INTRDUZIONE ALLA PAGINA DEL PATRIARCATO N. 9

Di ritorno da Gerusalemme dove ho celebrato i santi riti pasquali davanti al sepolcro nella basilica omonima sono incappato in un 'virus' che mi costringe a letto ormai da giorni. Attendo impaziente di riprendere il mio piccolo ministero al servizio della chiesa che è in Seregno. Intanto, salute permettendo continuo a seguire gli eventi di terra santa. Notizie che denunciano situazioni difficili  ma anche speranze. E' il caso della recente decisione del re di Giordania di finanziare i lavori di restauro del santo sepolcro. Per la verità, teso a vivere l'esperienza liturgica della passione e della resurrezione del  Signore non ci ho fatto caso.  pare però che questi restauri si siano resi urgenti per la particolare condizione in cui si trovano le pietre che lo costituiscono. Una lettura critica della decisione del re l'ho trovata su Vaticaninsider e mi affretto a inserirla nel mio dossier.Non è una notizia di poco conto anche per le ricadute politiche che la decisione pare comporti nell'area del Medio Oriente. Intanto ripoto il testo di Vatican che ringrazio

 

Re Abdallah di Giordania finanzia il restauro del Santo Sepolcro

Il Sovrano musulmano ha inviato al patriarca greco ortodosso di Gerusalemme una donazione per sostenere le spese. Un nuovo gesto di vicinanza ai cristiani della casa reale giordana. Ma anche una mossa politica per ribadire le prerogative di Amman su Gerusalemme
11/04/2016
giorgio bernardelli
Roma

«Sua maestà Abdallah II ha inviato una beneficenza reale (makruma) per provvedere - a spese personali di sua maestà - al restauro della tomba di Gesù nella chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme». Ad annunciarlo è l’agenzia di stampa giordana Petra che cita una lettera ufficiale inviata dalla corte hashemita al patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, Teofilo III. Sarà dunque un Sovrano musulmano che si fregia del titolo di discendente diretto del Profeta Maometto a sostenere le spese del restauro dell’edicola del Santo Sepolcro, il luogo della Sepoltura e della Resurrezione di Gesù a Gerusalemme, da secoli il luogo più venerato dai cristiani di tutto il mondo.  

 

Il restauro era stato annunciato due settimane fa - alla vigilia della Pasqua per il mondo occidentale - dalle tre confessioni cristiane che per ragioni storiche condividono la giurisdizione sulla chiesa più importante di gerusalemme: i greco-ortodossi, i latini (rappresentati dai Francescani della Custodia di Terra Santa) e gli armeni. Il restauro è necessario per via del degrado della struttura, dovuto all’alterazione progressiva delle malte creata dall’umidità causata dal respiro delle migliaia di pellegrini e dal fumo delle candele. C’è già uno studio e un progetto ben preciso per l’intervento elaborato dalla National Technical University di Atene sul quale c’è l’accordo di tutte le parti: i lavori dovrebbero durare otto mesi e concludersi all’inizio del 2017. Fino a ieri, però, si parlava di un intervento che sarebbe stato finanziato dalle tre confessioni, da contributi pubblici erogati dal governo greco e da benefattori privati.  

L’annuncio giunto da Amman cambia ora le carte in tavola ed è stato subito salutato con grande favore dal patriarca Teofilo III, che guida la più folta tra le comunità cristiane della Terra Santa. «Sua Maestà re Abdallah incarna nei fatti, e non solo a parole, la convivenza tra musulmani e cristiani in tutto il mondo e in particolare in Terra Santa», ha dichiarato ancora all’agenzia Petra commentando la donazione. «Il ruolo svolto dalla Giordania nella protezione della presenza dei cristiani in Terra Santa è chiaro e innegabile - continua il Patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme - Re Abdallah sta guidando gli sforzi di tutti i giordani nel seminare i semi dell’amore e della fratellanza tra musulmani e cristiani in questa era in cui guerre settarie stanno bruciando intere nazioni, come tutti possiamo vedere». 

C’è però anche un aspetto politico non indifferente nella scelta di re Abdallah. Ed è lo stesso Teofilo III a sottolinearlo, riconoscendo al sovrano hashemita il titolo di «guardiano e custode dei luoghi santi cristiani e musulmani a Gerusalemme». Per il Re di Giordania finanziare il restauro del Santo Sepolcro è anche un modo per affermare le proprie prerogative sui luoghi santi, che fino alla «Guerra dei Sei Giorni» del 1967 ricadevano sotto sovranità giordana. Luoghi santi che a Gerusalemme sono sì quelli cristiani, ma anche la moschea di al Aqsa e la «Cupola della Roccia», sulla spianata che sorge sopra al Muro del Pianto. Lo stesso trattato di pace firmato tra Israele e la Giordania negli anni Novanta a parole riconosce questo ruolo storico del regno hashemita; nei fatti però il suo esercizio pratico nella Gerusalemme che lo Stato ebraico considera come propria capitale unica e indivisibile è diventato sempre più materia incandescente nella «Città Santa».  

