'archivio che ho aperto in Windwos.  Poichè il materiale che riesco a raccogliere da vari siti del web sugli eventi della Chiesa Madre in Gerusalemme è notevole si è reso necessario aprire una nuova pagina: appunto, questa.

Scritto il 3 apr 2015

Cremisan: la Corte Suprema Israeliana annulla la costruzione del Muro

Cremisan: la Corte Suprema Israeliana annulla la costruzione del Muro

COMUNICATO: giovedì 2 aprile 2015, dopo nove anni di battaglia legale, la Corte Suprema israeliana ha finalmente emesso il suo verdetto finale sulla valle di Cremisan, minacciata dal 2006 dal progetto di costruzione del Muro di Sicurezza. Il Patriarcato latino saluta questo verdetto a favore dei cristiani della regione.

Questo progetto avrebbe prodotto l’esproprio dei terreni appartenenti a 58 famiglie cristiane di Beit-Jala e la separazione di due conventi salesiani.

La Corte Suprema ha finalmente accettato la petizione contro la costruzione del Muro, di conseguenza l’esercito israeliano dovrà rinunciare a questo progetto giudicato dalla Corte come “dannoso per la popolazione locale e ai monasteri della valle” sottolineando che “il tracciato del Muro, come suggerito dal Ministero della Difesa, non è l’unica possibilità che permetta di garantire la sicurezza nuocendo il meno possibile, conforme alla Legge Amministrativa Israeliana” 

La decisone finale della Corte significa che il Muro non sarà costruito come progettato dall’Esercito israeliano. Una bella vittoria e una consolazione per tutti coloro che, fin dal 2006, si sono impegnati in una contesa legale tra le più difficili.

Il Patriarca latino di Gerusalemme, mons. Fouad Twal, si è recato a Cremisan nello stesso pomeriggio per una conferenza stampa, alla presenza dei tre sindaci di Beit Jala, Betlemme e Beit Sahur, e di molte personalità religiose e politiche.

Sua Beatitudine ha voluto ringraziare calorosamente tutti coloro che, negli anni, si sono impegnati in favore della comunità cristiana di Terra Santa, tanto nella dimensione locale quanto internazionale, in modo particolare la parrocchia di Beit Jala, la Société Saint Yves, la Segreteria di Stato, le Conferenze Episcopali degli Stati Uniti e d’Europa, i Consoli di Gerusalemme, i padri salesiani, gli avvocati impegnati e i tre sindaci della regione che il mese scorso si sono recati dal Papa per sostenere la loro causa.

Grazie ai molti che si sono impegnati in questa causa, la voce delle famiglie di Cremisan è risuonata sulla scena internazionale. Anche dal lato israeliano, questa causa ha avuto importante sostegno, in modo speciale da parte degli avvocati, da parte di ex militari e da parte di rabbini. Sua Beatitudine ha salutato la vittoria come: “Vittoria della giustizia israeliana medesima, in quanto essa ha avuto il coraggio di prendere una simile decisione”.

Il Patriarca ha anche voluto ricordare l’efficacia della preghiera e come l’ex parroco di Beit Jala ha perseverato per anni a celebrare in loco la messa ogni venerdì alla presenza di dozzine di parrocchiani  e persone di ogni religione.

Il Patriarca, in questo Giovedì Santo, primo giorno del Triduo pasquale, ha concluso sottolinenando che questa notizia costituisce un “segno gioioso della Resurrezione” per i cristiani di Terra Santa.

Da tempo seguo la questione del 'muro ebraico' nella valle di Cremisan. Ho anch'io pregato, attendendo con speranza, l'esito degli interventi del Patriarcato presso il governo di Israele. A lungo si è rimasti in attesa delle decisioni della supram corte isrtaeliana. Ora finalmente è arrivata. E ' la notizia davvero bella che qui inserisco. Condivido la gioia delle famiglie della valle, dei monaci del monstaero e del seminario di Bet Jaila! Soprattutto rendo grazie al Signore che ha sostenuto il 'lavoro' del Patriarca e dei suoi vescovi per giungere a una soluzione favorevole alle richieste della comunità cristiana.

 

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 Non so se questa notizia possa essere ritenuta come una iniziativa pastorale. Credo di no. Ma è comunque interessante anche perchè chi la vive e la propone sono i ragazzi. Si tratta di una memoria  del richiamo di Lazzaro nella tomba 'già da quattro giorni' alla vita presente da parte di Gesù. Non una resurrezione ma....una guarigione. La memoria di questo evento è qui raccontata e mi ha  permesso di entrare anche nelle tradizioni cristiane di Terra santa. Ho ritenuto comunque di presentarla a chi legge questo mio sito

Scritto il 2 apr 2015 a Diocesi, Notizie della diocesi

La tradizione della “Resurrezione di Lazzaro” non muore

La tradizione della “Resurrezione di Lazzaro” non muore

JAFFA DI NAZARETH – La popolare tradizione orientale detta “La resurrezione di Lazzaro”, lungi dall’estinguersi, resta ancora molto vivace e, anche quest’anno, è stata onorata tra i cristiani di Galilea.

Questa tradizione è praticata il sabato precedente la Domenica delle Palme giorno in cui la liturgia orientale legge il vangelo della Resurrezione di Lazzaro. Essa consiste nel fatto che gruppi di ragazzi di una scuola (delle scuole medie e secondarie), o di una parrocchia o di altra struttura sociale, accompagnati da un educatore, passano di casa in casa cantando il racconto della Resurrezione di Lazzaro, nel dialetto locale, con una melodia semplice e variata. Nella casa viene aperto un rotolo di pergamena, come fosse un lenzuolo funebre, su di un malato (se ce ne è uno) o su un componente della famiglia che lo desideri o su uno degli stessi ragazzi, simboleggiando così l’atto di mettersi sotto la “benedizione vivificante” di Gesù. Al canto dell’ultima di strofa il malato è considerato come “uscito dalla tomba”.

