Entriamo nel mondo dei palestinesi

 INTRODUZIONE PERSONALE

Il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, celebrando ieri, Giornata Mondiale per la Pace, a Gerusalemme, la solennità di Maria Santissima Madre di Dio ha affermato: “Come non desiderare ardentemente la pace in Siria e la fine del blocco di Gaza! Preghiamo incessantemente per incoraggiare le persone di buona volontà a perseverare fino alla fine nei loro sforzi, dicendo no all’odio e rispettando le legittime differenze religiose, culturali o storiche..... Al di là della mangiatoia di Betlemme, dobbiamo abbracciare con un unico sguardo la Terra Santa. Il buon esito del voto all’Onu della Palestina come Stato non membro deve favorire la pace in tutta la terra di Cristo. Con voi, sono del parere che tutti i mezzi per raggiungere la pace debbano passare per la giustizia e il dialogo, e mai attraverso la violenza. Il percorso è pieno di insidie, ma ci guida la speranza e il canto degli angeli ci rassicura”. Mons. Twal ha, inoltre, ricordato la recente udienza del Papa al Presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas: “il Presidente Abbas mi ha confidato la sua bella sorpresa nel costatare la gioia del Santo Padre per il voto a favore dello Stato di Palestina”.

Questo accorato messaggio d’inizio d’anno del Patriarca di Gerusalemme mi ha indotto a ricercare notizie sulla striscia di Gaza. Se ne parla tanto anche da noi, soprattutto quando al dialogo e alla comprensione tra i popoli  ci si affida  allo scontro fisico, alla violenza come è successo recentemente con la triste scia di morti tra i quali tanti bimbi palestinesi..... Ho seguito gli eventi recenti sulle pagine di questo piccolo sito: ‘Cronache di guerra’ con tanta tristezza in cuore e ‘Cronache di poace’ con tanta speranza nell’anima. Mi è parso però importante conoscere questa terra contesa, la ‘Striscia di Gaza’, il suo oggi per poter capire un poco di più quanta ingiustizia esista nel mondo, quanta prepotenza, quanta ansia di libertà e di serenità in popoli oppressi.

Come sempre ho elaborato una sintesi delle notizie trovate su Wikipedia, nella speranza che esse siano ‘vere’ per fotografare quell’angolo di mondo, vero focolaio di contese armate e di sofferenza di popolo.

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Striscia di Gaza

Col termine Striscia di Gaza (in arabo: قطاع غزة, Qiṭāʿ Ghazza; in ebraico: רצועת עזה, Retzu'at 'Azza) si indica un territorio palestinese confinante con Israele e Egitto nei pressi della città di Gaza. Si tratta di una regione costiera di 360 km² di superficie popolata da circa 1.645.500 abitanti di etniaaraba.[1] È rivendicato come parte dello Stato di Palestina.

Storia

Quest'area non è riconosciuta internazionalmente come uno Stato sovrano, ma è reclamata dall'Autorità Palestinese come parte dei Territori palestinesi. Nel gennaio 2006, con una vittoria a sorpresa alle elezioni parlamentari palestinesi del 2006, Hamas ha ottenuto la maggioranza alla camera. A seguito della Battaglia di Gaza (2007) Hamas ha assunto il governo de facto della Striscia di Gaza. L'Egitto ha governato la Striscia di Gaza tra il 1948 e il 1967, e oggi controlla la propria frontiera meridionale tra il deserto del Sinai e la Striscia di Gaza, dalla quale è diviso dalla Philadelphi Route. Israele ha governato la Striscia di Gaza dal 1967 al 2005, quando si è formalmente ritirato. Ai sensi degli accordi di Oslo firmati tra Israele e l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Israele mantiene però il controllo militare dello spazio aereo della Striscia di Gaza, delle frontiere terrestri (attraverso la barriera tra Israele e la Striscia di Gaza) e delle acque territoriali, oltre al controllo de facto delle frontiere.

La Striscia di Gaza è stata la risultanza di accordi successivi all'armistizio del 1949 tra Egitto e Israele. L'Egitto ha controllato la Striscia dal 1949 (ad eccezione di quattro mesi di occupazione israeliana nel corso della Crisi di Suez del 1956) fino al 1967, senza annetterla formalmente e governandola tramite un'amministrazione militare. Ai rifugiati palestinesi non venne peraltro mai offerta la cittadinanza egiziana.

Occupazione israeliana (1967-1994)

Israele ha occupato la Striscia di Gaza nel giugno 1967 durante la guerra dei sei giorni. L'occupazione militare è durata per 27 anni, fino al 1994. Tuttavia, secondo gli accordi di Oslo, Israele mantiene il controllo dello spazio aereo, le acque territoriali, l'accesso off-shore marittimo, l'anagrafe della popolazione, l'ingresso degli stranieri, le importazioni e le esportazioni, nonché il sistema fiscale.

Durante il periodo di occupazione israeliana, Israele ha creato un insediamento, Gush Katif, nell'angolo sud ovest della Striscia, vicino a Rafah e il confine egiziano. In totale, Israele ha creato 21 insediamenti nella Striscia di Gaza, su circa il 20% del totale del territorio. Durante tale periodo l'amministrazione militare è stata anche responsabile per la manutenzione di impianti civili e dei servizi.

Nel maggio 1994, a seguito degli accordi israelo-palestinesi, noti come Accordi di Oslo, ha avuto luogo un graduale trasferimento di autorità governative per i palestinesi. Gran parte della Striscia (tranne che per la liquidazione blocchi militari e le zone insediate) passò sotto il controllo palestinese. Le forze israeliane evacuarono Madīnat Ghazza (Gaza City) e le altre aree urbane, lasciando l'amministrazione alla nuova Autorità Nazionale Palestinese.

Controllo dell'ANP (1994-2007)

L'Autorità palestinese, guidata da Yasser Arafat, ha scelto la città di Gaza come la sua prima sede provinciale. Nel settembre 1995, Israele e l'OLP firmarono un secondo accordo di pace che estende l'amministrazione dell'Autorità palestinese alla maggior parte delle città della Cisgiordania. La Pubblica Amministrazione della Striscia di Gaza e Cisgiordania sotto la leadership di Arafat ha visto episodi di cattiva gestione.

Il 14 agosto 2005 il governo israeliano ha disposto l'evacuazione della popolazione israeliana dalla "Striscia" e lo smantellamento delle colonie che vi erano state costruite (piano di disimpegno unilaterale israeliano).

Il 15 agosto ebbe inizio l'operazione "Mano tesa ai fratelli", che tendeva a conseguire pacificamente lo sgombero dei coloni israeliani insediatisi nelle Striscia di Gaza e in alcuni insediamenti della Cisgiordania. I soldati israeliani passarono casa per casa, tentando di convincere i coloni rimasti a partire.

Il governo israeliano ordinò ad ogni colono di nazionalità israeliana di abbandonare gli insediamenti entro la mezzanotte, considerando chiunque fosse rimasto oltre il limite prefissato in condizione di illegalità. Dopo la mezzanotte, il governo concesse due giorni di tolleranza, durante i quali le colonie furono progressivamente circondate da 40.000 militari e poliziotti israeliani.

Tutti i coloni che partirono entro la mezzanotte del 16 agosto, ebbero la possibilità di utilizzare mezzi propri e si videro riconosciuto il diritto all'indennizzo stanziato dal governo. Trascorsi i due giorni di tolleranza, dalla mezzanotte del 17 agosto ebbe inizio l'evacuazione forzata: i militari furono autorizzati ad imballare ed a caricare in container beni e mobili rimasti nelle case. I coloni ancora presenti furono spostati di forza dagli insediamenti.

Nella colonia di Nevé Dekalim, l'insediamento più importante della regione, si sono avuti gli scontri più violenti. Qui vivono più di 2.600 persone. In serata era circondato dalla polizia e dai militari. Secondo fonti da verificare un portavoce dell'esercito, parlando degli elementi israeliani più oltranzisti che rifiutavano di abbandonare il territorio palestinese occupato dal 1967, affermò che «il nostro problema non sono gli abitanti originari ma i militanti contrari all'evacuazione che si sono infiltrati illegalmente a Gaza».

Lo sgombero della Striscia terminò il 22 agosto, con il trasferimento delle ultime famiglie della colonia di Netzarim. I soldati impegnati nell'evacuazione furono trasferiti in Cisgiordania, dove vennero evacuati i coloni di Hamesh e Sa-Nur.

L'11 settembre, con una cerimonia molto sobria svoltasi presso i resti della colonia di Nevé Dekalim, i comandanti militari di Israele ammainarono la loro bandiera a Gaza. Verso sera, lunghe colonne di mezzi militari israeliani abbandonarono la Striscia.

Il 12 settembre 2005 il territorio della Striscia di Gaza passò in mano palestinese, e gli abitanti ebbero accesso alle aree che erano state loro precedentemente vietate. Alcuni palestinesi ne approfittano per vendicarsi dell'occupazione dando fuoco alle sinagoghe abbandonate e a circa 10 milioni di dollari di infrastrutture fra cui serre per coltivazioni. Il partito di al-Fatḥ governa in questo modo ufficialmente sulla striscia di Gaza, primo pezzo dello Stato di Palestina.

Controllo di Hamas (2007-oggi)

Dopo quasi 2 anni di controllo da parte di al-Fath, nel 2006 vennero indette nuove elezioni, che si tennero sia nella Striscia di Gaza che negli altri territori palestinesi della West Bank (ovvero la Cisgiordania, che costituisce la parte più estesa e più popolata dei territori palestinesi): secondo l'Onu e gli osservatori internazionali le elezioni furono regolari e furono vinte da Hamas, che con gli altri gruppi politici ad esso legati ottenne circa il 44% dei voti validi, mentre il principale partito rivale, Al-Fatah, che fino a quel momento aveva guidato i palestinesi, ottenne circa il 41%. La distribuzione del voto però era molto differente nei vari territori: le principali basi elettorali di Hamas erano nella Striscia di Gaza, mentre quelle del Fatah erano concentrate in Cisgiordania; questo lasciò subito presagire che, se i due partiti non avessero trovato un compromesso, sarebbe potuta scoppiare una lotta per il controllo dei due territori nei quali ciascuno dei due partiti era più forte e radicato.

Venne formato un governo a guida Hamas al quale Fatah rifiutò di partecipare, ma poiché l'Unione europea, e allo stesso modo gli Stati Uniti, consideravano Hamas un'organizzazione terroristica, interruppero l'invio dei loro aiuti ai territori palestinesi. Durante il giugno del 2007 la tensione tra Hamas e al-Fath, il partito dell'allora presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese, che non voleva accettare la "coabitazione" col Governo espresso da Hamas, sfociò in scontri aperti tra le due fazioni che in pochi giorni fecero oltre un centinaio di morti. Il 14 giugno 2007 Hamas, dopo una campagna militare efficace e violenta, conquistò la sede militare dell'ANP arrivando di fatto al controllo dell'intera Striscia di Gaza, uccidendo od espellendo ogni appartenente ad al-Fatḥ.

Iniziò contestualmente una nuova fase del conflitto tra Hamas ed Israele che vide, da parte israeliana, un embargo verso la Striscia, missioni di guerra e cosiddetti assassinii mirati contro esponenti palestinesi giudicati particolarmente pericolosi per la sua sicurezza, che causarono però diverse centinaia di morti tra la popolazione della Striscia, e da parte Hamas, il lancio di razzi Qassam e tiri di mortaio dalla Striscia di Gaza, contro installazioni e città israeliane.

 

Il 1º marzo 2008, l'esercito dello Stato di Israele con l'operazione Inverno caldo invase direttamente l'area con forze blindate ed aeree.

Nell'ambito di una tregua di sei mesi, mediata nel giugno 2008 dall'Egitto, Hamas accettò di porre fine al lancio dei razzi in cambio di un alleggerimento del blocco da parte di Israele. Il cessate-il-fuoco, però, non fu completamente osservato: si sono contati 49 palestinesi uccisi nel periodo di tregua. Inoltre Israele non ha rispettato la parte centrale dell'accordo, che prevedeva l'alleggerimento del blocco: invece dei 450 camion di aiuti giornalieri previsti, al massimo a una settantina era concesso attraversare i confini di Gaza, aggravando le condizioni di vita di una popolazione che sopravvive in gran parte grazie ad aiuti umanitari.