Ci sono dunque piani e motivazioni diverse che si intrecciano nella scelta compiuta da re Abdallah II. Da notare, infine, che nella sua dichiarazione il patriarca Teofilo III ricollega espressamente la donazione giordana al «Patto di Omar», l’accordo stipulato nell’anno 637 al momento della conquista di Gerusalemme da parte araba. In quell’occasione il califfo Omar, il secondo successore di Maometto, rispettò la basilica del Santo Sepolcro, lasciandola al culto dei cristiani anziché trasformarla in moschea. Ed è grazie a questo primo fondamentale gesto di un Califfo che l’edicola del Santo Sepolcro è potuta sopravvivere come un luogo cristiano alle mille vicissitudini che hanno attraversato la lunga storia di Gerusalemme. E ora - nel tempo in cui un sedicente califfo profana i luoghi dei cristiani in Siria e in Iraq - riaffermare il Patto di Omar vuole essere un messaggio preciso al mondo musulmano a partire dalla sua storia e identità. 

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Per la verità la decisione di porre mano al restauro era già stata presa. Il progetto era ormai pronto. Il finanziamento doveva essere supportato dalle convfessioni cristiane e dagli armeni. Ne fà una dettaliata memoria sempre Vaticaninsider che riprendiamo.

 

Gerusalemme, presto al via il restauro della tomba di Gesù

La conferma dal sito dei Francescani della Custodia di Terra santa. L’attuale edicola ha più di 200 anni, i danni causati dall’imponente frequentazione di turisti e pellegrini. I lavori termineranno all’inizio del 2017 e saranno finanziati da cattolici, greco-ortodossi e armeni. Il precedente articolo ha dato una notizia che in pratica annulla queso progetto. Sarebbe interessante cercare dicogliere il senso e gli obbiettivi della mossa giorana anche se resta comunque ua 'bella noizia. Ho fatto caso al gesto del re che si rivolge al patriarca ortodosso per fare la donazione. Riporto una sensazione particolare davanti a uesta decisione: si rivoge agli ortodossi, dimenticando quindi le altre presenze cristiane in Terra santa, gli armeni, i franescani, il patriarcato latino.....Ecco l'articolo che precede come detto quello precedente
 

 

 

 

 

 

24/03/2016
mauro pianta
torino

La tomba di Gesù, situata al centro della rotonda del Santo Sepolcro, verrà presto restaurata. Si tratterà di un intervento di natura conservativa: l’edicola verrà smontata e poi ricostruita identica all’attuale. Solo le parti più rovinate o troppo fragili verranno sostituite. E’ quanto si legge in un articolo molto documentato apparso sul sito della Custodia di Terra Santa a firma di Marie-Armelle Beaulieu.

Proprio i responsabili delle Chiese di Terra Santa che custodiscono la Basilica della Resurrezione negli ultimi mesi hanno lavorato in gran segreto conducendo approfonditi studi sulla possibilità di restaurare la Tomba di Cristo. Tomba, che al momento si trova  in stato di avanzato degrado.

All’inizio di marzo si è tenuta ad Atene una conferenza  cui hanno partecipato alcuni Ministri del Governo greco, i Patriarchi Greco-ortodossi di Atene e Gerusalemme, Teofilo II, il Custode di Terra Santa, Fra Pierbattista Pizzaballa, il Patriarca armeno Nourhan Manougian, oltre ad un  centinaio d’invitati.

Durante l'incontro, la professoressa Antonia Moropoulou, Docente della National Technical University di Atene (NTUA), ha presentato i risultati dello studio diretto da lei sullo stato dell'edificio.

La docente ha evidenziato i difetti strutturali dell'edificio, sottolineando  i fattori contemporanei che contribuiscono a rendere fragile l'insieme. Al primo posto, ovviamente, l'imponente frequentazione della Basilica di pellegrini e turisti.

“La causa principale della torsione dei blocchi di marmo – si legge sull’articolo pubblicato sul sito dei francescani - è dovuta all'alterazione delle malte, causata dall'umidità crescente prodotta dalla condensa del respiro dei visitatori”. Anche l'uso delle candele, consumate per ore a pochi centimetri dalla struttura  causa delle “forti pressioni termiche sul marmo”.

I lavori, che dovrebbero iniziare dopo le feste pasquali per durare almeno otto mesi, termineranno agli inizi del 2017. L’intervento di restauro sarà continuamente documentato dallo staff composto da circa trenta professori dei vari Dipartimenti della NTUA. Esperti da parte cattolica e da parte armena faranno parte del team

Durante il cantiere, il Luogo Santo sarà tuttavia accessibile al culto e alla devozione dei fedeli.

“Saranno sostituite  - chiarisce l’articolo - soltanto le parti troppo fragili o rovinate. Le lastre di marmo, in buono stato di conservazione, saranno ripulite, la struttura che le supporta verrà consolidata”.

Quanto ai finanziamenti i fondi arriveranno dalle tre principali Confessioni cristiane del Santo Sepolcro: Greco-ortodossa, Cattolica (rappresentata dai Francescani) e Armena. A loro si aggiungeranno finanziamenti pubblici erogati dal Governo greco e benefattori privati. Anche il Fondo Mondiale per la conservazione dei monumenti (World Monuments Fund, WMF), ha dimostrato interesse a partecipare.