Abitualmente ogni famiglia visitata lascia una offerta che va a rimpinguare le casse di un preciso progetto della scuola o della parrocchia. Di solito viene offerto anche un piccolo rinfresco.

Quest’anno, la scuola patriarcale latina di Jaffa di Nazareth ha organizzato ben dieci gruppi di ragazzi per attraversare i quartieri cristiani della loro cittadina. La scuola è in pieno sviluppo e in questo quadro la cassa comune della tradizione di Lazzaro troverà facilmente destinazione.

La tradizione, simile a quella dei “Bambini della stella” e dei “gruppi di carnevale”, ha generalmente lo scopo della beneficenza, ma custodisce anche un valore pastorale e di formazione alla fede del popolo.

Un gruppo di questa scuola è andato a bussare anche alla porta del Vicariato patriarcale di Nazareth per la gioia del vescovo e delle suore.

Testo dal nostro corrispondente di Jaffa di Nazareth. Foto di N.M.                                                                                                                                               

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Mercoledì 15 aprile 2015Nel mondo cristiano ci si prepara a vivere il tempo della misericordia dopo che Papa Francesco ha indetto il Giubileo straordinario. La disposizione del Santo Padre di celebrare l'inizio dell'anno giubilare nelle cattedrali e nei monasteri del mondo, aprendo come succede a Roma, la porta santa suggerisce di vederei n questa normativa il fortissimo desiderio che la misericordai divina giunga a tutte le genti, non solo ai cristiani e conforti chi si apre alla comversione in contesti molto diversi. Anhe la Terra santa si appresta a vivere questo tempo di grazia. E' una notizia di ieri apparsa proprio sul sito del Patriarcato. Ci sono nelle parole del celebrante,Mons Shomali, il vescovo vicario del Patriarca che fanno pensare poichè vengono rivolte alle comunità cristiane della  Chiesa madre.  Intanto  qui si può trovare  la cronaca dell'avvenimento reeligioso.

Scritto il 14 apr 2015

Il «Giubileo della Misericordia» annunciato dal Papa

ROMA – Domenica 12 aprile 2015, la Chiesa ha celebrato l’Ottava di Pasqua, che papa Giovanni Paolo II ha trasformato in «Domenica della Divina Misericordia». In questa occasione, papa Francesco ha pubblicato la bolla che proclama il Giubileo della Misericordia per l’anno 2015-2016.

Nei primi Vespri della Domenica, celebrata nella notte di Sabato, presso la Porta Santa della Basilica di San Pietro a Roma, il papa Francesco ha rilasciato la Bolla di indizione del Giubileo straordinario della Misericordia. Questa Bolla mette in luce il significato dell’anno giubilare e le sue condizioni.

Perché un anno santo? «Solo perché la Chiesa in questo tempo di grandi cambiamenti è chiamata, ha detto il Santo Padre, ad offrire forti segni della presenza e della vicinanza di Dio».

Nella Bolla, il Papa scrive che «la credibilità della Chiesa passa attraverso l’amore misericordioso e la compassione. La chiesa “vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia”. Forse capita che a volte dimentichiamo di mostrare e di vivere la via della misericordia. […] è triste vedere come l’esperienza del perdono è sempre più rara nella nostra cultura. Anche la parola a volte sembra scomparire. È giunto il momento per la Chiesa di riscoprire la buona notizia del perdono».

Questo anno giubilare sarà inaugurato l’8 dicembre 2015, il giorno dell’Immacolata Concezione, e terminerà il 20 novembre 2016, un anno dopo, la Domenica di Cristo Re.

«Bisogno nella diocesi di toccare i cuori»

È consuetudine che un anno santo inizia con l’apertura della Porta Santa delle quattro basiliche maggiori di Roma. Per una maggiore comunione e per il Giubileo, che si celebrerà a livello locale, il Santo Padre ha chiesto che anche una porta si apra in ogni diocesi. In Terra Santa, è probabile che venga aperta più di una porta, oltre quella della Co-Cattedrale, nei principali luoghi santi, come Betlemme e Nazareth.

«Abbiamo bisogno di ricordare a noi stessi della misericordia di Dio – ha esortato mons. Shomali, vicario patriarcale per Gerusalemme -. Questo è un appello anche per i non cristiani, perché la misericordia è un tema comune agli ebrei, e ai musulmani che spesso evocano il Dio misericordioso».

Diverse attività specifiche saranno attuate nella diocesi per vivere questa misericordia, per acquisirla, e «per toccare i cuori e perché tutti possano guadagnare più pietà», secondo mons. Shomali.

Le attività non riguardano solo i cristiani locali, ma anche i numerosi pellegrini che si recano in Terra Santa e avranno l’opportunità di approfondire il mistero della misericordia di Dio nei luoghi della morte e risurrezione di Cristo.

Ci sono un paio di mesi per avviare e completare i preparativi di un anno che segna anche il cinquantesimo anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II. Il papa Francesco apostrofa nella Bolla la chiesa intera perché venga ripreso il motto: «Questo è il momento di cambiare la vostra vita! Questo è il momento di lasciarsi toccare il cuore».