Il 4 novembre ci fu un attacco di Israele dentro il territorio di Gaza che uccise 6 guerriglieri di Hamas, azione che i palestinesi interpretarono come un'aperta violazione della tregua[4]. A metà dicembre, Hamas, per voce del primo ministro del suo Governo a Gaza, ha dichiarato "Non ci sarà nessun rinnovo della tregua senza un alleggerimento dell'assedio". A fronte di una crisi umanitaria interna sempre più grave, e nella speranza di poter trattare con Israele da posizioni di forza, Hamas ha ripreso le ostilità il 19 dicembre con lanci di razzi dalla Striscia, riportando all'attenzione internazionale la situazione della regione.

Dichiarando di voler ripristinare la sicurezza di zone dello Stato di Israele, minacciate dai lanci di razzi di Hamas, il 27 dicembre 2008 i vertici politici israeliani hanno lanciato l'operazione Piombo fuso contro la Striscia, con bombardamenti aerei mirati a colpire le postazioni di lancio dei razzi artigianali Qassam. Secondo fonti israeliane e filo-israeliane i militanti di Hamas, posizionavano tali rampe in prossimità di scuole, abitazioni civili (nonostante l'opposizione dei proprietari delle abitazioni stesse), ospedali[5], sedi televisive [6].

Nonostante la dichiarata intenzione di colpire postazioni di lancio, sedi governative ed altri obiettivi militari, il numero di vittime fra i civili palestinesi è stato alto, anche per via dell'assenza di adeguati rifugi per la popolazione della striscia e per l'elevata densità di popolazione della stessa. Secondo le stime del ministero della salute palestinese, riprese dall'ONU[7], gli attacchi avrebbero causato la morte di 1.380 palestinesi (la maggior parte dei quali civili, di cui circa 400 minori di 14 anni) e il ferimento di 5.380. L'IDF ha dichiarato che sarebbero morte negli attacchi circa 1.100/1.200 persone, ritenendo però che i due terzi di queste fossero miliziani di Hamas[8]. Durante i primi giorni successivi al cessate il fuoco, un medico rimasto anonimo avrebbe confidato al giornalista Lorenzo Cremonesi del Corriere della Sera che le cifre fornite dal governo palestinese avrebbero potuto essere gonfiate con scopo propagandistico e che quindi le vittime sarebbero potute scendere fino a circa 500-600 persone, mentre gli ospedali sarebbero stati in parte inutilizzati[5], ma la notizia di questa stima, giunta in Palestina, è stata smentita sia da fonte palestinese che israeliana[8] né è più stata citata dal Corriere della Sera.

La notte del 3 gennaio 2009 è iniziata l'invasione di terra da parte dell'esercito israeliano; la notte del 12 gennaio 2009, invece, per la prima volta nella storia della Striscia, le truppe israeliane penetrano nella città di Gaza, invadendo la periferia. L'avanzata avviene poche ore dopo che il primo ministro Ehud Olmert aveva messo in guardia i militanti di Hamas contro il "pugno di ferro" che si sarebbe abbattuto su di loro se avessero rifiutato di porre fine alle ostilità. L'inasprirsi del conflitto ha, di fatto, congelato, il difficilissimo processo di pace nella regione. Subito dopo l'inizio dell'operazione "piombo fuso", la diplomazia internazionale si è messa in moto per cercare di rilanciare il dialogo tra le due parti. L'Unione Europea, il 15 gennaio scorso, ha approvato una risoluzione in cui viene chiesto il ritiro delle truppe israeliane e l'apertura dei valichi di frontiera per permettere il passaggio degli aiuti umanitari [9]

Controversia sullo status di occupazione

Ai sensi del diritto internazionale, vi sono alcune leggi di guerra che disciplinano l'occupazione militare, comprese le convenzioni dell'Aja del 1899 e 1907 e la quarta Convenzione di Ginevra.[10] Israele afferma che Gaza non è più territorio occupato, nella misura in cui Israele non esercita un controllo effettivo o ha l'autorità su qualche proprietà o istituzione nella Striscia di Gaza.[11][12] Il Ministro degli Esteri di Israele Tzipi Livni ha dichiarato nel mese di gennaio 2008: "Israele se n'è andato da Gaza. Ha smantellato i suoi insediamenti. Non sono stati lasciati soldati israeliani là, dopo il disimpegno".[13]

Tuttavia, questa visione è contestata poiché Gaza non appartiene a nessuno Stato sovrano e poiché Israele mantiene il controllo delle frontiere terrestri, ad eccezioni di quelle con l'Egitto, di quelle marine e dello spazio aereo. Subito dopo il ritiro nel 2005 di Israele, il presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese Mahmud Abbas ha dichiarato, "lo status giuridico delle aree previsto per l'evacuazione non è cambiato".[11] Poco dopo, l'avvocato palestinese-americano Gregory Khalil, ha dichiarato: "Israele ancora controlla ogni persona, ogni bene, letteralmente ogni goccia d'acqua che entra o esce dalla Striscia di Gaza. È pur vero che le sue truppe non ci sono più... ma non vi è ancora la possibilità da parte dell'Autorità palestinese di esercitare il controllo".[14] Anche Human Rights Watch ha contestato che l'occupazione sia effettivamente finita.[15][16] L'Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari mantiene un ufficio su "Territorio palestinese occupato", che comprende la stessa Striscia di Gaza.[

Economia

La produzione economica nella Striscia di Gaza è diminuita di circa un terzo tra il 1992 e il 1996. Questa flessione è stata variamente attribuita alla corruzione e la cattiva gestione da parte di Yasser Arafat, e alle politiche di chiusura di Israele. Un grave effetto negativo sociale di questo rallentamento è stato l'emergere di un alto tasso di disoccupazione. Il numero di residenti di Gaza che vive sotto la soglia di povertà ($ 2 pro capite al giorno) costituisce l'85% della popolazione in seguito all'Operazione Piombo Fuso lanciata nel dicembre 2008 dal governo israeliano.[18]

I coloni israeliani di Gush Katif avevano costruito serre e sperimentato nuove forme di agricoltura. Queste serre inoltre fornivano occupazione a molte centinaia di palestinesi di Gaza. Quando Israele si è ritirato dalla Striscia di Gaza nell'estate del 2005, le serre sono state acquistate con i fondi raccolti da ex Presidente della Banca mondiale, James Wolfensohn, e date al popolo palestinese per iniziare la loro economia. Tuttavia, lo sforzo di miglioramento è stato limitato a causa dello scarso approvvigionamento di acqua, dell'incapacità di esportare prodotti a causa di restrizioni israeliane di confine, e della corruzione dilagante all'interno dell'Autorità palestinese. La maggior parte delle serre sono state saccheggiate o distrutte.[19][20]

I principali partner commerciali della Striscia di Gaza sono Israele, Egitto, e la Cisgiordania. Prima della seconda rivolta palestinese scoppiata nel settembre 2000, circa 25.000 lavoratori dalla Striscia di Gaza, ogni giorno si recavano in Israele per lavoro.[21]

Israele, Stati Uniti, Canada, e l'Unione europea hanno congelato tutti i fondi al governo palestinese dopo la formazione di un governo controllato da Hamas, che ha vinto le elezioni legislative palestinesi del 2006. Infatti Hamas è considerata dalle maggiori democrazie occidentali un'organizzazione terroristica.

I palestinesi e gli organismi internazionali stanno cercando di valutare il danno economico subito dalla Striscia di Gaza dall'inizio dell'offensiva israeliana Piombo fuso (dicembre 2008). Rafiq al-Husayni, consulente del Presidente palestinese Mahmud Abbas, ha stimato che il danno ammonta a $ 2 miliardi di euro. Circa 26.000 palestinesi non possono più vivere nelle proprie case e sono appoggiati in 31 grandi rifugi delle Nazioni Unite. Funzionari egiziani sono preoccupati per l'effetto del conflitto a Gaza sull'industria del turismo. Un calo nella prenotazione di hotel egiziani è stato risentito durante la vacanze di Natale 2008 e Capodanno 2008-2009.[22]

I residenti della Striscia di Gaza, a seguito della massiccia operazione di Israele lanciata nel dicembre 2008 sono stati costretti ad affrontare il peggioramento della situazione economica. Il rifornimento dei prodotti di base è diminuito in maniera significativa da quando le Forze di Difesa di Israele hanno bombardato decine di gallerie di contrabbando. I residenti nella Striscia hanno riferito che un sacco di farina è stato venduto per più di 200 NIS (circa $ 53), rispetto a 100 NIS ($ 26,5) da quando Israele ha iniziato l'Operazione. I prezzi del carburante hanno visto un aumento significativo da quando l'operazione militare è iniziata.[23]

A seguito dell'offensiva israeliana a Gaza nel dicembre 2008, una nuova iniziativa mira ad utilizzare l'offerta pubblica nella Striscia di Gaza al fine di aumentare i fondi necessari per la sua ricostruzione. Diverse organizzazioni arabe e islamiche si sono impegnate per la ricostruzione della Striscia di Gaza, trascurando la conferenza dei donatori svoltasi a Sharm el-Sheikh, in Egitto, nel mese di febbraio. È stato dichiarato dal promotore dell'iniziativa che l'investimento dei fondi raccolti dalla IPO (offerta pubblica) sarà effettuato solo dopo che il governo a Gaza - vale a dire quello di Hamas – verrà consultato.[24]

Dalla fine dell'Operazione Piombo Fuso e la distruzione di molte gallerie di contrabbando a Rafah, molti dei piccoli investitori nella Striscia sono caduti vittima di un investimento sbagliato, nel migliore dei casi, e di una grande truffa nel peggiore dei casi. L'industria dei tunnel ha prosperato da quando Hamas ha assunto controllo della Striscia di Gaza nell'estate del 2007, come mezzo per raccogliere fondi da parte del pubblico in cambio di un buon profitto.[25]

Il governo di Hamas a Gaza si è impegnato nel febbraio 2009 nella campagna di raccolta di fondi volti a raccogliere $ 25 milioni necessari per ripristinare decine di moschee rovinate dai raid israeliani. I danni alle moschee ammontano a circa $ 25 milioni di euro. 45 moschee sono state completamente distrutte durante la guerra, mentre 55 sono state parzialmente danneggiate.[26]

Nel gennaio 2009, a termine dell'offensiva israeliana a Gaza, circa 50 stazioni televisive in tutto il mondo arabo hanno unito le forze per una speciale trasmissione dedicata alla Striscia di Gaza, con l'obiettivo di raccogliere fondi. Il primo giorno della campagna sono stati raccolti circa mezzo miliardo di dollari da parte dei cittadini del mondo arabo, e dagli arabi e musulmani che vivono all'estero. Il denaro è stato depositato in conti bancari, aperti appositamente per questo scopo. [27]

 

Vari elementi nel mondo arabo musulmano hanno utilizzato le reti sociali, i messaggi di testo e volantini per chiedere di boicottare i prodotti americani, come le società McDonald's e Starbucks per protestare contro l'offensiva israeliana a Gaza lanciata nel dicembre 2008. Una vasta campagna è stata lanciata sul social network Facebook per propagare il boicottaggio delle imprese americane che sostengono l'operazione militare israeliana nella Striscia di Gaza. Gli organizzatori della campagna sostenevano che se i musulmani di tutto il mondo avessero boicottato i prodotti americani, l'economia statunitense avrebbe perso $ 8,6 miliardi al mese. La campagna di boicottaggio non sembra aver riscontrato un grande successo.[28]

Gli abitanti di Rafah si sono preoccupati fin dall'inizio dell'operazione Piombo Fuso per il rallentamento economico che potrebbe derivare dai danni causati ai tunnel usati per il contrabbando di armi con l'Egitto. Le gallerie sono state infatti una fonte di prosperità per la città di Gaza negli ultimi due anni, e ora c'è grande preoccupazione che le future disposizioni in materia di sicurezza limitino il loro uso. È stato affermato che il reddito creato grazie al contrabbando attraverso i tunnel era di circa $ 30 milioni l'anno fino al 2006 e ha raggiunto $ 650 milioni il primo anno in cui Hamas è salito al potere.[29]

Blocco economico imposto dallo Stato di Israele

Aprile 2009: Una parte della merce acquistata dai mercanti di Gaza viene trattenuta in magazzini controllati da Israele. Il numero dei beni trattenuti dallo stato ebraico ha recentemente raggiunto i 1.757 contenitori per un valore di circa $ 100 milioni.[30] Oltre Israele, anche l'Egitto è in parte responsabile ad aggravare la situazione economica dei palestinesi. Le autorità egiziane organizzano a Rafah vendite all'asta di beni sequestrati sul territorio egiziano nella parte palestinese della frontiera. Spesso i commercianti egiziani sono la fonte del contrabbando di merci, e a rimettere sono i mercanti palestinesi che pagano per merci che non riceveranno mai.[31] Il 1º giugno 2010, il presidente egiziano Hosni Mubarak, in risposta diretta agli eventi per quanto riguarda l'incidente della Freedom Flotilla di Gaza, ha aperto il Valico di Rafah a tempo indeterminato. Come risultato, i camion di aiuti sono entrati a Gaza per tutta la mattinata seguente, inoltre sono stati fatti entrare generatori di energia trasportati dalla Mezzaluna Rossa egiziana, e centinaia di abitanti di Gaza che si trovavano in Egitto[32].