L’articolo prosegue con una disamina storica sul succedersi delle diverse edicole nel corso dei secoli.
“La tomba di Gesù – scrive Marie-Armelle Beaulieu -fu scavata nel fianco di una collina, in una cava di pietre dismessa. Il Giardino della Resurrezione e la tomba furono sepolti intorno al 135 sotto il Tempio eretto dall'Imperatore Adriano. Verso il 324, l'Imperatore Costantino domandò al Vescovo Macario di Gerusalemme di ritrovare la tomba di Cristo e costruire al suo posto una Basilica. Fu eretta la prima chiesa del Santo Sepolcro”.

“Si scavò attorno alla camera funeraria, dove aveva riposato il corpo di Gesù, per liberare uno spazio. La rocca originaria fu coperta di marmo con decorazioni costantiniane. Fu eretta la prima edicola”.

I Persi la danneggiarono parzialmente  nel 614. Fu nuovamente saccheggiata e distrutta a mazzate nel 1009 su ordine d’Al-Hakim bi-Amr Allah, quindi venne sostituita da un’edicola di fattura romana verso il 1014.

L'opera mostrò a sua volta segni di degrado; poiché gli stessi fattori – intemperie, incendi, saccheggi – causavano i medesimi effetti di oggi, l'edicola fu sostituita nel 1555 da un edificio molto simile al precedente, ma contraddistinti dall’influsso di stile gotico.

L'edicola, eretta dal Custode di Terra Santa, Bonifacio di Ragusa, non resistette all'incendio del 1808 e venne sostituita, nel 1810, con l'attuale che dunque ha 206 anni.
 
Le intemperie, nuove scosse sismiche, soprattutto nel 1934, contribuirono al degrado dell'edificio. Della chiesa più importante della cristianità non rimaneva che un’orribile foresta d’impalcature che puntellavano i muri diventati troppo fragili. I Greci, i Francescani (per conto dei Latini) e gli Armeni precedettero a sporadici lavori qui e là, ma nessuno toccò la tomba.

Nel 1959, le tre principali Confessioni (greco-ortodossa, latina e armena), che coabitano nella Basilica della Resurrezione, raggiunsero un accordo per mettere in opera il grande cantiere di restauro. “Ognuna – conclude il testo -  intraprese importanti lavori negli spazi di sua pertinenza e, insieme, lavorarono al restauro della cupola della rotonda. I lavori terminarono nel 1996, ma la tomba non aveva beneficiato di alcun restauro e rimaneva nel suo stato pietoso”.
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Sapevo delle dfficoltà degli ortodossi in Terra santa. A suo tempo infatti fecero scandalo nel paese  alcune scelte di natura economica da parte del patriarca (greco) ortodosso di Gerusalemme. La questione mi pare si sia risolta ma non ne conoscevo l'esito. Ora sempre su Vatican insider è stato pubblicato un articolo sulle divergenze in ambito ortodosso in Terra santa.Una notizia che fa dispiacere. Ma fa capire quanto complessa sia la situazione 'religiosa' della città santa.  Riporto l'articolo perchè informa anche su quell'episodio al quale ho accennato. E' 'datato' (2014) ma è apparso oggi di nuovo sulle pagine di Vatican e da lì l'ho ripreso.

 

Litigi (poco) ortodossi in Terra Santa

Cristiani ortodossi arabi protestano contro lo strapotere delle alte gerarchie di nazionalità greca. Dando voce a un malessere dalle radici antiche
AP/LAPRESSE
 
27/06/2014
gianni valente (vatican insider)
 
La mobilitazione è scattata lunedì scorso, ad Amman. Decine di cristiani ortodossi arabi hanno invaso la sede del vescovato per esprimere ancora una volta in modo plateale la loro protesta rivolta soprattutto contro l’alto clero della Chiesa a cui loro stessi appartengono.