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L'Osservatore romano di mercoledì 13 maggio 2015 ha pubblicato un documento importante relativo ai rapporti dello Stato palestinese e il Vaticano. Lo pubblico perchè è un'passaggio'  forse decisivo per il futuro dei cristiani nella terra di Palestina. Seguirà un'intervista importante a un rappresentante della Santa sede che ha partecipato ai lavori.

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Comunicato congiunto della commissione bilaterale
tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina. A conclusione della riunione plenaria ·

13 maggio 2015

Il 13 maggio 2015, la Commissione Bilaterale tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina, che sta elaborando un Accordo Globale a seguito dell’Accordo di Base, firmato il 15 febbraio 2000, ha tenuto una Sessione Plenaria in Vaticano per riconoscere il lavoro svolto a livello informale dal gruppo tecnico congiunto dopo l’ultimo incontro ufficiale tenutosi a Ramallah presso il Ministero degli Affari Esteri dello Stato di Palestina il 6 febbraio 2014.

I colloqui sono stati guidati da Mons. Antoine Camilleri, Sotto-Segretario per i Rapporti della Santa Sede con gli Stati, e dall’Ambasciatore Rawan Sulaiman, Ministro degli Affari Esteri aggiunto per le Questioni Multilaterali dello Stato di Palestina.

I lavori si sono svolti in un’atmosfera cordiale e costruttiva. Affrontando i temi già esaminati a livello informale, la Commissione ha rilevato con grande soddisfazione il progresso compiuto nella stesura del testo dell’Accordo, che tratta degli aspetti essenziali della vita e dell’attività della Chiesa cattolica in Palestina.

Le due Parti hanno concordato che il lavoro della Commissione sul testo dell’Accordo si è concluso, e che l’Accordo sarà sottoposto alle rispettive autorità per l’approvazione prima di fissare una data nel prossimo futuro per la firma.

La Delegazione della Santa Sede era composta da:

1. Mons. Antoine Camilleri, Sotto-Segretario per i Rapporti con gli Stati.

2. S.E. Mons. Giuseppe Lazzarotto, Delegato Apostolico in Gerusalemme e Palestina.

3. S.E. Mons. Antonio Franco, Nunzio Apostolico.

4. P. Lorenzo Lorusso. O.P., Sotto-Segretario della Congregazione per le Chiese Orientali.

5. Mons. Alberto Ortega, Officiale della Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato.

6. P. Emil Salayta, Vicario giudiziale del Patriarcato Latino di Gerusalemme.

La Delegazione Palestinese era composta da:

1. Amb. Rawan Sulaiman, Ministro Aggiunto degli Affari Esteri per gli Affari Multilaterali.

2. Amb. Issa Kassissieh, Rappresentante dello Stato di Palestina presso la Santa Sede.

3. Sig. Ammar Hijazi, Vice Ministro Aggiunto degli Affari Esteri per gli Affari Multilaterali.

4. Sig. Azem Bishara, Consigliere Giuridico dell’OLP.

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Per il bene di tutta la società e della Chiesa

· Intervista al sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati ·

13 maggio 2015

Un’intesa sul testo e la prossima firma di un accordo globale tra le parti. Sono questi gli annunci diffusi oggi al termine della riunione plenaria delle delegazioni della Santa Sede e dello Stato di Palestina. Del loro significato parla, in un’intervista all’Osservatore Romano, monsignor Antoine Camilleri, sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati e Capo delegazione della Santa Sede che ha partecipato alla riunione.

Da dove nasce questo accordo e qual è il suo scopo?

 

L’intesa è frutto dell’accordo base tra la Santa Sede e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), firmato il 15 febbraio 2000. I rapporti ufficiali tra la Santa Sede e l’Olp furono stabiliti il 26 ottobre 1994 e in seguito fu costituita una commissione bilaterale permanente di lavoro che portò avanti i negoziati per l’accordo del 2000. Esso elenca tra l’altro diverse questioni riguardanti la vita della Chiesa e altre materie di comune interesse. Nell’accordo è previsto che la commissione prosegua i suoi lavori e proponga il modo di sviluppare i temi affrontati, compito che è stato svolto con continuità solo dopo il pellegrinaggio di Benedetto XVI in Terra Santa nel 2009. I negoziati ripresi nel 2010 hanno portato all’elaborazione dell’accordo attuale che ha come scopo di completare quello firmato nel 2000. Come tutti gli accordi che la Santa Sede firma con diversi Stati, quello attuale ha lo scopo di favorire la vita e l’attività della Chiesa cattolica e il suo riconoscimento a livello giuridico anche per un suo più efficace servizio alla società.

Ci può anticipare qualcosa del contenuto?

Il testo ha un preambolo e un primo capitolo sui principi e le norme fondamentali che sono la cornice in cui si svolge la collaborazione tra le parti. In essi si esprime, ad esempio, l’auspicio per una soluzione della questione palestinese e del conflitto tra israeliani e palestinesi nell’ambito della Two-State Solution e delle risoluzioni della comunità internazionale, rinviando a un’intesa tra le parti. Segue un secondo importante capitolo sulla libertà religiosa e di coscienza, molto elaborato e dettagliato. Ci sono poi altri capitoli su diversi aspetti della vita e dell’attività della Chiesa nei Territori palestinesi: la sua libertà di azione, il suo personale e la sua giurisdizione, lo statuto personale, i luoghi di culto, l’attività sociale e caritativa, i mezzi di comunicazione sociale. Un capitolo è infine dedicato alle questioni fiscali e di proprietà. Insomma, diversi aspetti dell’attività della Chiesa.

E potrebbe servire da modello per eventuali accordi con altri Paesi a maggioranza musulmana?