Religione

Il 99,3% della popolazione è musulmano; lo 0,7% è invece cristiano.[33]

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Dopo aver 'visitato' e quindi in parte conosciuto la 'Striscia di Gaza' dove governa Hamas ci spostiamo a nord, al di là del Giordano dove in una regione i  palestinesi  hanno elaborato un loro 'Stato'. Confesso  di essere stato sorpreso da questa notizia. I media nostranonon si 'sforzano' di chiarire la situazione non solo politica ma anche geografico e culturale  relative ai palestinesi. La domanda che potrebbe nascere dopo aver saputo notizie più precise su questa seconda zona palestinese in Terra Santa è come sia possibile che tra queste due realtà politiche riescanoa convivere.Si rende pertanto necessaria ua ricercaper capire l'origine di questyo stato di fatto e nel contempo per comprendere quale futuro possa essere pensato per i palestinesi. Intanto ho rielaborato i dati da Wikipedia relativi alla isgioradania: credo possa aiutare a farsi un'idea di quel mondo così lontano da noi e come sia perennemente attraversato da violenza.

Cisgiordania

File:Palestine election map.PNG

Dati amministrativi

Nome completo

Cisgiordania

Nome ufficiale

 

Capitale

Ramallah

Politica

Forma di governo

de iure regione dello Stato di Palestina; de facto divisa tra Autorità Nazionale Palestinese e Israele.

Presidente

Mahmoud Abbas

Popolazione

Totale

2.163.000 ab.

Densità

369 ab./km²

Festa nazionale

15 novembre (Giorno dell'Indipendenza)

 

    Leader attuali    

Maḥmūd ʿAbbās
Salām Fayyāḍ

Benjamin Netanyahu
Shimon Peres

Altre proposte

Iniziativa di pace araba · Piano di pace Elon · Piano Lieberman · Accordo di Ginevra · Hudna · Piano di disimpegno unilaterale israeliano · Piano di riallineamento israeliano

a Le Alture del Golan e le Fattorie di Sheb'a non rientrano nei processi di pace israelo-palestinesi.

 

La Cisgiordania (lett. la parte al di qua del Giordano[1] in arabo: الضفة الغربية‎, aḍ-Ḍiffä l-Ġarbīyä, in ebraico: הגדה המערבית[?], HaGadah HaMa'aravit o sempre in ebraico: יהודה ושומרון[?], Yehuda ve'Shomron (Giudea e Samaria)[2]), in inglese chiamata West Bank ("la sponda occidentale"), è un territorio senza sbocco al mare sulla riva occidentale del fiume Giordano, nel Vicino Oriente. Fa parte, assieme alla Striscia di Gaza dei "Territori palestinesi". Il territorio della Cisgiordania ha una superficie di 5.860 km² e una popolazione di circa 2.163.000 abitanti. Esso confina a ovest, nord e sud con Israele, a est, oltre il fiume Giordano, con la Giordania. Dal 1967, a seguito della guerra dei sei giorni, la maggior parte della Cisgiordania è sotto occupazione militare israeliana, benché sia rivendicata interamente dallo Stato di Palestina.

Prima della Grande guerra, la zona ora conosciuta come la Cisgiordania è stata sotto il dominio ottomano, come parte della provincia di Siria. Nel 1920, alla conferenza di Sanremo, la vittoria delle forze alleate l'assegnò alla sovranità del Mandato britannico della Palestina.

La Guerra arabo-israeliana del 1948 vide la creazione di Israele in alcune parti dell'ex Mandato, mentre la Cisgiordania fu conquistata e annessa alla Transgiordania che divenne Giordania. Gli accordi di armistizio del 1949 hanno definito i suoi confini ad interim. Dal 1948 al 1967, la zona fu sotto il controllo giordano, e la Giordania non rinunciò ufficialmente alle sue pretese sull'area sino al 1988. Le richieste della Giordania non furono mai riconosciute dalla comunità internazionale, con l'eccezione del Regno Unito.

La Cisgiordania fu poi conquistata da Israele durante la guerra dei sei giorni nel giugno 1967. Eccetto Gerusalemme Est, il resto della Cisgiordania non è stato annesso da parte di Israele. La maggior parte dei residenti sono arabi, anche se un gran numero di insediamenti israeliani sono stati costruiti nella regione dal 1967.

Origini del nome

La Cisgiordania venne creata dagli accordi di armistizio del 1949, quando venne definita dalle linee di "cessate il fuoco" tra gli eserciti israeliano e giordano. Il nome usato in inglese, "West Bank" (sponda occidentale) venne apparentemente utilizzato per la prima volta dai giordani all'epoca della loro annessione della regione.[3] Letteralmente è un'abbreviazione de "la sponda occidentale del fiume Giordano"; il Regno di Giordania si estende invece sulla sponda orientale. Il nome "Cisgiordania" (letteralmente "su questo lato del Giordano"), viene usato normalmente in italiano, francese, romeno, spagnolo e altri linguaggi latini. L'analogo Transgiordania è utilizzato per indicare l'altra sponda. In inglese Cisgiordania è stato occasionalmente usato per indicare l'intera regione compresa tra il Giordano e il mar Mediterraneo. Il nome Giudea e Samaria è invece di origine biblica e risale al tempo in cui la regione era abitata dal popolo ebraico. Gli israeliani si riferiscono alla regione come una unità: il "West Bank" (ebraico: "HaGada HaMa'aravit" "הגדה המערבית"), o come due unità: Giudea e Samaria (ebraico: "Yehuda" "יהודה", "Shomron "" שומרון "), i due regni biblici (a sud il Regno di Giuda e a nord il Regno di Israele - la cui capitale era una volta la città di Samaria).[4] I termini geografici "Giudea" e "Samaria" sono in continuo uso da parte degli ebrei dai tempi biblici.[5] Tuttavia questo nome è criticato a causa del suo uso politicizzato da parte del coloni israeliani.[6] Il mondo arabo e, in particolare, i palestinesi osteggiano fortemente la dizione "Giudea e Samaria", nel cui uso ritengono si riflettano mire espansionistiche di Israele. Invece, si riferiscono alla zona come alla "Cisgiordania occupata".

Storia

Parte integrante dell'Impero Ottomano per quattro secoli e successivamente parte Mandato britannico della Palestina, i territori oggi conosciuti come Cisgiordania erano principalmente parte del territorio riservato dal Piano di spartizione del 1947 (Risoluzione 181 dell'Assemblea Generale dell'ONU) per uno stato Arabo. In base al Piano, la città di Gerusalemme e le città circostanti (comprese Betlemme e Ramallah) sarebbero state un territorio amministrato internazionalmente, il cui futuro sarebbe stato determinato in una data successiva. Il Piano fu accettato da Israele, ma rifiutato dagli arabi. Mentre uno stato arabo palestinese (oltre a quello già creato sull'85% del territorio con il nome di Transgiordania') non riuscì a materializzarsi, i territori vennero occupati dal confinante Regno di Transgiordania a seguito dell'attacco di questo ed altri quattro paesi arabi al neonato Stato d'Israele. Questa occupazione non venne riconosciuta dall'ONU o dalla comunità internazionale.

La linea temporanea di demarcazione della cessazione delle ostilità, che venne tracciata tra Israele e l'esercito transgiordano sulla "sponda occidentale", venne determinata dai colloqui sul cessate il fuoco del 1949, e viene spesso chiamata la "linea verde". Durante gli anni cinquanta, ci fu una significativa infiltrazione di rifugiati palestinesi e di terroristi, attraverso la linea verde. Nel corso della Guerra dei sei giorni, Israele conquistò questo territorio ma l'ONU non riconobbe neanche questo ulteriore sviluppo. I palestinesi sostengono che la Risoluzione 242 del consiglio di sicurezza dell'ONU si applica a questi territori. Nel 1988, la Giordania ritirò tutte le pretese su di essi, concedendone la sovranità all'OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) guidata da Yasser Arafat.

Nel 1993 gli Accordi di Oslo dichiararono lo status finale della Cisgiordania, come soggetto di un accordo tra Israele e la leadership araba palestinese. A seguito degli accordi, Israele ritirò le sue forze militari da alcune aree della Cisgiordania, che venne quindi divisa in:

  • Territorio a controllo e amministrazione palestinese (Area A)
  • Territorio a controllo israeliano ma con amministrazione palestinese (Area B)
  • Territorio a controllo e amministrazione israeliana (Area C)

Le aree B e C costituiscono la maggior parte del territorio, composto dalle zone rurali, mentre le aree urbane — dove risiede la maggior parte della popolazione palestinese — sono principalmente nell'Area A.

 

Lo status della regione in base ai negoziati di pace israelo-palestinesi

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite,[7], l'Assemblea generale delle Nazioni Unite[8], la Corte Internazionale di Giustizia,[9] e il Comitato internazionale della Croce Rossa[10]], si riferiscono ad esso come ad un territorio occupato da Israele.

Lo stato futuro della Cisgiordania, assieme alla Striscia di Gaza, sulla costa mediterranea, è stato a lungo dibattuto, a prova del fatto che non tutti concordano che l'area sia destinata a costituire uno stato autonomo palestinese (si veda Proposte per uno Stato di Palestina).

Israele preferisce il termine territori contesi, sostenendo che questo sia più vicino al punto di vista neutrale, alla realtà dei fatti storici e al diritto internazionale di guerra, oltre alla legittimità giuridica della fondazione dello Stato di Israele. Questo punto di vista non viene accettato da molte correnti soprattutto di estrema sinistra ed arabe, che considerano "occupato", come il termine più vicino alle loro posizioni.

Generalmente, il mondo arabo considera la Cisgiordania come proprietà esclusiva degli arabi palestinesi che vi risiedono, e guardano alla presenza israeliana come a quella di una forza di occupazione. I sostenitori di questa visione si riferiscono comunemente alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza come ai "territori occupati".

La visione di Israele sulla situazione attuale è la seguente:

  1. Il confine orientale di Israele non è mai stato definito da nessuno.
  2. I territori contesi non fecero parte di nessuno stato (l'annessione giordana non venne mai riconosciuta) fin dai giorni dell'Impero Ottomano.
  3. In base all'Accordi di Camp David con l'Egitto, l'accordo con la Giordania del 1994, gli Accordi di Oslo con l'OLP, lo status finale dei territori sarà fissato solo nell'ambito di un accordo permanente tra Israele e i palestinesi.