Stavolta il casus belli è stato fornito dalla decisione con cui il Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme ha ordinato all'archimandrita Khristoforos Atallah di trasferirsi nella Città Santa per assumere l’incarico di padre spirituale dei seminaristi abbandonando il monastero di Nostra Signora a Dibbin, da lui stesso fondato in Giordania 25 anni fa.
Lo scorso anno, lo stesso archimandrita Atallah era stato già sollevato da tutti gli incarichi pastorali. Adesso, la rimozione disposta secondo la consueta prassi clericale del promoveatur ut amoveatur ha fatto riesplodere conflitti da sempre latenti in seno alla comunità ortodossa di Terra Santa.
Per i suoi numerosi supporter, Atallah viene colpito perchè  ha sempre rivendicato i diritti dei cristiani ortodossi arabi di Giordania davanti allo strapotere delle gerarchie ortodosse di provenienza greca insediate a Gerusalemme. L’archimandrita ha favorito l’ingresso di giovani e donne arabi nella vita monastica, cosa per ora non appoggiata dalla dirigenza ecclesiastica. Insieme al Metropolita Atallah Hanna e agli altri rari ecclesiastici palestinesi presenti nell’alto clero del Patriarcato di Gerusalemme, l’archimandrita ha inviato una lettera-denuncia a tutti i Primati delle Chiese ortodosse, per raccontare la marginalizzazione subita ad opera dei gerarchi di nazionalità greca. Mentre i laici hanno fatto appello al Re Abdallah II e hanno preannunciato ricorsi legali.
Con la vicenda dell’archimandrita Atallah riaffiora alla luce il fiume carsico di veleni e rancori che nella Chiesa greco-ortodossa di Gerusalemme divide le alte gerarchie, tutte reclutate con rare eccezioni in seno alla Fraternità monastica greca del Santo Sepolcro, e ampi settori organizzati del popolo di fedeli arabi. Una faida incancrenita dal tempo, se già nel 1908 il notabile ortodosso palestinese Khalil Sakakini chiamava alla lotta i fratelli nella fede per «espellere dal Paese questi preti greci, fratelli del Santo Sepolcro, e liberare Gerusalemme dalla loro corruzione». Anche la protesta pubblica ha diversi precedenti: nell’anno duemila, per diversi mesi, centinaia di contestatori hanno manifestato ogni sabato per le vie del quartiere cristiano della Città Vecchia, distribuendo dossier al vetriolo contro la spoliazione delle proprietà fondiarie ecclesiastiche che a loro dire sarebbe dolorosamente perpetrata dai vertici della gerarchia ortodossa. A quel tempo, nell’arco di un solo anno, e nella sola Gerusalemme, il Patriarcato greco-ortodosso aveva venduto terreni per un’estensione più vasta dell’intera Città Vecchia. E l’unico beneficiario di quelle dismissioni immobiliari era stato il governo israeliano.
Le critiche per la gestione dei beni ecclesiastici sono cresciute durante il ventennio di regno di Diodoros, il Patriarca eletto nell’81 e deceduto alla fine del duemila. A quel tempo si parlò di affari di milioni di dollari, e di conti “coperti” in Svizzera. Ma i veleni sprigionati intorno ai soldi trafugati e ai patrimoni dilapidati hanno giocato un ruolo chiave anche nella incresciosa vicenda di Irenaios, il “Patriarca sequestrato”, che ancora rappresenta un nodo oscuro e irrisolto anche nel presente della comunità cristiana più numerosa della Terra Santa.
Irenaios era stato eletto Patriarca ortodosso di Gerusalemme nel 2001. Poi, quattro anni dopo, i “suoi” lo hanno deposto. E da allora lo tengono di fatto sequestrato nella sede del Patriarcato, nel quartiere cristiano della Città Vecchia di Gerusalemme. Anche il suo impeachment partì dall’accusa di aver ceduto a acquirenti israeliani terre e beni immobiliari dislocati nei quartieri arabi della Città Santa. A suo tempo una commissione dell’Autorità palestinese confermò la sua estraneità alle compravendite controverse.
E a sentire i suoi pochi supporter rimasti, l’ex Patriarca sarebbe caduto vittima di un complotto ordito dai nemici interni. Sta di fatto che l’attuale Patriarca Theophilos III, dopo la deposizione del suo predecessore, ha dovuto aspettare fino al 2007 per essere riconosciuto dal governo israeliano, da quello giordano e dall’Autorità palestinese.
D’altro canto, al di là dei singoli casi, la “guerra” per il controllo delle terre e le sue inevitabili implicazioni politiche rientrano nelle complicate dinamiche che condizionano la vita dei cristiani non solo in Terra Santa, ma in tutto il Medio Oriente, anche quando non ci sono conflitti sanguinosi e fenomeni di emigrazione forzata come quelli in atto in Siria e in Iraq. In Libano, la continua diminuzione delle proprietà terriere appartenenti a cristiani, connessa anche con la forte tendenza all'emigrazione che caratterizza la porzione cristiana delle popolazione libanese, è stata favorita durante gli anni del governo di Rafiq Hariri (Primo Ministro ucciso con un attentato suicida nel 2005) quando fu cancellata la legge che nelle compravendite di terre garantiva il diritto di prelazione ai proprietari dei terreni confinanti. Negli ultimi anni, migliaia di ettari di terre un tempo appartenenti a cristiani sono diventate proprietà di sciiti e sanniti. Mentre in Iraq, negli ultimi mesi, politici e gruppi di mobilitazione avevano denunciato i meccanismi gestiti da funzionari corrotti del registro delle proprietà immobiliari con cui case e terreni appartenenti a proprietari cristiani emigrati venivano acquisiti da musulmani senza alcun consenso espresso da parte dei legittimi titolari. 

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Aprile 2016

Mons. W. Shomali, Vicario del patriarca per Gerusalemme, è un vescovo 'unico e irrepetibile'!  Davvero.  Sorridente con tutti, generoso e disponibile con chi incontra, testimone di una fede profonda e coraggiosa voce del patriarcato per tanti problemi anche politici che investono questa terra benedetta. Mons.  Shomali appartiene alla mia vicenda umana soprattutto per la sua cortesia, la sua stima nei miei confronti, la delicatezza nei modi e nelle sue parole. Come quelle che qui riporto prendendole da Radio Vaticana  oggi (11 aprile 2016).