Ogni accordo che la Santa Sede stabilisce con altri soggetti di diritto internazionale cerca di adattarsi alla situazione concreta del Paese in questione. In questo caso, trattandosi della presenza della Chiesa nella terra dove è nato il cristianesimo, l’accordo ha una valenza e un significato del tutto particolare. Il fatto che in esso si riconoscano chiaramente, tra le altre cose, la personalità della Chiesa e la libertà religiosa e di coscienza può essere seguito da altri Paesi, anche da quelli a maggioranza musulmana, e mostra che tale riconoscimento non è incompatibile con il fatto che la maggioranza della popolazione del Paese appartenga a un’altra religione.

Un accordo di diritto internazionale che riguarda la vita della Chiesa nel luogo: qual è l’opinione della Chiesa locale e come è stata coinvolta nelle trattative?

Come lei ha accennato, l’accordo è stato stipulato dalla Santa Sede in quanto soggetto di diritto internazionale, ma con lo scopo di tutelare e di favorire l’attività della Chiesa sul posto. La delegazione della Santa Sede, che ha partecipato alle riunioni della commissione bilaterale di lavoro e che ho avuto l’onore di presiedere in questi ultimi due anni, conta tra i suoi membri non solo il rappresentante pontificio, i superiori e gli officiali della Segreteria di Stato e della Congregazione per le Chiese orientali, ma anche rappresentanti della Chiesa locale, delle diverse comunità e dei diversi riti. Inoltre, i vescovi e i responsabili di quelle comunità sono stati sentiti in ogni momento delle trattative e i loro suggerimenti sono stati accolti e presentati alla controparte. È stato un lavoro di squadra che esprime il sentire della Chiesa locale, la quale intrattiene buoni rapporti con le autorità palestinesi ed è lieta di raggiungere questo traguardo.

Sono in corso negoziati anche con lo Stato di Israele? C’è qualche relazione tra i due accordi?

I negoziati con lo Stato di Israele hanno avuto uno sviluppo significativo a partire dal luglio 1992 e dalla costituzione, anche in questo caso, di una commissione bilaterale di lavoro tra le parti. Questa ha portato all’elaborazione e alla successiva firma dell’accordo fondamentale tra le parti nel dicembre 1993, cui è seguito lo stabilimento delle relazioni diplomatiche nel giugno 1994. In esso erano previste ulteriori intese per affrontare alcune questioni concrete. C’è stato poi un Accordo sulla personalità giuridica delle istituzioni cattoliche (Legal Personality Agreement), firmato nel novembre 1997. E poi, dal marzo 1999, sono in corso i negoziati in vista della conclusione del cosiddetto Accordo economico, che è quasi pronto e che mi auguro possa essere presto firmato a beneficio di ambo le parti. Trattandosi di diverse questioni tecniche piuttosto dettagliate, nelle quali sono implicati diversi dicasteri, le trattative hanno preso più tempo del previsto, anche perché a volte i lavori sono stati rallentati da altri fattori. Tuttavia, anche se entrambi gli accordi, quello con gli israeliani e quello con i palestinesi, riguardano la presenza della Chiesa in Terra Santa, si tratta di due intese indipendenti l’una dall’altra.

L’intesa raggiunta nel 2000 era stata firmata tra Santa Sede e Olp, questa tra Santa Sede e Stato di Palestina. Come mai questo cambiamento?

Il 29 novembre 2012 è stata adottata da parte dell’Assemblea generale dell’Onu la risoluzione che riconosce la Palestina quale Stato osservatore non membro delle Nazioni Unite, e lo stesso giorno la Santa Sede, che ha anch’essa lo status di osservatore presso l’Onu, ha pubblicato una dichiarazione. Questa ha accolto con favore il risultato della votazione, inquadrata nei tentativi di dare una soluzione definitiva, con il sostegno della comunità internazionale, alla questione già affrontata con la risoluzione 181 del 29 novembre 1947 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, la quale prevedeva la creazione di due Stati, di cui finora uno solo ha visto la luce. Si segnalava, inoltre, che si poteva rispondere adeguatamente ai problemi esistenti nella regione solo impegnandosi effettivamente a costruire la pace e la stabilità nella giustizia e nel rispetto delle legittime aspirazioni, tanto degli israeliani quanto dei palestinesi, con la ripresa in buona fede dei negoziati. Il riferimento allo Stato di Palestina e quanto affermato nell’accordo sono dunque in continuità con quella che è stata allora la posizione della Santa Sede.

L’accordo potrebbe avere ripercussioni in ambito politico?

Anche se in modo indiretto, sarebbe positivo che l’accordo raggiunto potesse in qualche modo aiutare i palestinesi nel vedere stabilito e riconosciuto uno Stato della Palestina indipendente, sovrano e democratico che viva in pace e sicurezza con Israele e i suoi vicini, nello stesso tempo incoraggiando in qualche modo la comunità internazionale, in particolare le parti più direttamente interessate, a intraprendere un’azione più incisiva per contribuire al raggiungimento di una pace duratura e all’auspicata soluzione dei due Stati. Questo sarebbe un bel contributo per la pace e la stabilità in una regione da tanto tempo afflitta da conflitti, e da parte loro la Santa Sede e la Chiesa locale sono desiderose di collaborare in un cammino di dialogo e di pace.