Gli accordi di Oslo del 1993 ha dichiarato che lo stato finale della Cisgiordania sarà oggetto di un prossimo accordo tra Israele e la leadership palestinese. A seguito di tali accordi ad interim, Israele ha ritirato il suo governo militare da alcune parti della Cisgiordania, che è stata divisa in tre settori:

Area

Controllo

Amministrazione

% di territorio
della Cisgiordania

% di Palestinesi
in Cisgiordania

A

Palestinese

Palestinese

17%

55%

B

Israeliano

Palestinese

24%

41%

C

Israeliano

Israeliana

59%

4%[11]

L'Area A comprende le città palestinesi, e alcune zone rurali di distanza da centri di popolazione di Israele nel nord (tra Jenin, Nablus, Tubas, e Tulkarm), il sud (nei pressi di Hebron), e uno nel centro sud di Salfit. L'Area B aggiunge altre popolate aree rurali, molto più vicino al centro della Cisgiordania. L'Area C contiene tutti gli insediamenti israeliani, le strade di accesso utilizzato per gli insediamenti, zone cuscinetto (vicino a insediamenti, strade, aree strategiche, e in Israele), e quasi tutta la Valle del Giordano e il deserto di Giuda.

Le Aree A e B sono a loro volta divisi tra le 227 aree separate (199 dei quali sono inferiori a 2 chilometri quadrati) che sono separati gli uni dagli altri da una zona controllata di area C.[12]

Mentre la stragrande maggioranza della popolazione palestinese vive in zone A e B, le terre vacanti disponibili per la costruzione di decine di villaggi e città in tutta la West Bank, è situato ai margini della comunità e definita come area C.[13]

L'Autorità palestinese ha il pieno controllo civile nell'area A, l'area B è caratterizzata da un'amministrazione congiunta tra l'ANP e di Israele, mentre la zona C è sotto il pieno controllo israeliano. Israele mantiene un controllo totale sugli insediamenti israeliani (sia quelli legali che quelli illegali), strade, acqua, spazio aereo, sicurezza "esterna" e di frontiera per l'intero territorio.

Città della Cisgiordania

La parte più densamente popolata della regione è la dorsale montuosa, che corre da nord a sud, dove si trovano le città di Nablus, Ramallah, Betlemme, e Hebron. Jenin, nell'estremo nord della Cisgiordania, si trova sul confine meridionale della valle di Jezreel, Qalqilya e Tulkarm sono situate alle pendici delle colline adiacenti alla piana costiera di Israele, mentre Gerico è posta vicino al fiume Giordano, poco più a nord del Mar Morto. A nord di Ramallah si sta costruendo la nuova città di Rawabi.[14][15]

Maale Adumim (circa 6 km ad est di Gerusalemme) e Ariel (tra Nablus e Ramallah) sono i più grandi tra le centinaia di insediamenti ebraici illegali nella regione.

Clima

Il clima in Cisgiordania è temperato con estati calde caratterizzate da notevole escursione termica ed inverni miti con possibilità di qualche nevicata. Nella zona di Gerico e nel Mar Morto il clima è pre-desertico, caldo e secco.

 

Trasporti e comunicazioni

La Cisgiordania ha 4.500 km di strade, dei quali 2.700 km sono asfaltate. Gli israeliani hanno sviluppato molte autostrade per servire i loro insediamenti. Queste autostrade sono inaccessibili ai palestinesi. La Cisgiordania ha anche tre aeroporti con pista asfaltata (ad uso di Israele e vietati ai locali palestinesi che non possono uscire dalla Palestina senza permesso di Israele)). Non esistono ferrovie.

La compagnia israeliana Bezeq, e quella palestinese PALTEL, sono responsabili per i servizi di telecomunicazioni in Cisgiordania. La Palestinian Broadcasting Corporation trasmette da una stazione AM a Ramallah sui 675 kHz; numerose stazioni locali private sono in funzione. Gran parte delle abitazioni palestinesi ha una radio, e molte hanno un televisore, ma non sono disponibili cifre precise.

 

Religioni

La comunità musulmana è circa il 75% della popolazione, il 17% è ebraica e l'8% cristiana

.[16]

V · D · MCittà controllate dall'Autorità Nazionale Palestinese

Cisgiordania

Betlemme · Beit Jala · al-Bireh · al-Zahiriyya · Dura · Halhul · Hebron · Jenin · Gerico · Nablus · Qalqilya · Ramallah · Tubas · Tulkarm · Yatta

Striscia di Gaza

Bani Suheila · Beit Hanun · Beit Lahia · Dayr al-Balah · Gaza · Jabalya · Khan Yunis · Rafah

 

 

 

 

 File:Jerusalem Dome of the
 rock BW 14.JPG

 

Status di Gerusalemme

Lo status di Gerusalemme è oggetto di controversie che nascono da un lato nel quadro dei conflitti arabo-israeliani ed in generale delle vicende geopolitiche mediorientali, dall'altro in relazione all'importanza che la città riveste per diversi credi religiosi.

La questione Gerusalemme è uno dei punti nodali del processo di pace israelo-palestinese.[1][2] Tuttavia l'importanza simbolica della città per le tre grandi religioni monoteiste, unitamente alla varietà di composizione della popolazione, alla sua peculiarità storica ed all'importanza di luoghi considerati patrimonio dell'umanità, rendono la ricerca di una soluzione ancora più complessa, allargado lo scenario del problema all'intera comunità internazionale.[3][4]

Per quanto riguarda il processo di pace, negli ultimi due decenni sono stati fatti importanti tentativi per definire uno status permanente della regione, e dunque in particolare di Gerusalemme; tuttavia, i complessi negoziati fra Israele ed ANP/OLP, seguendo il principio del nothing is agreed until everything is agreed («nessun accordo finché non c'è un accordo su tutto»),[5][6] finora non hanno portato ad alcun accordo. Per contro, l'amministrazione e la fruibilità dei luoghi sacri sono state finora regolamentate da atti unilaterali di Israele o da accordi bilaterali tra questo ed enti religiosi; ma si tratta sostanzialmente di soluzioni ad hoc: il quadro generale rimane incompleto e provvisorio - se non addirittura insoddisfacente per alcune delle parti. Da un punto di vista simbolico i due aspetti del problema, segnatamente la questione israelo-palestinese e la questione dei luoghi sacri, si intrecciano indissolubilmente nella annosa disputa su Monte del Tempio e Spianata delle Moschee; la complessità dei legami tra le questioni politiche, nazionali, etniche e religiose rende particolarmente difficile la ricerca di una soluzione basata solo sul diritto internazionale.[7]

Allo stato attuale Israele ha il controllo di tutta la città, tuttavia su Gerusalemme ci sono posizioni molto divergenti:

Israele rivendica l'intera Gerusalemme, inclusa Gerusalemme Est, come la sua "completa e unita" capitale; secondo la giurisprudenza israeliana, Gerusalemme è la capitale de jure dello stato di Israele;[8]nella prospettiva due popoli due stati, l'ANP rivendica almeno una parte di Gerusalemme (in arabo al-Quds, ossia "la Santa") come capitale del futuro stato arabo di Palestina;de jure, la maggior parte dei membri dell'ONU[9] e delle organizzazioni internazionali non riconosce l'annessione ad Israele di Gerusalemme Est, né riconosce Gerusalemme come capitale di stato; la maggior parte delle ambasciate estere in Israele si trova nel distretto di Tel Aviv.

Aspetti della controversia

Gerusalemme città sacra

Gerusalemme - in particolare la sua città vecchia - ha caratteristiche uniche rispetto ad altri territori contesi, poiché sacra per i fedeli di tre religioni:

storico simbolo della patria ebraica, luogo dove fu eretto il Tempio di Gerusalemme (l'edificio sacro più importante per la religione ebraica), nonché capitale del Regno di Giuda e Israele dal 1000 a.C. circa e del Regno di Giuda dal 933 a.C. al 597 a.C.;sacra per i cristiani poiché luogo in cui per loro Gesù Cristo ha vissuto e sofferto gli ultimi momenti della propria vita terrena, è stato sepolto e poi è risorto;sacra per i musulmani in quanto essi sostengono che Maometto vi sia giunto al termine d'un miracoloso viaggio notturno (isrāʾ) per ascendere poi al cielo pur rimanendo vivo (miʿraj).

Nel tempo questa sua peculiarità ha finito per determinare una profonda eterogeneità dal punto di vista etnico: una comunità ebraica è in Gerusalemme da migliaia di anni; nei primi secoli del cristianesimo Gerusalemme divenne il quarto patriarcato, e per secoli svariate chiese cristiane (in particolare quelle di rito orientale, la cui differenziazione è in qualche modo uno specchio della differenziazione etnica) hanno ininterrottamente conservato un proprio presidio in loco; per oltre mille anni, pur non senza soluzioni di continuità (a causa delle conquiste crociate) la città è stata prima araba poi ottomana.

Sebbene possa riguardare un'area relativamente poco estesa rispetto alle dimensioni dell'attuale municipaltà gerosolimitana, la problematica relativa ai luoghi sacri ha un'enorme importanza dal punto di vista simbolico per ciascuna delle tre religioni abramitiche.
La questione prettamente legata all'esercizio del culto - fruibilità, controllo, proprietà (da parte di soggettività private) dei luoghi sacri, ecc. - è di natura più che altro amministrativa; in generale Israele ha sempre dichiarato di voler rispettare le libertà di culto e pellegrinaggio, rappresentando l'attuazione di un atteggiamento sostanzialmente tollerante verso i vari credi come uno dei fiori all'occhiello delle sue politiche. Particolare importanza ha rivestito la decisione di rinnovare la validità dello Status Quo, che disciplina l'utilizzo dei luoghi più sacri per la cristianità.
Tuttavia la questione è intrinsecamente relata ai piani politico, giuridico e diplomatico, da un lato coinvolgendo altri soggetti internazionali, tra cui la Santa Sede, dall'altro i luoghi sacri essendo stati più volte oggetto di atti legislativi, dichiarazioni d'intenti e risoluzioni da parte di diversi enti. La stessa idea di internazionalizzazione, prima abbozzata da varie commissioni britanniche, poi adottata nel piano di partizione dell'ONU, ha le sue radici - prim'ancora che nella particolare composizione etnica - proprio nella sua natura di città sacra.

Sovranità e riconoscimento internazionale

Di fondamentale rilevanza nel contesto del processo di pace e della determinazione dello status permanente della zona, è il problema della sovranità territoriale.

Gerusalemme per due volte è stata teatro di guerra tra arabi ed israeliani, e nel tempo diversi soggetti del diritto internazionale hanno avuto il controllo e/o rivendicato la propria sovranità su una parte o sulla totalità della città; in particolare, negli ultimi vent'anni le rivendicazioni dei due attori principali, Israele e l'OLP-ANP, sono risultate finora inconciliabili; la posizione prevalente della comunità internazionale è quella di ritenere acquisita la sovranità di Israele sulla settore occidentale della città, e di considerare il settore orientale (al pari del resto della Cisgiordania) territorio occupato su cui vige la IV convenzione di Ginevra del 1949, con Israele potenza occupante.