 

Il vescovo Shomali: “Misericordia per la Terra Santa”

 

Mons. William Shomali - AFP

Mons. William Shomali - AFP

 

12/03/2016 14:00

 

La Terra Santa ha bisogno di una “misericordia senza confini” che abbracci e coinvolga tutte le comunità religiose presenti: è l’appello lanciato dal vescovo William Shomali, vicario patriarcale di Gerusalemme, presiedendo una conferenza interreligiosa, organizzata nell’ambito dei programmi per l’Anno giubilare, in cui diversi rappresentanti religiosi hanno offerto una declinazione della “misericordia di Dio”, ognuno per il suo culto.

La Misericordia nelle tre religioni monoteiste
Come riferito all'agenzia Fides dal Patriarcato di Gerusalemme, l'evento, titolato “Misericordia senza confini. Celebrare la Misericordia di Dio in Ebraismo, Cristianesimo e Islam”, è stato organizzato il 10 marzo dalla Pontificia Università Salesiana di Gerusalemme e ha visto la partecipazione, tra gli altri, del leader islamico Qadi Iyad Zahalka, giudice presso il Tribunale della Sharia di Gerusalemme, e del rabbino David Rosen.

La misericordia scaccia ogni forma di violenza e di discriminazione
Il vescovo Shomali ha citato Papa Francesco sul tema della Misericordia, ricordando che essa viene riconosciuta dalle tre religioni monoteistiche come “uno dei più importanti attributi di Dio”. “C'è un aspetto della misericordia che va oltre i confini della Chiesa cattolica”, ha detto, osservando che “la misericordia scaccia ogni forma di violenza e di discriminazione”. Per questo, secondo il vicario, costituisce un approccio e un criterio “rilevanti per l'area del Medio Oriente e in Terra Santa, dove l'odio e la violenza, hanno sopraffatto la compassione e la misericordia”.

L'educazione ha un ruolo nel favorire la pace o l'odio, la compassione o la vendetta”
Il vescovo ha sottolineato la necessità di conciliare misericordia e giustizia”, notando l’importanza di insegnare e diffondere nell’educazione dei giovani, il paradigma della “misericordia verso gli altri”. “L'educazione – ha detto mons. Shomali – ha un ruolo cruciale nel favorire la pace o l'odio, compassione o vendetta”, invitando a “rimuovere dal curriculum delle nostre scuole qualunque passaggio danneggi l'immagine dell’altro o contribuisca a far crescere l’esclusione”. “Abbiamo bisogno di creare nuovi programma di apprendimento con testi scolastici che contengono valori condivisi” ha concluso, e la misericordia è uno di questi. (P.A.)

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Mercoledì 22 giugno 2016

Una notizia che invita alla riflessione, meglio a una rinnovata presa di coscienza della triste situazione dei palestinesi in Terra santa, ridotti ad essere prigionieri tra mura che s'alzano di iorno in giorno costringendoli a vivere in autentici ghetti. Questa notizia provoca un senso di ammirazione per la fede di quei frateklli. Ecco quanto scrive il sito del patriarcato latino di Gerusalemme.

 

Pubblicato il 16 Giu 2016 in Cultura, Politica e società, Slide

 

Nostra
 Signora che fa cadere i muri: una icona della resistenza cristiana

 

Nostra Signora che fa cadere i muri: una icona della resistenza cristian

BETLEMME – I graffiti dipinti sul muro di separazione, pieni di messaggi politici o sociali, sono da sempre una forma di protesta nei confronti delle misure ingiuste dello Stato di Israele. L’icona comparsa sul muro di cemento, alto ben otto metri, nei paraggi del monastero dell’Emmanuel a Betlemme, con la sua bellezza, mette evidenza la difficoltà delle comunità ad amarsi le une le altre.

 

Dipinta sulla proposta di alcuni fedeli locali e stranieri, l’icona di “Nostra Signora che fa cadere i muri” è stata scritta sul muro di separazione tra Betlemme e Gerusalemme nel 2010. L’idea è molto chiara: creare una icona che esprima la speranza di vedere un giorno cadere il muro.

 

Papa Benedetto XVI ha offerto l’ispirazione all’origine dell’icona

 

L’iconografo Ian Knowles, autore dell’opera, si è ispirato a un discorso che papa Benedetto ha tenuto davanti a una assemblea speciale per il Medio Oriente e il Sinodo dei vescovi nel 2010. In occasione di questa assemblea, il Papa ha citato il capitolo dodici dell’Apocalisse che mostra una donna vestita di sole nell’atto di partorire con un grido di dolore. Ian Knowles ha interpretato questo capitolo come una profezia della sofferenza dei cristiani in Medio Oriente: “Ho immaginato la figura di Maria, incinta, vestita di sole, inseguita da una bestia che vuole divorare il suo bambino”.

 

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Prima della visita di papa Francesco in Terra Santa, sul muro che precede l’icona, dei graffiti hanno rappresentato un lungo serpente che divora dei bambini: è davvero profetico vedere questo serpente vicino all’immagine di Nostra Signora. Anche nell’Apocalisse la donna è inseguita dalla bestia che vuole divorare il suol bambino – spiega Ian – una volta ultimata l’immagine è come se essa cacciasse la bruttezza del muro”.