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Lunedì 25 maggio 2015

Una settimana fa Papa Francesco riconosceva sante due religiose arabe, le prime dei tempi moderni. La cronaca, i video di quell'evento in Roma si possono trovare in questo sito alla pagina 'Le due sante' e 'Le sante 2'. sull'evento Mons. Shomali, il vescovo di Gerusalemme ha  rilasciato un'intervista nella quale  riconosceva l'importanza dell'avvenimento per tutto il Medio Oriente e per tutta la Chiesa e nel contempo esprimeva tutta la gioia del popolo di Palestina per la canonizzazione delle due religiose. Penso di pubblicarla per chi osa leggere questo mio piccolo  'coso' , anche per condividere le  le speranze e i sentimenti di Mons. Shomali, a me tanto caro.

Comunicato congiunto della commissione bilaterale
tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina

· ​A conclusione della riunione plenaria ·

Il 13 maggio 2015, la Commissione Bilaterale tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina, che sta elaborando un Accordo Globale a seguito dell’Accordo di Base, firmato il 15 febbraio 2000, ha tenuto una Sessione Plenaria in Vaticano per riconoscere il lavoro svolto a livello informale dal gruppo tecnico congiunto dopo l’ultimo incontro ufficiale tenutosi a Ramallah presso il Ministero degli Affari Esteri dello Stato di Palestina il 6 febbraio 2014.

I colloqui sono stati guidati da Mons. Antoine Camilleri, Sotto-Segretario per i Rapporti della Santa Sede con gli Stati, e dall’Ambasciatore Rawan Sulaiman, Ministro degli Affari Esteri aggiunto per le Questioni Multilaterali dello Stato di Palestina.

I lavori si sono svolti in un’atmosfera cordiale e costruttiva. Affrontando i temi già esaminati a livello informale, la Commissione ha rilevato con grande soddisfazione il progresso compiuto nella stesura del testo dell’Accordo, che tratta degli aspetti essenziali della vita e dell’attività della Chiesa cattolica in Palestina.

Le due Parti hanno concordato che il lavoro della Commissione sul testo dell’Accordo si è concluso, e che l’Accordo sarà sottoposto alle rispettive autorità per l’approvazione prima di fissare una data nel prossimo futuro per la firma.

La Delegazione della Santa Sede era composta da:

1. Mons. Antoine Camilleri, Sotto-Segretario per i Rapporti con gli Stati.

2. S.E. Mons. Giuseppe Lazzarotto, Delegato Apostolico in Gerusalemme e Palestina.

3. S.E. Mons. Antonio Franco, Nunzio Apostolico.

4. P. Lorenzo Lorusso. O.P., Sotto-Segretario della Congregazione per le Chiese Orientali.

5. Mons. Alberto Ortega, Officiale della Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato.

6. P. Emil Salayta, Vicario giudiziale del Patriarcato Latino di Gerusalemme.

La Delegazione Palestinese era composta da:

1. Amb. Rawan Sulaiman, Ministro Aggiunto degli Affari Esteri per gli Affari Multilaterali.

2. Amb. Issa Kassissieh, Rappresentante dello Stato di Palestina presso la Santa Sede.

3. Sig. Ammar Hijazi, Vice Ministro Aggiunto degli Affari Esteri per gli Affari Multilaterali.

4. Sig. Azem Bishara, Consigliere Giuridico dell’OLP.

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Scritto il 22 mag 2015 a

Mons. Shomali: “La canonizzazione è motivo di speranza per i nostri cristiani”

Mons. Shomali: “La canonizzazione è motivo di speranza per i nostri cristiani”

TERRASANTA – Domenica 17 maggio, Papa Francesco ha canonizzato due religiose palestinesi, Maria-Alfonsina Ghattas e Mariam Bawardi. Mons. William Shomali, vescovo ausiliare di Gerusalemme, ha reso nota allAED la sua speranza per la Terra Santa e la Chiesa Universale.

 “La canonizzazione delle religiose palestinesi Maria-Alfonsina Ghattas e Mariam Bawardi, è motivo di speranza per i cristiani di Terra Santa”, ha affermato mons. William Shomali, vescovo ausiliare del Patriarcato latino di Gerusalemme, in una recente intervista rilasciata all’AED. “Le nuove sante originarie della Palestina rendono visibile la santità. Santa Maria-Alfonsina era di grandissima umiltà. Santa Mariam ha condotto una vita di preghiera e di pietà molto intensa. Conoscere la vita di queste nuove sante ci spinge ad imitarle. Per noi cristiani di qui è davvero un grande incoraggiamento. Questo rende più bella l’immagine del nostro popolo: capace di generare dei santi e non solamente dei terroristi”.

Secondo le informazioni di mons. Shomali, più di 2000 pellegrini – da Israele, dal Libano e dalla Palestina – si sono recati a Roma per partecipare alla liturgia con Papa Francesco. ACN-20150513-24640-300x199Con riferimento alla presenza del presidente palestinese, Mahmud Abbas, il vescovo afferma: “La canonizzazione è innanzi tutto un evento spirituale. Il nostro Presidente, saputo che due Palestinesi sarebbero state canonizzate, ha voluto rendersi presente. Egli si sente amico di papa Francesco. E così l’evento ha assunto anche dimensioni politiche. Il nome della Palestina è apparso sui media. Molti hanno sventolato le bandiere. Questo non ci disturba. Ma non possiamo ridurre questo evento al solo aspetto politico. Ripeto: si tratta soprattutto di un evento spirituale”.

Mons. Shomali ha inoltre sottolineato come sia importante che le due sante siano originarie del Medio Oriente. “Numerosi santi sono di origini europee o americane. Negli ultimi tempi solo pochi santi sono stati originari del Medio Oriente. Ma queste due religiose sono nate in Terra Santa, una terra venerata dai cristiani di tutto il mondo. Ora la Terra Santa conta due luoghi santi in più”.