La sovranità di Israele su Gerusalemme Ovest si è ormai considerata un fait accompli dalla comunità internazionale; questa idea è rintracciabile anche nei comportamenti dei paesi arabi e dalla stessa ANP. Rispetto a Gerusalemme Est la posizione internazionale è stata molto meno acquiescente, in ragione della norma che vieta ogni annessione ottenuta con l'uso della forza.[10]

I documenti ufficiali delle Nazioni Unite sulla questione sono molto numerosi; in particolare per quanto riguarda Gerusalemme Est sono significative le risoluzioni: SC-298 del 25 settembre 1971, SC-476 del 30 giugno 1980, SC-478 del 20 agosto 1980, GA-48/158 D del 20 dicembre 1993, AG-52/65 ed AG-52/66 del 10 dicembre 1997. La Corte Internazionale di Giustizia ha definito, nel caso della parte orientale della città, Israele quale potenza occupante[11][12]

Un aspetto del problema, di natura diplomatica e politica, riguarda il riconoscimento internazionale della proclamazione di Gerusalemme a capitale dello Stato di Israele; sin dal 1949-50 lo stato di Israele ha proclamato Gerusalemme - o meglio il settore ovest di Gerusalemme, a quel tempo controllato da Israele - sua capitale; la reazione della comunità internazionale a quella decisione fu in generale orientata su una posizione di non riconoscimento; il problema si è aggravato quando, dopo che nel 1967 Israele ebbe assunto il controllo della Cisgiordania, e successivamente varato una serie di provvedimenti volti ad unificare l'amministrazione della municipalità, nel 1980 la Knesset ha proclamato la città "completa e unita" capitale di Israele[8]; poiché questo atto venne interpretato come una forma di annessione de jure di Gerusalemme Est, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU deplorò immediatamente quella decisione[9] e la comunità internazionale si è successivamente orientata in maniera ancora più unanime verso il non riconoscimento. Attualmente nessuna ambasciata estera si trova entro i confini della regione attorno alla città per cui il piano di Partizione avrebbe previsto l'internazionalizzazione. Tali posizioni da parte della comunità internazionale volte a non riconoscere l'annessione territoriale di Gerusalemme Est allo stato di Israele, sono generalmente interpretate dalla pubblicistica e dalla stessa diplomazia israeliana anche come un atto di non riconoscimento politico dello status di capitale della città.[13][14]

Storia

Riepilogo storico a partire dal mandato Britannico

Le controversie internazionali sullo status della città risalgono alla fine del Mandato,[15] che i britannici avevano ricevuto dalla Società delle Nazioni nel 1922. A partire dal 1936 la Gran Bretagna iniziò a prendere in considerazione la soluzione a due stati; furono proposti diversi piani di partizione per la Palestina (Commissione Peel nel 1937[16], Commissione Woodhead del 1938[17] e Conferenza di St. James del 1939), che non ebbero alcun esito;[18] in tutte queste ipotesi di divisione il territorio di Gerusalemme e parte della regione circostante (principalmente in direzione del mare) rimanevano comunque sotto il controllo mandatario.

Il mandato formalmente cessò con lo scioglimento della Società delle Nazioni, ma gli inglesi continuarono ad amministrare la regione. Nell'impossibilità di mediare tra le ambizioni arabe ed ebraiche, ed in conseguenza delle crescenti tensioni, nel febbraio 47 gli inglesi annunciarono la propria volontà di disimpegnarsi:

« Gli schemi proposti sia dagli arabi sia dagli ebrei non ci paiono accettabili, nè siamo in grado di imporre una nostra soluzione »

(E. Bevin, dichiarazione alla House of Commons, 18 febbraio 1947)così la questione fu rimessa nelle mani delle neonate ONU.

Il regime internazionale (corpus separatum) originariamente previsto dall'ONU per la città di Gerusalemme nel quadro del Piano di partizione della Palestina cisgiordana[19], venne formalizzato come risoluzione 181 dell'Assemblea Generale[20], approvata il 29 novembre 1947. La popolazione della città di Gerusalemme, in base alle stime dell'UNSCOP (il comitato dell'ONU che aveva analizzato la situazione in Palestina ed aveva quindi proposto la soluzione a due stati poi adottata con la risoluzione 181) relativi alla fine del 1946, era composta composta da 100.000 ebrei (pari al 49% della popolazione cittadina) e 105.000 persone di origine araba o differente (51%).[21]

All'indomani dell'approvazione del piano, accettato, con poche eccezioni, da parte ebraica e respinto sia da parte degli arabi di Palestina che dai paesi arabi, scoppiò una guerra civile che finì poi per coinvolgere tutti gli stati della regione; la guerra si concluse nella primavera del 1949 con accordi armistiziali bilaterali stipulati tra Israele e le controparti egiziana, giordana, libanese e siriana. Le linee di demarcazione tra Israele e gli stati limitrofi sancite in questi accordi, che inevitabilmente ricalcavano le posizioni dei vari eserciti al momento del cessate il fuoco, erano - ad eccezione di quella col Libano - pensate come provvisorie, e non avrebbero in alcun modo costituito alcun tipo di vincolo per la determinazione delle future linee di confine de jure.[22] In particolare, Gerusalemme era attraversata dalla linea di demarcazione tra Giordania ed Israele: la parte ovest della città, comprendente le zone di più recente edificazione, ed a maggioranza ebraica, era sotto il controllo dello Stato di Israele, mentre la parte est, comprendente la città vecchia, ed a maggioranza araba, era sotto controllo del Regno di Giordania.

L'11 maggio 1949 Israele fu ammesso nelle Nazioni Unite, mediante una risoluzione[23] che richiamava esplicitamente la 181, e prendeva nota degli impegni in proposito presi dal rappresentante israeliano.[24]

Il 9 dicembre 1949 l'ONU ribadì l'internazionalizzazione di Gerusalemme nella risoluzione 303 dell'Assemblea Generale, che però Israele giudicò irricevibile. La città fu dunque proclamata capitale di Israele all'inizio del 1950.

Dal 1948 al 1967, la città è stata divisa in due zone, fino a quando, in seguito alla guerra dei sei giorni, Israele acquisì il controllo dell'intera città.

Il 30 luglio 1980 il parlamento israeliano promulgò la cosiddetta Jerusalem Law[25], una legge fondamentale (un atto legislativo che, negli stati dotati di una costituzione, va considerato equipollente ad un atto costituzionale) che era una proclamazione de jure della capitalità della città "completa ed unita".

Tali proclamazioni non sono state riconosciute come valide dalle maggiori autorità internazionali, e sono state condannate da Risoluzioni ONU non vincolanti e sentenze di corti internazionali, poiché la città di Gerusalemme comprende territori non riconosciuti come israeliani dal diritto internazionale. La Corte Internazionale di Giustizia ha confermato nel 2004 che i territori occupati dallo Stato di Israele oltre la "Linea Verde" del 1967 continuano ad essere "territori occupati" e dunque con essi anche la parte est di Gerusalemme.

Nel maggio 2007, in occasione dei festeggiamenti per il quarantesimo anniversario della riunificazione della città, ha creato sconcerto nel mondo politico israeliano l'assenza di rappresentanze diplomatiche alla cerimonia di Stato. Il primo a declinare l'invito fu il rappresentante tedesco, seguito da quello statunitense. Il sindaco Lupolianski reagì rifiutando la necessità di un riconoscimento internazionale[26], mentre membri della Knesset auspicarono che lo status di capitale potesse essere internazionalmente riconosciuto in futuro[27][28]

Gerusalemme nel processo di pace

La questione Gerusalemme è stata un punto critico sin dai colloqui israelo-egiziani del 1978. Nella preparazione della cornice di pace presentata in quel contesto, in riferimento allo status di Gerusalemme Est Begin aveva respinto con forza l'etichetta di "territori occupati il cui status definitivo sarebbe stato da negoziare". Il mediatore propose quindi un accordo secondo il quale sarebbe stata adottata una formula più vaga, facendo «riferimento, senza citarli, a precedenti prese di posizione [americane] in cui Gerusalemme Est era definita "territorio sotto occupazione", soggetto alla Convenzione di Ginevra del 1949».[29]

Nelle fasi iniziali delle trattative tra Israele ed OLP il problema fu posposto. In particolare alla firma della Dichiarazione di princìpi con Arafat il 13 settembre del 1993, il leader israeliano Rabin, ben conscio della difficoltà della questione, decise di rimandare i negoziati sulla città "a tempi migliori".[30]

La spinta maggiore alla convocazione del Summit di Camp David del 2000 fu, da parte statunitense, proprio l'apprendere delle inaspettate concessioni che il premier israeliano Barak si era dichiarato disponibile a concedere riguardo a Gerusalemme Est;[31] tuttavia proprio sulla Città Santa si manifestarono tra i contrasti più accesi, che impedirono il raggiungimento di un accordo:[32] veti reciproci impedirono lo "storico passo" e contribuirono allo scoppio della seconda intifada.[30]

L'anno successivo al Summit di Taba Israele, pur aumentando significativamente le concessioni sulla Cisgiordania, mantenne la stessa linea su Gerusalemme e sul problema dei rifugiati, dunque si pervenne nuovamente ad un nulla di fatto.

Sia a Camp David che a Taba, la divisione del Monte del Tempio, simbolo di identità nazionale oltre che religiosa per entrambi i popoli, sembra aver costituito l'elemento di più difficile conciliazione.[30]

Posizione di Israele

Alcuni giuristi israeliani sostengono che la sovranità di Israele su Gerusalemme Est e sull'intera Cisgiordania è legittima dal momento che la Giordania non aveva precedentemente alcuna legittima sovranità su quei territori,[33] e pertanto Israele ha legittimamente proceduto a "riempire quel vuoto" quando attaccato dalla Giordania nel corso della guerra dei sei giorni. La sovranità israeliana su "Gerusalemme Ovest" è risultato di un simile "vuoto" venuto a determinarsi al termine del Mandato britannico della Palestina, laddove anche durante la guerra arabo-israeliana del 1948 le azioni delle forze ebraiche in quel quadrante furono di autodifesa.[34][35]

Nel 1980, la Knesset ha approvato una Legge Fondamentale, che ha il valore di un principio costituzionale, essendo Israele uno stato a costituzione non scritta. La legge del 1980 ha il nome di "Legge Fondamentale: Gerusalemme capitale di Israele" che proclama Gerusalemme la capitale ufficiale dello stato. La legge ha quattro articoli; primo: "Gerusalemme, unita ed indivisibile, è la capitale di Israele"; secondo: "Gerusalemme è la sede del capo di stato, della Knesset, del governo e della suprema corte"; il terzo tratta della protezione dei "Luoghi Sacri" mentre il quarto di faccende amministrative.[8]

In accordo con la legge del 1980, tutti gli organi sovrani di Israele sono situati a Gerusalemme.

Posizione palestinese

I palestinesi rivendicano Gerusalemme (al-Quds) come capitale di un futuro Stato palestinese. Nella Dichiarazione di Indipendenza della Palestina, proclamata dall'OLP nel 1988, si stabilisce che Gerusalemme deve essere la capitale dello Stato di Palestina.

Nel 2000 l'ANP ha promulgato una legge che designa Gerusalemme Est come tale, e nel 2002 questa legge è stata ratificata dal presidente Arafat.[36][37] Secondo il ministero dell'Informazione dell'ANP, la posizione ufficiale su Gerusalemme include questi punti:[38]

Gerusalemme Est è un territorio occupato, in accordo con la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, ed è parte di quel territorio su cui uno Stato palestinese, quando sarà creato, eserciterà la sua sovranità.Secondo i trattati precedentemente stipulati con Israele, lo status di Gerusalemme (tutta, non solo Gerusalemme Est) è ancora da negoziare.Gerusalemme deve essere città aperta liberamente accessibile, e rimanere indivisa a prescindere dalla soluzione sulla questione della sovranità.Lo Stato palestinese si impegnerà per la libertà di culto ed agirà in modo da proteggere i luoghi di importanza religiosa.

Presso l'Orient House, a Gerusalemme Est, è stata operativa, semi-clandestinamente negli anni '80 e apertamente negli anni '90, la sede locale dell'OLP, successivamente ufficio di Faysal al-Husayni, ministro per le Questioni di Gerusalemme dell'ANP. La sede, ultima istituzione palestinese funzionante a Gerusalemme, è stata chiusa dalle autorità israeliane nell'agosto 2001[39], il giorno seguente ad un attentato terroristico rivendicato sia da Hamas che dalla Jihad Islamica[40].