“Nell’icona della Madonna – continua Ian Knowles – possiamo vedere la mano della Vergine che si tocca la testa, come se un grande dolore le riempisse il capo. La sofferenza dei cristiani è accolta dal cuore materno di Maria. Il suo rapporto coi cristiani di qui è quello di una madre che soffre. Altro elemento importante dell’immagine: il braccio e il mantello sono tenuti aperti, come luogo di rifugio e sicurezza.

Il muro di separazione, una violazione dei diritti fondamentali dell’uomo

Circa l’85% del muro di separazione è costruito in Cisgiordania. Il muro non tiene conto del diritto internazionale e, tutt’oggi, continua ad annettere terreni fertili per l’espansione delle colonie, privando i cittadini palestinesi dei più elementari diritti, tra cui la libertà di movimento.

Se si considera la storia, in seguito alla rivolta di Bar Kokhba, l’imperatore Adriano proibì agli ebrei di vivere e perfino di entrare a Gerusalemme. Nella sua Storia Ecclesiastica, Eusebio di Cesarea scriveva: “ai nostri giorni, a tutta la nazione è proibito tornare nel paese e a Gerusalemme per decreto di Adriano. Secondo l’ordine dell’imperatore, gli ebrei non possono vedere la terra dei loro padri nemmeno da lontano. Solamente per il 9 del mese di Av, secondo il loro calendario, gli ebrei sono autorizzati a entrare a Gerusalemme per piangere la prima e la seconda distruzione del Tempio”.

Se si considera da vicino questo decreto, tra l’interdizione dell’imperatore antico e gli effetti del muro di separazione, si scorgono somiglianze nella vita dei palestinesi. Ai cristiani residenti in Palestina vengono accordati permessi di passaggio verso Gerusalemme solo in occasione delle grandi feste di Natale e Pasqua. Più difficile ancora la situazione dei cristiani di Gaza.

O Madre di Dio, apri nei nostri cuori le porte della speranza!

 

In mezzo alle guerre, ai conflitti che tormentano il Medio Oriente, i territori palestinesi e Israele, la resistenza, che usa l’umanità come ancora, è un diritto e una responsabilità per coloro che cercano una soluzione alternativa. “Attraverso l’arte cristiana viene mostrata l’umanità con una vera bellezza e grazia – termina Ian Knowles – la resistenza nell’icona di Nostra Signora ne è l’esempio. Una bellezza che contrasta con la bruttezza e l’orrore di questo muro”.

La speranza di chi ha chiesto questa opera è quella di vedere la Madre di Dio condividere il dolore di coloro che soffrono. Speranza però non significa accettare e rassegnarsi all’oppressione, ma piuttosto resistere per credere in un avvenire migliore e tranquillo.

 

 

 

 

Preghiera a Nostra Signora che fa cadere i mur

Santa Madre di Dio

Ti invochiamo come Madre della Chiesa

Madre di tutti i cristiani che soffrono.

Ti supplichiamo, per la tua ardente intercessione,

di far cadere questo muro,

i muri dei nostri cuori,

e tutti i muri che generano odio, violenza, paura e indifferenza,

tra gli uomini e i popoli.

Tu, il cui Fiat ha schiacciato l’antico serpente,

raccoglici e tienici uniti sotto il tuo mantello verginale,

proteggici da ogni male,

e apri per sempre nelle nostre vite la porta della Speranza.

Fa nascere in noi e nel mondo intero,

la civiltà dell’Amore scaturita dalla Croce e dalla Resurrezione del tuo Divin Figlio,

Gesù Cristo, nostro Salvatore,

che vive e regna nei secoli dei secoli.

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Don Pino Caimi, nominato canonico onorario del Santo Sepolcro

DSC_8776Don Pino Caimi è stato nominato Canonico del Santo Sepolcro di Gerusalemme. «E’ un titolo riservato a pochi, ne abbiamo onorato solo quindici in tutto il mondo – ha spiegato Mons. William Shomali, che ha presieduto la cerimonia di investitura, domenica scorsa, in Prepositurale a Lissone (Lombardia).

– Essere canonico vuol dire appartenere in modo speciale ad una chiesa cattedrale, e in questo caso alla Chiesa del Sepolcro glorioso di Cristo. Sono felice di essere qui tra voi oggi a nome del Patriarca Mons. Fouad Twal che ha riconosciuto la sensibilità di don Pino verso i problemi della Chiesa di Gerusalemme. La sua generosità proviene da quella di tutti voi».

Alla cerimonia erano presenti le autorità cittadine, rappresentanti delle associazioni civili e militari, membri del Rotary Club e Cavalieri del Santo Sepolcro, l’ordine cavalleresco che ha origini antichissime, carabinieri, polizia municipale, il cui comandante Antonio Liberato, aveva scortato Mons. Shomali fin dal suo ingresso nella nostra città. La visita del vicario del Patriarca Latino è stata anche una interessante opportunità per conoscere, dalla voce di un protagonista, la condizione dei cristiani in Terra Santa. Il sinodo del Medio Oriente, appena concluso a Roma, è stato un evento storico.