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Il Vescovo ausiliare attribuisce una grande importanza a questa canonizzazione, importanza stimata a livello della Chiesa Universale. “Le due sante di Palestina sono patrimonio di tutta la Chiesa. Una delle guarigioni miracolose attribuite a santa Mariam si è compiuta a Siracusa, in Sicilia. Dopo una novena, un bambino colpito da una malattia cardiaca è completamente guarito, senza spiegazione scientifica. Il che dimostra come le due nuove sante non intercedano solamente per la Terra Santa, ma bensì per la Chiesa Universale”.

Mons. Shomali spera che la canonizzazione sia di buon augurio per un anno buono in Terra Santa.

“Io spero, grazie alla canonizzazione, che il 2015 sia un anno migliore rispetto al 2014, segnato dalla guerra a Gaza e da disordini a Gerusalemme. Però, non si può vedere tutto scuro: nel 2014 il Santo Padre è venuto in Terra Santa, il presidente egiziano Al Sissi ha vinto le elezioni, motivo di gioia per i Copti. Sempre nel 2014 si è costituita la coalizione contro lo Stato Islamico anche se, a dire il vero, fino ad oggi non ha segnato molti successi a suo vantaggio. Speriamo che quest’anno le cose cambino. Preghiamo chiedendo di essere esauditi, soprattutto per la Siria e l’Iraq. Il Signore è padrone della Storia, ne può cambiare il corso”.

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Martedì 9 giugno 2015

La liturgia romana ed anche qella ambrosiana celebrano la ' Solennità del Corpus Domini' il giovedì dopo la 'Festa della SS. Trinità'. Quest'anno è stata  celebrata giovedì 4 giugno 2015. Anche nella nostra città. E' intervenuto il Cardinal Tettamanzi che ha presieduto la S. Messa presso la chiesa di Don Orione e la processione eucaristica fino alla Chiesa di Santa Valeria. Un 'buon cammino' in un importante settore della cittadina brianzola. Io ho celebrato in mattinata nella piccola comunità dell'antica parrocchia della Madonna Addolorata al Lazzaretto. Non ho ppotuto fare a meno di 'rivedere' nella memoria la solennità del Corpsu Domini celebrata per anni nella splendia parrocchiale di Lissone. Però ho voluto 'pensarmi' anche a Gerusalemme, dove la solenne liturgia s è tenuta al Santo Sepolcro presieduta dal patriarca Twal. Ho ripreso un  articolo dal sito dove si fa la cronaca di quel giorno.

Il Corpus Domini al Santo Sepolcro: Manna Celeste per il nostro deserto!

GERUSALEMME – È oggi, giovedì 4 giugno, che il Patriarca latino, coi suoi sacerdoti e i francescani della Custodia di Terra Santa, ha celebrato la Festa del Corpus Domini nella Basilica del Santo Sepolcro.

Alle 8 e 30 i seminaristi di Beit Jala erano già pronti al patriarcato per accompagnare, coi francescani, il Patriarca alla Chiesa della Resurrezione per la mattina di preghiera.

Ogni anno, il giovedì che segue la domenica della SS. Trinità, la Chiesa celebra il sacramento che commemora il Sacrificio col quale Gesù Cristo, Figlio di Dio ha donato la redenzione agli uomini. La Chiesa celebra la Nuova ed Eterna Alleanza stipulata dal Sangue di Cristo crocifisso, morto e risorto – Hic – a Gerusalemme.

Davanti alla tomba di Cristo, a qualche passo dal luogo dove si è offerto in sacrificio per il mondo, il Golgota, molti sacerdoti, seminaristi, religiosi, religiose e fedeli laici, locali e stranieri, hanno partecipato alla Messa presieduta dal Patriarca Twal.

Nella sua omelia in italiano, mons. Twal ha ricordato l’immagine classica ricavata dalla Bibbia e utilizzata dai Padri e Dottori della Chiesa, che ha visto nella Manna discesa sul popolo in cammino nel deserto una “prefigurazione” della vera “Manna Celeste” che è il Corpo di Cristo stesso. “Anche noi, in questo pellegrinaggio terreno a Gerusalemme e a partire da Gerusalemme, siamo protesi verso la Patria celeste e siamo nutriti ogni giorno di questo Pane celeste, che è la Santa Comunione”, ha spiegato il Patriarca. “Ogni cammino, non sarà mai privo di insidie, di difficoltà e di incomprensione. Ma chi si mantiene fedele, nutrito da questa «manna del cielo» (Dt 8,16), giungerà alla meta tanto desiderata. Il Patriarca ha poi ricordato che: “Il nostro cammino e la nostra missione in Terra santa e in Tutto il Medio Oriente, sono ora più difficili che mai”.

Alla fine della Messa tutti sono stati invitati a portare dei ceri per la processione attorno alla Edicola della Tomba, seguendo il Patriarca che, emozionato, recava il Santissimo.

Infine tutti hanno potuto adorare il Santissimo e ricevere la triplice benedizione: davanti alla Tomba, davanti all’altare della Apparizione e da ultimo nella Cappella del Santissimo.

Festeggiare il Corpo di Cristo proprio là dove fu inchiodato sulla croce, deposto nel sepolcro e risorto il terzo giorno, è certamente una grazia unica per gli abitanti di Gerusalemme e i pellegrini nella Terra di Gesù.

 

Firas Abedrabbo

 

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19 giugno2015

E' cosa necessaria sapere quanto succede in Terra santa. Soprattutto quando la Chiesa Madre è presa di mira e subisce violenza.