Posizione del Regno di Giordania

La Giordania ha avuto il controllo de facto della Cisgiordania, e dunque della parte est della città, nel periodo che va dagli accordi armistiziali del 1949 sino alla guerra dei sei giorni del 1967. Nel 1950 il Regno di Giordania decise l'annessione della Cisgiordania, ottenendo scarso riconoscimento internazionale.[41]
Il 31 luglio 1988 Re Hussein di Giordania annunciò ufficialmente il disimpegno giordano, dunque la cessazione da parte giordana di ogni obbligo amministrativo sulla Cisgiordania, esprimendo altresì l'auspicio che, in accordo col principio di autodeterminazione dei popoli, su quelle stesse terre potesse sorgere uno stato palestinese. La posizione giordana sulla West Bank, e di conseguenza sulla parte Est di Gerusalemme, resta di difficile interpretazione, in particolare non c'è accordo sulle implicazioni di quella dichiarazione a proposito delle rivendicazioni di sovranità.[42]

Posizione dell'ONU

Le Nazioni Unite tramite i propri organi si sono espresse riguardo allo status di Gerusalemme in diverse occasioni. In previsione del termine del mandato britannico della Palestina, una prima relazione, affidata all'UNSCOP, comitato costituito appositamente nel 1947 per elaborare il piano di partizione della Palestina, raccomandò la creazione di una zona internazionale nella quale la città fosse compresa[43]. Il 29 novembre l'Assemblea generale adottò il piano tramite la risoluzione 181, non vincolante, specificando come la città di Gerusalemme dovrà essere instaurata come corpus separatum sotto un regime speciale internazionale e dovrà essere amministrata dalle Nazioni Unite[44]

Sei successive risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU hanno denunciato o dichiarato non validi i tentativi di Israele di controllare e/o unificare la città; tuttavia nessuna di esse fa capo al Capitolo VII dello Statuto delle Nazioni Unite; questo tipo di risoluzioni, oltre a non poter essere rese esecutive con l'uso della forza, sono in genere ritenute non vincolanti dal punto di vista del diritto internazionale.[45] In particolare con la risoluzione non vincolante n. 478 del 1980 (passata con 14 voti favorevoli e l'astensione degli USA) il Consiglio di Sicurezza ha:

dichiarato la legge fondamentale del 1980 "nulla e priva di valore legale, e da ritirarsi immediatamente" perché mirante ad "alterare la natura e lo status di Gerusalemme";invitato tutti gli stati membri ad accettare questa decisione;invitato quegli stati membri con delle missioni diplomatiche a Gerusalemme a ritirarle da lì.

Prima della risoluzione i paesi che avevano stabilito la loro ambasciata a Gerusalemme erano 13: Bolivia, Cile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Haiti, Paesi Bassi, Panama, Repubblica Dominicana, Uruguay, Venezuela. Accogliendo la risoluzione tutti spostarono la loro ambasciata a Tel Aviv. Costa Rica ed El Salvador trasferirono nuovamente le rispettive ambasciate a Gerusalemme nel 1984, per poi riportarle a Tel Aviv nel 2006.[46][47] Al momento nessuna ambasciata internazionale è a Gerusalemme, benché quelle di Paraguay e Bolivia sono a Mevasseret Zion, un sobborgo 10 km ad ovest della città.[48]

Il Congresso degli Stati Uniti ha richiesto da diversi anni lo spostamento dell'ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, ma nessuno dei governi succedutisi ha messo in atto la decisione. Su 83 ambasciate presenti nel 2008 in Israele, 64 (77%) si trovano a Tel Aviv, 10 (12%) a Ramat Gan (città presso Tel Aviv), 5 (6%) a Herzliya (città presso Tel Aviv), 2 (2,4%) a Herzliya Pituah (sobborgo marino di Herzliya), 2 (2,4%) a Mevaseret Zion (un insediamento israeliano retto da un Local council, ente amministrativo territoriale - ve ne sono 144 in Israele - simile in struttura a un municipio, ma non ancora tale, non raggiungendo la popolazione minima necessaria per esserlo secondo la legge israeliana; si trova nel Distretto di Gerusalemme, a circa 10 km dalla città di Gerusalemme, lungo l'autostrada che la collega a Tel Aviv). In totale, 81 ambasciate su 83 (97,6%) si trovano nel Distretto di Tel Aviv e solo due (Paraguay e Bolivia) in quello di Gerusalemme, ma fuori dalla città di Gerusalemme. (Fonte).

I Paesi Bassi conservano un ufficio a Gerusalemme. Grecia, Italia, Regno Unito[49] e Stati Uniti hanno a Gerusalemme dei Consolati Generali - il Console Generale prende contatto con l'amministrazione locale di Gerusalemme e non con le autorità politiche israeliane. Dal momento che il presidente riceve gli accrediti dei diplomatici stranieri e risiede a Gerusalemme, per presentare le proprie credenziali, all'atto dell'assunzione del loro incarico, gli ambasciatori devono recarsi da Tel Aviv a Gerusalemme.

Ancora il 7 ottobre 2000 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvando la Risoluzione 1322 (2000) ha confermato come le precedenti Risoluzioni 476 (1980) del 30 giugno 1980, 478 (1980) del 20 agosto 1980, 672 (1990) del 12 ottobre 1990 e 1073 (1996) del 28 settembre 1996, e "tutte le proprie altre Risoluzioni rilevanti" restino in vigore, nonostante siano non vincolanti. La medesima Risoluzione, riferendosi a fatti avvenuti a "Gerusalemme" (senza limitarne l'estensione alla sola Gerusalemme Est), definisce Israele "Potenza occupante" e la richiama - come tale - ai propri obblighi ex IV convenzione di Ginevra; tale posizione è stata riaffermata dalla Corte Internazionale di Giustizia in una sua opinione ufficialmente espressa nel 2004. Le Risoluzioni richiamate, in particolare la Risoluzione 478, richiamando altre precedenti Risoluzioni in materia, afferma a propria volta - in termini netti ed in base al Diritto Internazionale plasmato dallo stesso Statuto delle Nazioni Unite - che è (Ris. CdS 476) "inammissibile l'acquisizione di territorio con la forza" (avvenuta, nel caso di Gerusalemme, a seguito della guerra dei sei giorni) e, censurandone nei termini più severi i contenuti, stabilisce che tutte le misure amministrative e legislative intraprese da Israele e volte ad alterare lo status di Gerusalemme, inclusa la "legge base" Israeliana che dichiara Gerusalemme quale propria capitale, costituiscono una "violazione del Diritto internazionale" e, pertanto, sono dichiarate "nulle e prive di validità" e "da rescindere". Conseguentemente, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha richiamato tutti i membri ONU a "(a) accettare tale decisione e (b) a ritirare le proprie missioni diplomatiche presso Israele che fossero presenti a Gerusalemme". Tale ritiro è effettivamente avvenuto, anche di quegli Stati che avevano proprie ambasciate presso Israele a Gerusalemme.

La mancanza di una capitale di Israele riconosciuta come tale dall'ONU è rimarcata nella stessa cartografia da esso prodotta e distribuita, che non indica alcun centro quale capitale d'Israele (come ad esempio questa mappa del 2004 ove, pur non impegnando il Segretariato delle Nazioni Unite rispetto ai suoi contenuti, Gerusalemme è segnata semplicemente come "città" sede di "distretto", laddove Amman e Damasco sono segnate come "capitali" dei rispettivi Stati; vedi anche mappa del Mediterraneo sudorientale e mappa del Medio Oriente).

Posizione dell'Unione Europea

Secondo l'Unione Europea la complessa questione di Gerusalemme dovrebbe essere equamente risolta nel contesto della soluzione a due stati proposta dalla Roadmap (di cui è uno dei quattro proponenti), tenendo conto degli interessi politici e religiosi di tutte le parti coinvolte.

« L'UE si oppone a misure che potrebbero pregiudicare il risultato dei negoziati per uno status permanente riguardo a Gerusalemme, basando le sue politiche sui principi stabiliti nella risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in particolare l'inammissibilità dell'acquisizione di territori con l'uso della forza.

L'UE ha espresso anche preoccupazione per il fatto che le politiche attuate da Israele stanno riducendo la possibilità di raggiungere un accordo definitivo su Gerusalemme, e non rispettano nè le condizioni imposte ad Israele dalla Roadmap, nè la legge internazionale. [...]

L'UE si è anche appellata per la riapertura degli enti Palestinesi a Gerusalemme Est, in accordo con la Roadmap, in particolare l'Orient House e la Camera di Commercio, ed ha fatto appello al governo di Israele perché sia posto termine ad ogni trattamento discriminatorio a danno dei Palestinesi residenti in Gerusalemme Est, in particolare riguardo a permessi di lavoro, accesso all'istruzione ed alla sanità, permessi edilizi, demolizioni di residenze, tasse ed investimenti »

Posizione degli Stati Uniti

Il legislativo degli Stati Uniti d'America ha più volte preso posizione in merito alla questione.
Nel 1990 il Congresso ha adottato all'unanimità la risoluzione congiunta 106 del Senato che dichiara che il Congresso "crede fortemente che Gerusalemme deve restare una città indivisa, in cui i diritti di ogni gruppo etnico e religioso sono protetti"; questa affermazione è stata ribadita nel 1992 nella risoluzione congiunta 113 del Senato, approvata all'unanimità da Senato e Camera dei Rappresentanti; nel giugno 1993, 257 membri della Camera dei Rappresentanti hanno cofirmato una petizione al Segretario di Stato asserendo che "il trasferimento dell'ambasciata americana a Gerusalemme non deve avvenire oltre il 1999", mentre nel marzo 1995, 93 membri del Senato hanno cofirmato una petizione sempre al Segretario di Stato per l'implementazione urgente di quel trasferimento.[51]
Nel 1995 il Congresso ha approvato il Jerusalem Embassy Act[51] in cui il Congresso, richiamando i precedenti sopra elencati, prende atto che:

« (1) Ogni stato sovrano, in accordo con le leggi internazionali ed il diritto consuetudinario, può designare la propria capitale.
(2) La città di Gerusalemme è la capitale dello Stato di Israele dal 1950.
(3) La città di Gerusalemme è la sede del Presidente, del Parlamento e della Suprema Corte di Israele, ed ospita numerosi ministeri ed istituzioni sociali e culturali governativi. [...]
(6) La città di Gerusalemme è stata riunificata attraverso il conflitto noto come Guerra dei Sei Giorni.
(7) A partire dal 1967 Gerusalemme è una città unita amministrata da Israele ed alle persone di ogni credo religioso viene garantito pieno accesso ai luoghi sacri all'interno della città. [...]
(15) Gli Stati Uniti mantengono la loro ambasciata nella capitale attiva di ogni paese tranne nel caso dello Stato di Israele, nostro democratico amico ed alleato strategico.
(16) Gli Stati Uniti svolgono incontri ufficiali ed altre attività nella città di Gerusalemme, riconoscendo de facto il suo status di capitale di Israele. [...] »

e dichiara che:

« (1) Gerusalemme rimanga una città indivisa in cui i diritti di ogni gruppo etnico e religioso sono protetti.
(2) Gerusalemme sia riconosciuta come capitale dello Stato di Israele.
(3) L'Ambasciata in Israele degli Stati Uniti d'America sia stabilita a Gerusalemme non più tardi del 31 maggio 1999. »

(Jerusalem Embassy Act[51], Sec. 3, TIMETABLE, (a) Statement of the Policy of the United States)

Da allora ogni sei mesi lo spostamento dell'ambasciata da Tel Aviv viene rinviato dal Presidente, ogni volta ribadendo che il "Governo conferma l'impegno a dare inizio al processo di trasferimento a Gerusalemme della nostra ambasciata".
Come effetto dell'Embassy Act, sia i documenti ufficiali che i siti web ufficiali degli Sati Uniti fanno riferimento a Gerusalemme come alla capitale di Israele.