Ha radunato i Patriarchi di sette Chiese, 180 vescovi orientali e rappresentanti delle conferenze episcopali del mondo, e esperti. I numero dei crisitiani nel mondo Medio Oriente e un totale di 14 milioni di fedeli, più 2 milioni di cristiani che lavorano nei grandi cantieri degli Emirati e dell’Arabia Saudinta. Dall’altra parte vivono in questa parte del mondo 330 milioni di musulmani, Cristiani e Ebrei (dallo Yemen al Libano, dall’Iraq all’Egitto, inclusi Iran, Ciprro, Libano, Siria, Giordania, Israele, Palestina e l’Arabia Saudita).

«Non si può vivere come isole separate – ha detto Mons. Shomali – Il dialogo interreligioso con Islam e Giudaismo è fondamentale. La pace in Terra Santa sarebbe pace per il mondo intero. I cristiani devono continuare a sperare nonostante le apparenze negative, Dio riserva delle belle sorprese».

 Seregno 28 settembre 2016

Iol 'mio' patriarca, ora emerito, Mons. Fouad Twal mi è imasto sempre presente nella memoria, per i guoi gesti di bontà, tenerezza, amicizia e con Lui, in me è rimasto il suo Vicario per Gerusalemme Mons. Somali. Per loro è la mia preghiera quotidiana. >Per loro la memoria grata e l'accompagnamento spirituale alla loro tetimonianza in Gerusalemme. Ora ripotro qui una pagina del sito di Terra santa   che racconta la solenne liturgia celebrata nel giorno della memoria di Santa Teresa di Calcutta. Mons. Shomali (e c'era anche il parroco, Padre Feras amico da tanto tempo della nostra gente di Lissone) ha celebrato nella chiesa di san  Salvatore a Gerusalemme, Mons. Marcuzzo nella splendida  chiesa di Nazareth, presenti tanto sorelle di Madre Teresa.

 

 

 

Messa di ringraziamento per Madre Teresa a Gerusalemme e a Nazaret

Messa di ringraziamento per Madre Teresa a Gerusalemme e a Nazaret

 

GERUSALEMME – Domenica 18 settembre 2016, presso la chiesa di San Salvatore, a Gerusalemme si è celebrata una Messa di ringraziamento per la canonizzazione di Madre Teresa. Nello stesso giorno anche a Nazareth è stata celebrata una messa solenne in onore della Santa.

La Messa è stata presieduta da mons. William Shomali, vicario patriarcale per Gerusalemme e la Palestina, e concelebrata da padre Francesco Patton, OFM, Custode di Terra Santa, e da Padre Firas Hijazin, alla presenza di molti sacerdoti, dei missionari della carità che prestano servizio a Gerusalemme, Nablus, Betlemme e Gaza, da religiosi, religiose e fedeli della chiesa di San Salvatore.

La celebrazione è iniziata con la processione di ingresso dei sacerdoti guidati dai Missionari della Carità. La liturgia è stata celebrata in arabo, italiano e inglese. Nella sua omelia, il vescovo Shomali ha ricordato al pubblico come Santa Madre Teresa abbia vissuto le parole di Gesù sulle Vergini sagge (Mt 25, 13ss.). Ha ricordato anche la visita della Santa al Seminario di Beit Jala nel 1980. Tutto il suo lavoro e la sua missione sono stati frutto del suo amore per Dio e per Gesù Cristo che ha riconosciuto nei più poveri e nei più bisognosi.

Il Vicario patriarcale ha concluso la sua omelia sottolineando due cose: «Madre Teresa è una grande santa che ha servito per tutta la vita e continua a farlo dopo la sua morte, perché i santi sono i nostri intercessori, sono i nostri fratelli e sorelle anziani nella fede. Seguendola, ci invita ad amare i più poveri tra i poveri. Iniziamo con l’amare i nostri genitori, i nostri vicini, e chi cerca il nostro aiuto», ha detto mons. Shomali.

Oltre al pane e al vino, vari oggetti, significativi per la vita di Santa Teresa, sono stati portati all’altare durante la processione offertoriale: la sua foto, cimeli, una croce, un sari che è l’abito indossato dalle suore Missionarie della Carità, la Costituzione della Congregazione, un rosario, un cesto d’uva, un enorme pezzo di pane e fiori.

Padre Firas ha ringraziato mons. Shomali e tutti i sacerdoti presenti per la celebrazione della Messa. Egli ha anche ringraziato tutti coloro che hanno contribuito alla preparazione della manifestazione. La Messa è stata animata da due cori: quello di «Fursan Al-Quds» (Cavalieri di Gerusalemme) e di «Al-Raja», diretto da Hani Qretim e Giacobbe Ghazzawi.

Sempre domenica 18 settembre, anche a Nazareth, con la presidenza di mons. Giacinto-Boulos Marcuzzo, vicario patriarcale in Israele, è stata celebrata una messa solenne di ringraziamento cui hanno partecipato numerosi fedeli e religiosi. Durante la medesima celebrazione, un fratello del ramo contemplativo dei Missionari  della Carità ha emesso i suoi voti. Il Vescovo di Nazareth ha successivamente benedetto la casa dei Missionari della Carità con la nuova cappella dedicata alla adorazione perpetua.