 

Incendio criminale a Tabgha: comunicato dell’Assemblea degli Ordinari Cattolici

 

COMUNICATO – L’Assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa, con un comunicato stampa, ha espresso la sua condanna sui fatti di questa notte, 18 giugno 2015, nel santuario di Tabgha in Galilea.

  Comunicato

 Condanna dell’incendio criminale perpetrato contro la chiesa di Tabgha

 Questa mattina ascoltando la radio israeliana che diffondeva la notizia dell’incendio di Tabgha, i Cristiani di Terra Santa, Vescovi e fedeli, sono stati molto turbati apprendendo che, nella notte, l’incendio era stato dolosamente provocato all’interno del Santuario della Moltiplicazione dei Pani, e che un monaco e una volontaria tedesca, intossicati dal fumo, erano stati ricoverati all’ospedale.

Si tratta, ancora una volta, di un atto violento compiuto da individui intolleranti e senza scrupoli che danneggiano l’immagine della Terra Santa offendendo i cristiani del paese e la Chiesa cattolica nel suo insieme. Essi nuociono anche all’idea di uno Stato che si definisce democratico, tollerante e sicuro.

Noi condividiamo lo sgomento dei Padri Benedettini, custodi del santuario ed esprimiamo loro la nostra solidarietà.

È la terza volta che la comunità benedettina di Terra Santa è colpita da simili attacchi criminali: l’anno scorso, sempre a Tabgha, il 27 aprile 2014, dei giovani ebrei estremisti se la sono presa con delle croci e dei religiosi. Nell’Abbazia benedettina del Monte Sion, a due passi dal Cenacolo, il 26 maggio 2014, pochi minuti dopo la partenza di papa Francesco, fu fatto scoppiare un incendio. Gli stessi monaci benedettini del Sion sono spesso oggetto di atti di disprezzo e di violenza.

Questo nuovo gesto criminale nuoce gravemente alla coesistenza delle comunità religiose del paese: Ebrei, Cristiani e Musulmani. Insieme, essi devono lottare contro questo tipo di manifestazioni di estremismo e di violenza. L’educazione dei giovani nelle scuole religiose deve essere fatta a favore della tolleranza e della coesistenza.

 

In questi ultimi mesi altri attacchi sono stati compiuti a danno di moschee o di luoghi cristiani senza che questo abbia avuto una sanzione. Esigiamo, vista la gravità dei fatti, che ci sia una inchiesta rapida e che i colpevoli di questo ennesimo vandalismo siano giudicati.

Ringraziamo i politici e i capi religiosi che hanno condannato questo atto e manifestato la loro solidarietà.

La nostra società ha bisogno della nostra testimonianza a favore del rispetto della dignità di ogni uomo e di ogni donna, del rispetto per la loro fede, della custodia per la sacralità di tutti i luoghi santi e del libero accesso ad essi da parte dei fedeli.

I Vescovi Cattolici di Terra Santa

In questa pagina 'in fondo' si può trovare un video sull'incendio doloso a Tagba

 

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Martedì 23 giugno 2015

Gerusalemme è una parrocchia sola. La chiesa parrocchiale è quella di San Salvatore. Il suo parroco è un amico carissimo, frate sul serio, intelligente, preparato all'impegno pastorale dopo gli anni di Gerico, intraprendente, aperto a una pastorale 'nuova' nella amata città santa. E' Padre Feras.

Ho voluto ricordarlo perchè ieri è apparsa una sua foto bella, un volto dal quale traspare fiducia, serenità e gioia di vivere la sua vocazione e il suo ministero. Eccola.

 CHI E' PADRE FERAS

 

di Giuseppe Caffulli, da Gerusalemme | settembre-ottobre 2012

Fra Feras Hejazin, parroco francescano della parrocchia latina di San Salvatore a Gerusalemme, con alcuni bimbi.

A dispetto della mole imponente, fra Feras ha lo sguardo mite di un bambino. Lo accompagno una mattina, insieme a due missionarie della Carità (le suore di Madre Teresa) nel consueto giro per ospedali ed ammalati. Prima al nosocomio luterano di Gerusalemme (l’Augusta Victoria, che vanta oltre un secolo di vita), dove entra ed esce dai reparti con un sorriso per tutti, amministra i sacramenti e conforta i parenti. Nella grande struttura che domina la città vecchia, sono ricoverati soprattutto arabi di Gerusalemme Est. «Musulmani e cristiani, uniti dal Calvario della malattia», spiega il religioso, mentre con la sua auto si incunea nelle strade strette che scendono dal Monte degli Ulivi.

Neppure il tempo per un caffè, ed eccolo ripartire per una visita ad alcune famiglie che vivono particolari situazioni di dolore o disagio: un figlio gravemente handicappato, un anziano non più autosufficiente, una mamma in difficoltà… «Cerco di essere loro vicino, di fare sentire che la Chiesa li sostiene e che l’amore di Cristo guarisce anche le ferite più profonde».

Lui, fra Feras Hejazin è il parroco francescano di San Salvatore, la parrocchia latina di Gerusalemme. Giordano, poco più che quarantenne, dopo un lungo periodo trascorso nella parrocchia di Gerico (cfr Terrasanta, maggio-giugno 2010) è a Gerusalemme ormai da un paio d’anni, come responsabile della comunità cristiana più numerosa e vivace della Città Santa. «Una realtà complessa, non sempre facile da capire, sconosciuta ai più», mi dice guardandomi dritto con i grandi occhi azzurri,  mentre nell’ufficio parrocchiale, da cui si scorge a poche centinaia di metri la grande cupola del Santo Sepolcro, non smette di squillare il telefono.