Nel 2003 è stato ribadito che:

« Il Congresso conferma il suo impegno di trasferire l'Ambasciata degli Stati Uniti d'America a Gerusalemme e richiama il Presidente, in conformità col Jerusalem Embassy Act del 1995 [...], a dare immediatamente inizio al processo di trasferimento dell' Ambasciata degli Stati Uniti d'America a Gerusalemme »

(Foreign Relations Authorization Act dell'anno fiscale 2003[52], Sec. 214)

Tuttavia, i due presidenti degli Stati Uniti sin'ora succedutisi hanno sostenuto che le decisioni del Congresso riguardo allo status di Gerusalemme sono meramente "consultive"; in particolare, a proposito della sopracitata sezione 214 del Foreign Relations Authorization Act, George W. Bush ha sostenuto che:

« La sezione 214 costituisce un'inammissibile interferenza con l'autorità costituzionale del Presidente di formulare la posizione degli Stati Uniti, parlare per la Nazione negli affari internazionali, e determinare i termini in base ai quali è concesso il riconoscimento agli stati esteri. La posizione degli Stati Uniti su Gerusalemme non è cambiata. »

(Dichiarazione del Presidente sul Foreign Relations Authorization Act dell'anno fiscale 2003[53])

La costituzione degli USA assegna la conduzione della politica estera al Presidente, ma il Congresso ha il cosiddetto "potere della borsa", ovvero vara le finanziarie e potrebbe pertanto vietare spese su ogni ambasciata eventualmente situata al di fuori di Gerusalemme. Al momento il Congresso non ha compiuto questo passo.

A Gerusalemme il Dipartimento di Stato dispiega un Consolato Generale.

Sul passaporto dei cittadini americani nati a Gerusalemme, in corrispondenza della voce relativa al loro paese natio compare l'indicazione "Jerusalem" in luogo di "Israel". Il Congresso nel 2002 ha approvato un disegno di legge per permettere ai cittadini americani di scegliere la dicitura "Israel" in relazione al paese di nascita; ma il Presidente non ha implementato queste disposizioni, giudicando l'atto consultivo e non impegnativo.[54][55] Un simile disegno di legge fu proposto alla Camera dei Rappresentanti nel febbraio 2007, ma in data giugno 2007 non è ancora stato messo ai voti.[56]

Il 5 giugno 2007 la Camera dei Rappresentanti ha approvato con voto espresso a voce la risoluzione congiunta 152, affermando che il Congresso:[57][58]

si congratula con i cittadini di Israele per il quarantesimo anniversario della guerra dei Sei Giorni, in cui Israele ha sconfitto i suoi nemici che ambivano a distruggere lo Stato Ebraico;si congratula con gli abitanti di Gerusalemme e con il popolo di Israele per il quarantesimo anniversario della riunificazione di tale storica città;esprime apprezzamento verso gli stati di Egitto e Giordania, allora schierati contro Israele nella guerra dei sei giorni, per aver avuto negli anni a seguire la saggezza ed il coraggio di abbracciare una prospettiva di pace e coesistenza con Israele;esprime apprezzamento nei confronti di Israele per il modo in cui la città indivisa di Gerusalemme è stata amministrata negli ultimi 40 anni, durante i quali Israele ha garantito i diritti di tutti i gruppi religiosi;ribadisce il suo impegno riguardo agli accordi contenuti nel Jerusalem Embassy Act del 1995, ed invita il Presidente e tutti gli Stati dell'Unione ad attenersi ad essi;richiama i Palestinesi ed i paesi Arabi ad unirsi ad Israele nei negoziati di pace per risolvere il conflitto Arabo-Israeliano, inclusa la realizzazione della prospettiva di due stati democratici, Israele e Palestina, che vivano fianco a fianco in pace e sicurezza.

Questa risoluzione è una proposta legislativa che non richiede la firma del Presidente ma non ha valore di legge.

Altre posizioni notevoli

Santa Sede

La Santa Sede si è più volte espressa a favore di soluzioni che prevedano Gerusalemme come città internazionale sotto il controllo dell'ONU o di istituzioni legate a questa. Papa Pio XII fu tra i primi a portare avanti una simile proposta, fin dalla sua enciclica Redemptoris Nostri Cruciatus del 1949, e questa posizione fu successivamente ribadita durante i pontificati di Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II.

Nel tempo sono state avanzate moltissime possibili soluzioni per la questione, alcune delle quali particolarmente creative.[59]

^ In Villani , op. cit., par.1, l'aspetto religioso viene considerato prioritario: "l'unicità di Gerusalemme, quale città sacra per le tre grandi religioni monoteiste, Cristianesimo, Ebraismo, Islamismo, ha rappresentato sempre un motivo dominante nelle soluzioni, attuate o tentate, ai problemi relativi al suo status giuridico internazionale. Proprio questa unicità, peraltro, determina una particolare difficoltà di tali problemi, accresciuta dalle pretese alla sovranità territoriale su Gerusalemme avanzate sia da Israele che dal popolo palestinese [...] nonché dalla composizione estremamente eterogenea della sua popolazione. Si tratta infatti di individuare una soluzione che sia accettabile non solo dalle parti in causa più direttamente interessate alla questione della sovranità territoriale (oggigiorno Israele e popolo palestinese), ma che soddisfi anche gli interessi legati alla dimensione religiosa, storica, culturale di Gerusalemme, interessi che coinvolgono anche altri soggetti, a cominciare dalla Santa Sede, e, in qualche misura, l'intera comunità internazionale".Pieraccini e Dusi, op. cit., p.112, prima in riferimento alla seconda intifada sostengono che i "recenti avvenimenti hanno confermato quanto l’insanabile disputa per il Monte del Tempio continui a rappresentare il più difficile e pericoloso fattore del conflitto nazional-religioso tra arabi ed ebrei. Gerusalemme e la sua sacra Spianata sono viste da ambedue le parti come un potente simbolo di identità nazionale"; quindi affermano che: "il problema di Gerusalemme è estremamente complesso. L’inestricabile legame tra religione e politica che lo caratterizza rende infatti difficile una soluzione che risponda ai tradizionali meccanismi del diritto internazionale".^ Villani , op. cit. prima sostiene che "l'atteggiamento generale della comunità internazionale e delle Nazioni Unite sembra mostrare il convincimento che la sovranità di Israele su Gerusalemme Ovest si sia ormai affermata giuridicamente o, quanto meno, che non sia più possibile, politicamente, rimetterla in discussione. E ciò, ai fini del consolidamento dell'autorità di governo di Israele su Gerusalemme Ovest, è pressoché equivalente, se non ad un riconoscimento di sovranità, almeno ad una posizione di acquiescenza"; in particolare nel documento si rimarca come tale acquiescenza sia riscontrabile anche nell'atteggiamento dei paesi arabi e della stessa OLP/ANP; riguardo alla posizione dell'ONU su Gerusalemme Est l'autore ricorda le "frequenti [...] risoluzioni del Consiglio di sicurezza e dell'Assemblea generale specificamente intese a condannare, dichiarandole invalide, le misure adottate da Israele a Gerusalemme Est", osservando in particolare come "rispetto a Gerusalemme Est [abbia] trovato quindi piena e coerente applicazione la norma, sempre più consolidata nel diritto internazionale, che vieta ogni annessione ottenuta con l'uso della forza", infine conclude che "gli Stati e le altre organizzazioni internazionali hanno mostrato di condividere la posizione dell'ONU".

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Gerusalemme Est

 

Storia

Accordi di Camp David · Conferenza di Madrid · Accordi di Oslo/Oslo II · Protocollo di Hebron · Memorandum di Wye River/Memorandum di Sharm el-Sheikh · Summit di Camp David · Summit di Taba · Road Map · Conferenza di Annapolis

Aspetti rilevanti nella trattativa

Insediamenti israeliani
Barriera di separazione israeliana · Stato ebraico · Terra di Israele · Status di Gerusalemme

Altre proposte

Iniziativa di pace araba · Piano di pace Elon · Piano Lieberman · Accordo di Ginevra · Hudna · Piano di disimpegno unilaterale israeliano · Piano di riallineamento israeliano

a Le Alture del Golan e le Fattorie di Sheb'a non rientrano nei processi di pace israelo-palestinesi.

Gerusalemme Est è la parte orientale di Gerusalemme (al-Quds in arabo) che, prima occupata e poi annessa alla Giordania a seguito della Guerra arabo-israeliana del 1948, fu a propria volta occupata ed annessa ad Israele con la Guerra dei sei giorni del 1967. La sovranità territoriale su Gerusalemme Est è ancora oggetto di controversia internazionale, e la determinazione del suo status permanente costituisce probabilmente il principale ostacolo al processo di pace in Medio Oriente.

La parte Est della città include la Città Vecchia di Gerusalemme e alcuni dei luoghi considerati santi dalle religioni ebraica, cristiana e islamica, quali ad esempio il Monte del Tempio, il Muro occidentale, la Moschea al-Aqsa, la Chiesa del Santo Sepolcro. Per "Gerusalemme Est" si intende tanto la zona sotto il dominio giordano nel periodo 1949-1967 (estesa su 6,4 km²), quanto tutta la zona successivamente occupata da Israele ed annessa (estesa su 70 km²).

Secondo quanto dice il piano di spartizione dell'ONU del 1947 tutta Gerusalemme avrebbe dovuto costituire un territorio internazionalizzato, enclave in territorio dello Stato arabo. A seguito della Guerra arabo-israeliana del 1948, Gerusalemme si ritrovò divisa in due zone: quella occidentale, abitata principalmente da popolazione ebraica, controllata da Israele; quella orientale, abitata principalmente da popolazione araba, controllata dalla Giordania. Gli arabi che vivevano nei sobborghi della zona occidentale, come ad esempio Katamon e Malha, dovettero fuggire; lo stesso avvenne agli ebrei che vivevano nella zona orientale, come la Città Vecchia o la Città di David. L'unica zona orientale che Israele mantenne nei 19 anni del dominio giordano fu il Monte Scopus, dove è situata l'Università Ebraica di Gerusalemme, che costituì dunque una enclave e pertanto non viene considerato parte di Gerusalemme Est.

Nel 1967, in seguito alla guerra dei sei giorni, la Cisgiordania finì interamente in mani israeliane; Gerusalemme Est ed alcuni villaggi circostanti vennero riuniti alla municipalità occidentale.

Nel novembre 1967 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvò la risoluzione 242, che invocava il "ritiro delle forze israeliane da territori occupati nel corso del recente conflitto".

Nel 1980, il parlamento israeliano approvò la legge fondamentale di Gerusalemme capitale che proclamava unilateralmente "Gerusalemme, unita e indivisa [...] capitale di Israele",[1] senza tuttavia specificarne la territorialità. Questa dichiarazione fu dichiarata "nulla e priva di validità" dalla risoluzione 478 del Consiglio di Sicurezza.[senza fonte]

Storia

Gerusalemme sotto mandato britannico

Nel 1922, con un apposito Mandato, la Società delle Nazioni affidò l'amministrazione della Palestina al Regno Unito; tuttavia, nell'ottica della costituzione dell'ONU, la Società delle Nazioni venne sciolta e, in particolare, il 18 aprile 1946 "le sue funzioni rispetto ai territori mandatari" vennero dichiarate "terminate".[2]

In questa situazione incerta da un punto di vista legale (in assenza, cioè, di un esplicito trasferimento di sovranità sui mandati dalla Società delle Nazioni all'ONU) ed incandescente da un punto di vista geopolitico (con l'aggravarsi delle tensioni nei confronti della potenza mandataria, e nel quadro dei confliggenti interessi, arabo ed ebraico, di costruire un proprio Stato in Palestina) nel febbraio del 1947 il Regno Unito manifestò la propria intenzione di rinunciare unilateralmente al Mandato.

Così l'Assemblea Generale creò un'apposita commissione (denominata UNSCOP: formata da sole nazioni "minori" per prevenire un'eventuale posizione preconcetta sulla questione) deputata a decidere sullo status da mettere in atto a partire dall'imminente ritiro britannico (che venne poi fissato per il 14 maggio 1948); fu elaborato un piano di spartizione, in base al quale la Palestina veniva suddivisa in tre zone: uno Stato arabo, uno ebraico, e una zona di amministrazione fiduciaria corrispondente alla popolosa area intorno a Gerusalemme (all'epoca abitata in modo rilevante sia da ebrei che da arabi). Quest'ultima avrebbe dovuto costituire un corpus separatum in cui sarebbe stato garantito il libero accesso a tutti i luoghi sacri; dopo dieci anni di status internazionale un referendum risolto il problema della sovranità di Gerusalemme in accordo con i nuovi principi fondanti delle Nazioni Unite, in particolare quello di autodeterminazione dei popoli.