 

Le Suore Missionarie della Carità

Madre Teresa in visita al seminario
 di Beit-Jala nel 1982

Madre Teresa in visita al seminario di Beit-Jala nel 1982

Le Suore Missionarie della Carità, sono arrivate nella diocesi del Patriarcato latino di Gerusalemme nel 1970. Esse custodiscono diverse case di accoglienza per persone anziane o disabili. Le suore esercitano anche un grande apostolato presso le famiglie dei quartieri in cui risiedono, in special modo presso i poveri, i bambini e i più bisognosi. La Terra Santa ospita anche una comunità di Fratelli Missionari della Carità, ramo contemplativo, a Nazareth.

seminary-beit-jala-8-11-1982-pic04Nel novembre 1982, Madre Teresa si è recata in visita in Terra Santa, precisamente a Gerusalemme, Beit-Jala, Nablus e Gaza. Sempre nel 1982, durante l’assedio di Beirut, ella ha condotto le parti in conflitto ad accettare un cessate il fuoco allo scopo di salvare 37 bambini malati intrappolati nella città. Quando si è recata a Gaza e gli addetti alla sicurezza le hanno chiesto se aveva con se un’arma, ha risposto. “Oh certamente, i miei libri di preghiera”.

 

Foto Gerusalemme: Nadim Asfour / CTS

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Foto Nazaret : Vicariato di Nazaret

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 Martedì 4 ottobre 2016
Dal sito del Patriarcato latino di Gerusalemme
 
 

Pubblicato il 3 Ott 2016 in Diocesi,

A Nazaret
 « Un uomo senza confini »

A Nazaret « Un uomo senza confini »

NAZARET – Si è tenuta sabato scorso, 30 settembre 2016, la rappresentazione teatrale «Un uomo senza confini» nel contesto delle iniziative per il primo centenario dalla morte del Beato Charles de Foucauld. Il beato francese, che ha dimorato a Nazaret per tre anni (dal 1897 al 1900) ha incontrato nella città di Gesù l’ispirazione fondamentale della sua vita, il mistero della vita nascosta di Gesù.

Frère Charles si trova all’inizio di un’importante pagina della spiritualità cristiana che ha ispirato un ragguardevole numero di congregazioni e associazioni legate al suo messaggio spirituale. Alcune di esse sono rappresentate anche nella diocesi di Gerusalemme e tra esse le Piccole Sorelle di Gesù e i Piccoli Fratelli di Jesus Caritas. Le prime presenti a Nazaret da più di sessant’anni mentre i secondi da venti.

Assieme a loro, alcuni cristiani di Nazaret, da due anni si incontrano per preparare le diverse iniziative legate al centenario ed in particolare quella della rappresentazione teatrale. Sono state coinvolte un numero significativo di persone (circa settanta); bambini, giovani e adulti che attraverso le diverse doti e capacità hanno contribuito a realizzare questo importante evento.

Alla presenza di circa settecento spettatori è stata rappresentata, in arabo, la vita di Charles de Foucauld suddivisa in cinque scene legate a cinque zone geografiche in cui il beato ha vissuto: l’Algeria come giovane soldato, il Marocco come esploratore, la Francia durante il suo itinerario di conversione, Nazaret e la Terra Santa come religioso, di nuovo l’Algeria come sacerdote, missionario e monaco.

Diversi giovani di Nazaret si sono lasciati coinvolgere nel progetto e da mesi si sono incontrati per le prove, mettendo a disposizione le loro qualità di attori, ballerini, cantori, musicisti, tecnici e costumisti. La rappresentazione è stata scritta e guidata dalla regia di Amira Mouallem, insegnante cristiana di Nazaret, che è riuscita a rendere in modo particolarmente significativo l’esperienza spirituale di quest’uomo innamorato di Gesù, nazaretano per adozione, che ha vissuto al contempo nella solitudine dinanzi a Dio e nello spirito di una fraternità autenticamente universale.

Nella splendida cornice del chiostro dell’antico monastero delle monache clarisse, attualmente scuola per l’educazione speciale dei ragazzi diversamente abili (Scuola della «Sacra Famiglia», dell’Opera don Guanella) erano presenti il Vescovo Giacinto Boulos Marcuzzo, vicario patriarcale latino per Israele, il vescovo melchita George Baqouni e il vescovo melchita emerito Boutros Mouallem. Molti i sacerdoti e i religiosi che hanno assistito allo spettacolo, in particolare alcuni rappresentanti della comunità salesiana di Nazaret che, assieme ai suoi giovani, ha dato un importante contributo alla riuscita della rappresentazione teatrale. Numerosi i giovani presenti che hanno potuto conoscere la figura del beato de Foucauld, ancora ricordato e stimato presso gli anziani, ma la cui memoria rischia di perdersi con il passare delle generazioni. Alla fine, P. Marco ha ringraziato tutti i giovani volontari, numerosi, che hanno animato le iniziative del giubileo, specialmente il fotografo Basilius Mazzawi.

Il commento di un partecipante è stato particolarmente significativo: «Al di là del risultato la cosa importante è che tutta Nazaret sia tornata a parlare di Charles de Foucauld». In un intervista rilasciata agli inviati del Christian Media Center si è affermato che, visti il coinvolgimento e la partecipazione, «Charles de Foucauld vive ancora a Nazaret».

Fratel Marco Cosini jc

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