E allora, proprio per capire questa realtà «sconosciuta ai più», mi accodo nel giro pressoché quotidiano che fra Feras fa tra la gente del suo quartiere, tra viottoli e case accalcate una a ridosso dell’altra, angusti cortili, scale ripide e i tanti suoni e rumori della vita che pulsa nel cuore di Gerusalemme.

«I pellegrini passano di qui – dice indicando le due strade principali che da Porta Nuova e dalla Porta di Jaffa scendono verso il Sepolcro – ma ignorano che in questi viottoli, in queste case, vivano dei cristiani come loro. E ignorano quasi del tutto la loro condizione. Vuoi rendertene conto?».

A cento metri dall’ingresso della parrocchia latina, sulla strada che porta il nome di San Francesco, un primo carruggio svolta a sinistra. E da lì si apre un mondo: bambini che giocano al crocicchio tra due strade, sotto un portone dove, nella pietra, è incisa la croce di Terra Santa. Famiglie che condividono lo stesso tetto, in case anguste e spesso umide. Piazzette di cui non sospetteresti l’esistenza sulle quali si affacciano bambine curiose da dietro le finestre, donne anziane che sgranano rosari e giovani mamme con bambini al collo. E poi il vociare dei ragazzi all’ingresso delle scuole, tra cui quella gestita dalla Custodia di Terra Santa.

Da un caseggiato risuonano colpi di martello e alcuni muratori escono spingendo una carriola. «Abuna», gli viene incontro salutando un operaio. «La Custodia di Terra Santa – spiega fra Feras – sta da tempo sistemando gli immobili di sua proprietà nel quartiere, per offrire una sistemazione più decorosa alle tante famiglie cristiane che vivono in case malsane quando non fatiscenti. Questo impegno si sposa con la cosiddetta Opera delle case, che ha permesso di costruire a Betfage e a Beit Hanina dei nuovi caseggiati per le famiglie di Gerusalemme».

La famiglia è indubbiamente al centro dell’impegno pastorale della parrocchia di San Salvatore. Lo si tocca con mano nella cura che fra Feras e l’équipe pastorale che lo affianca (di cui fa parte anche un diacono) mettono nella preparazione delle giovani coppie al matrimonio: 10 incontri dove vengono affrontati i temi legati al sacramento e alla fede cristiana, ma anche le problematiche psicologiche e relazionali della vita a due… Il Centro famigliare e il Consultorio sono poi due strumenti di ascolto a servizio di tutti coloro che, nel cammino del matrimonio o nel complicato compito di genitori, dovessero incontrare difficoltà. «Il lavoro, la casa, le ristrettezze economiche… I nostri cristiani di Gerusalemme vivono certamente in un contesto difficile. Gli spazi sono spesso angusti… E ai bambini manca perfino lo spazio per giocare!».

Sarà per questa ragione che decine di famiglie negli ultimi anni, da Gerusalemme, ma anche da altre zone della parrocchia (che si spinge da un lato fino al muro di separazione, verso Ramallah; dall’altro fino ai confini di Betlemme), si sono trasferite a Beit Hanina, dove sorge una succursale della parrocchia. E dove ampi spazi (tra cui il campo da calcio), aule parrocchiali e sale per incontri e feste, offrono ogni giorno a bambini, adolescenti, giovani, e famiglie la possibilità di stare insieme e di crescere nella fede. Fra Nerwan Al Banna, iracheno, è l’animatore instancabile di questa realtà vivace, dove si accalcano nei giorni di festa (il venerdì,  specialmente) i ragazzi cristiani di Beit Hanina. «Vengono qui da noi non solo i cattolici latini, ma anche i melchiti. E alcuni fedeli delle Chiese ortodosse. Per noi non fa differenza», mi racconta mentre mi mostra i bei locali del convento di San Giacomo, attrezzato anche per ospitare gruppi di pellegrini, che qui possono sostare per il pranzo, la celebrazione eucaristica e l’incontro con la comunità cristiana locale.

Fra Newan viene da Mossul, l’antica Ninive, e si è buttato con entusiasmo nella pastorale giovanile di questo popoloso quartiere alla periferia di Gerusalemme. Qui, come in città vecchia, si ritrovano i gruppi degli universitari, la Gioventù operaia cristiana, gli scout, la Gioventù francescana…. «Per me iracheno scampato al dramma della guerra nel mio Paese, non è difficile capire lo stato d’animo di questi fratelli palestinesi. E le loro difficoltà. La nostra sfida di ogni giorno è quella di instillare speranza nel cuore di questa gente, specie dei giovani. E cercare di contenere la tentazione di andarsene per sempre dalla loro terra».

La parrocchia di Gerusalemme, circa 6 mila fedeli sparsi tra la città vecchia, Beit Hanina, Beit Safafa, Betfage e Betania, continua ad essere uno dei polmoni vitali della presenza cristiana in Terra Santa. Un luogo da cui non si può prescindere se si intende accostare la Terra Santa in maniera non frettolosa. «Gerusalemme - si inserisce fra Feras - è il luogo dove la Chiesa ha avuto inizio e dove si è formata la prima comunità cristiana. Noi, cristiani di Gerusalemme, siamo una sorta di ponte che collega la Chiesa sparsa in tutto il mondo alle sue radici. Per questo mi sento di lanciare una proposta alle comunità cristiane: venite a visitarci, stringete con noi legami di amicizia e collaborazione. Noi saremo fortificati dal vostro sostegno. Voi avrete una ragione in più per guardare con attenzione e fede alla città dove Dio ha voluto incontrare l’uomo».

Incendio a Tabga