La proposta dell'UNSCOP fu formalizzata all'interno della risoluzione 181 dell'Assemblea Generale, che, benché approvata - e con non poche difficoltà - il 29 novembre (con il voto contrario, tra gli altri, di tutti i paesi arabi e, tra le altre, l'eloquente astensione britannica, che giudicava il piano inadeguato), rimase lettera morta: il giorno dopo in Palestina arabi ed ebrei davano inizio a una guerra civile.

Gerusalemme Est sotto occupazione giordana (aprile 1949 - giugno 1967)

Il 14 maggio 1948, un giorno prima che terminasse il mandato britannico, gli ebrei (che al momento controllavano parte della zona ovest della città) proclamavano per il giorno successivo la nascita dello Stato di Israele; in quel momento gli ebrei controllavano una zona sostanzialmente coincidente con quella prevista dal Piano di partizione, e una lingua di terra che giungeva sino a Gerusalemme, di cui era interamente controllata la zona degli insediamenti ebraici. A partire dal 15 maggio gli eserciti dei paesi arabi confinanti entravano in Palestina.

Al termine dei combattimenti (marzo 1949) diversi accordi armistiziali suddivisero de facto la Palestina nelle zone controllate dai belligeranti al momento del cessate il fuoco: Israele, dopo alterne vicende, si era ulteriormente allargato estendendosi praticamente su tutta la Palestina ad eccezione della striscia di Gaza, controllata dall'Egitto, e della Cisgiordania, controllata dalla Giordania; in assenza di trattati internazionali tra le parti in causa (in assenza peraltro di reciproco riconoscimento) le linee di demarcazione non divennero mai dei confini de jure; in particolare la "linea verde" che separava le zone israeliana e giordana finì così per dividere Gerusalemme in una parte est, contenente la città vecchia con i luoghi sacri più alcuni quartieri orientali minori, sotto il controllo giordano, e una ovest, di più recente edificazione e sede dei principali insediamenti ebrei, sotto quello israeliano.

Nel 1950 Israele proclamò Gerusalemme propria capitale, trasferendo i suoi principali enti amministrativi nella parte ovest della città; successivamente la Giordania proclamò l'annessione della Cisgiordania, dunque anche di Gerusalemme Est.

Gerusalemme Est sotto occupazione israeliana (giugno 1967 - oggi)

La situazione nel settore rimase congelata sino al giugno '67 quando, al termine della guerra dei sei giorni, Israele controllava una regione più ampia della Palestina mandataria (comprendente pure il Sinai egiziano e il Golan siriano); delle nuove conquiste, la sola regione su cui Israele abbia rivendicato la propria sovranità sarebbe stata proprio Gerusalemme Est.[3] La susseguente risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza tracciò le linee guida del futuro processo di pace in termini del "ritiro delle forze israeliane" (interpretato da alcuni come ritiro totale, da altri come ritiro parziale) e del contestuale diritto (in particolare di Israele) "a vivere in pace all'interno di frontiere sicure e riconosciute" (senza però in alcun modo specificare né le linee di frontiera, né il cammino per il reciproco riconoscimento tra i vari attori).

Da allora la Cisgiordania ha preso ad essere generalmente considerata territorio sotto occupazione militare israeliana soggetto alla Convenzione di Ginevra del 1949; quindi, poiché generalmente con il termine Cisgiordania (in inglese West Bank, sponda ovest del Giordano) si fa riferimento alla zona di occupazione giordana nel ventennio 49-67, anche Gerusalemme Est viene considerata di conseguenza territorio occupato.

Da parte israeliana sia l'etichetta di territorio occupato, sia l'applicabilità della Convenzione di Ginevra sono state contestate più volte ed a vari livelli. In ogni caso c'è anche la diffusa tendenza a non considerare l'area metropolitana di Gerusalemme ad est della linea verde come facente parte della Cisgiordania (pensandola piuttosto come parte integrante di Israele); quindi quandanco da parte israeliana di tanto in tanto si sia convenuto sullo status di territorio occupato per la Cisgiordania, non necessariamente quell'attribuzione ha riguardato Gerusalemme Est.

Nell'80 il parlamento israeliano ha emanato una legge fondamentale che proclamava Gerusalemme "unita ed indivisa" capitale di Israele; la risoluzione 478 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU giudicò quest'atto contrario alle leggi internazionali, ed invitò ogni Stato membro a non accettare la nuova legge ed a spostare le proprie missioni diplomatiche fuori dalla città; dall'80 all'84 e di nuovo a partire dal 2006 la municipalità di Gerusalemme non ha ospitato alcun'ambasciata straniera.

Negli anni novanta la questione della sovranità su Gerusalemme, in particolare su Gerusalemme Est, è stata un punto cruciale del processo di pace tra Israele ed ANP; proprio l'incapacità di raggiungere un accordo su Gerusalemme Est è stata decisiva nel far arenare i negoziati.

Nel 2002, in un quadro di rottura con Israele, l'ANP ha promulgato un atto legislativo in cui Gerusalemme (Est) veniva proclamata capitale del futuro Stato palestinese.

A partire dal 1967 le autorità israeliane hanno incentivato il processo di insediamento residenziale della popolazione ebraica nei territori di Gerusalemme Est. Dal 1967 a oggi vi sono state costruite circa 51.000 abitazioni, destinate esclusivamente alla popolazione ebraica (gran parte delle quali realizzate con il sostegno e il finanziamento pubblico). Oggi a Gerusalemme Est risiedono circa 200.000 ebrei (il 39% della popolazione ebraica della città).[4] I piani urbanistici prevedono per il futuro un ulteriore incremento di tale quota (ad esempio il Jerusalem Master Plan prevede la realizzazione di circa 38.000 nuove abitazioni ebraiche a Gerusalemme Est).[5] Secondo Romann e Weingrod, due studiosi israeliani, lo scopo questo processo di insediamento ebraico è quello di "prevenire ogni futuro tentativo di ridividere la città o di sottrarre il territorio di Gerusalemme Est della sovranità e dal controllo di Israele".[6]

Status

Nella Dichiarazione di Indipendenza della Palestina, proclamata dall'OLP nel 1988, si stabilisce che Gerusalemme è la capitale dello Stato di Palestina.

Nel 2000 l'ANP ha promulgato una legge che designa Gerusalemme Est come tale, e nel 2002 questa legge è stata ratificata dal presidente Arafat.[7][8] La posizione ufficiale palestinese su Gerusalemme prevede:[9]

Gerusalemme Est è un territorio occupato, in accordo con la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, ed è parte di quel territorio su cui uno Stato palestinese, quando sarà creato, eserciterà la sua sovranità.Secondo i trattati precedentemente stipulati tra OLP e Israele, lo status di Gerusalemme (tutta, non solo Gerusalemme Est) è ancora da negoziare.Gerusalemme deve essere città aperta liberamente accessibile, e rimanere indivisa a prescindere dalla soluzione sulla questione della sovranità.Lo Stato palestinese si impegna a garantire la libertà di culto e la protezione dei luoghi di importanza religiosa.

 

PENSIERI A SOSTEGNO DELLA RICERCA

La mia ricerca sul Web pergiungere a capire la civiltà e le società del Medio Oriente, in particolare la Palestina, continua.  Mi sono reso conto che mi sarà difficile 'intendere' il vissuto e quindi il passato, il presente e ipotizzare un futuro di quella terra benedetta. Oltretutto la storia non solo civile ma anche quella religiosa SI è SVOLTA  proprioIN  quella regione,   ha avuto  unpalcoscenico straordinario fin dai tempi biblici, forse fin addirittura dagli inizi dell'umanità. Per questo quel mondo e quella gente suscitano un profondo interesse anche se soprattutto le reali condizioni di vita di quei popoli, 'lebreo e l'arabo palestinese, oggi sono tali da suscitare un personale coinvolgimento, anche se nulla di più posso fare che il cercare di capirli senza ovviamente offendere nessuno. Il mondo internazionale in fondo sta davanti a quella gente e a quell'angolo di mondo come  ci sto pure io: guardo, cerco di capire...ma raramente l'ho visto intervenire per aiutare a risolvere i gravi problemi che angosciano quelle popolazioni. Il mondo internazionale per interesse, credo,  è spettatore di una ''lotta' che non ha senso o almeno che sembra non avere che una soluzione, la fine di una delle due etnie in lotta.

Intanto continua la mia ricerca. Vorrei che fosse la più completa possibile per non parlare senza cognizione di causa o sotto l'influsso di quei media che non potranno mai essere neutrali. Vorrei che mi aiutassero anche i miei amici di laggiù, ebrei e arabai, religiosi e civili....Sarà difficile!

Palestinesi

Palestinesi
الفلسطينيون (al-Filas
ṭīniyyūn)

 

Famiglia palestinese di Ramallah (1905

Palestinesiالفلسطينيون (al-Filasṭīniyyūn))

 

Distribuzione

Territori palestinesi[1]

3 761 000

 Giordania[2]

2 700 000

 Siria[3]

573 000

 Cile[4]

500 000

 Libano

405 425

 Arabia Saudita

250 245

 Egitto

70 245

 Stati Uniti d'America[5]

67 842

 Honduras[3]

54 000

 Brasile[6]

50 000

 Kuwait

50 000

 Iraq[7]

34 000

 Yemen[3]

25 000

 Canada[8]

23 975

 Australia

15 000

 Colombia[3]

12 000

 Guatemala[3]

1 400

Palestinesi (da "Palestina", a sua volta dal Greco Philistia, "terra dei Filistei", arabo: الفلسطينيون, al-filasīniyyūn) è un etnonimo per indicare un popolo arabofono dell'area geografica definita come Palestina. Fino al 1920 solo gli Ebrei dell'area erano chiamati "palestinesi".[9]

Il primo utilizzo diffuso di "arabi palestinesi" come endonimo, per fare riferimento all'identità nazionale da parte della locale popolazione di lingua araba (in contrapposizione alla popolazione palestinese ebrea), è stato nel dicembre 1920, in occasione Terzo Congresso dell'Esecutivo Arabo di Palestina, tenutosi a Haifa[10] Dopo l'esodo del 1948, e ancor più dopo la Guerra dei sei giorni nel 1967, il termine è venuto a significare non solo un luogo di origine, ma anche il senso di un comune passato e futuro da attuarsi in forma di uno Stato-nazione palestinese.

Il totale della popolazione palestinese in tutto il mondo è stimato tra i 10 e gli 11 milioni di persone. Circa la metà vive oggi nei territori dell'Autorità Nazionale Palestinese (Cisgiordania e Striscia di Gaza), in Giordania (dove rappresenta il 40% della popolazione) e in Israele a Gerusalemme Est. (il termine non include i cittadini arabi di Israele).

In alcuni paesi arabi (primo fra tutti il Libano) ai Palestinesi non è riconosciuto alcun diritto; 4 milioni sono apolidie vivono da diverse generazioni nei campi profughi.

I palestinesi sono prevalentemente musulmani sunniti, anche se vi è una significativa minoranza sciita concentrata soprattutto nel sud del Libano. Gli appartenenti alla comunità cristiana, localizzata prevalentemente a Betlemme, negli ultimi anni avvertono un clima sempre più ostile nei loro confronti, fatto di intimidazioni e soprusi da parte degli estremisti islamici, che per lo più rimangono impuniti.

Il popolo palestinese è rappresentato davanti alla comunità internazionale dall'Autorità Nazionale Palestinese, nata in seno all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP),[17] in seguito agli accordi di Oslo. Essa ha organi legislativi con poteri sovrani, in particolare il Consiglio Legislativo Palestinese (o Parlamento palestinese) con sede a Ramallah, i cui membri sono eletti a suffragio universale dai cittadini.