Questo mio sito cerca di seguire gli avvenimenti che fanno della Terra Santa un centro vitale della storia dei nostri tempi, un paese dove si scontrano non solo i popoli che vi risiedono sempre in lotta fra di loro, ma anche le potenze internazonali,  inserita com'è nel Medio Oriente che vive un tempo di 'rivoluzione' che viene chiamata 'primavera araba'.

Non è facile capire che sta succedendo da quelle parti. Il cristiano che vi si reca è per motivi esclusivamente religiosi: vuole conoscere la terra che vide il Figlio di Dio nella sua umanità condividere l'esistenza umana . Ma non si sottrae però al dovere di interessarsi di come le comunità di cristiani vivano la loro fede in quel contesto segnato dalla violenza, dalla incomprensione, da una fatica immensa a credere nella pace, proprio in quella città di pace che dovrebbe essere Gerusalemme, gioia di Dio. Dai media le notizie per la verità ci vengono date ma con limitazioni notevoli. Solo un esperto conoscitore di quella realtà umana così complessa potrebbe aiutarci a comprendere il succedersi deigli eventi.

Per questo motivo cerco presso agenzie specializzate soprattutto cattoliche qualcuno che possa fare di volta in volta, nel succedersi degli eventi, un quadro abbastanza sincero e chiaro, senza quelle riserve che possono nascere  da prese di posizioni personali del giornalista.

Una di queste agenzie è 'Asia.news'. Apro questa pagina proprio con la prima parte di un'analisi della situazione pubblicata qualche ora fa (6 dicembre 2012 pomeriggio) dall'agenzia Asia.news.

06/12/2012 15:17
MEDIO ORIENTE
L'incompiuta: l'inverno islamico della primavera araba
di Samir Khalil Samir

A quasi due anni dalla rivolta delle piazze arabe, il Medio Oriente si ritrova più islamista e più violento. Eppure i giovani avevano combattuto per una maggiore dignità e libertà. È un lavoro compiuto a metà: ci si è liberati dai dittatori, ma non si è ancora costruita la democrazia. Il grande islamologo Samir Khalil Samir offre la sua visione (Prima Parte)

 

 

 

 

 

 

 

 

Beirut (AsiaNews) - C'è tristezza in Medio Oriente per il decorso della primavera araba. L'immagine più significativa è quella dei giovani che in questi giorni assediano in modo pacifico il palazzo presidenziale di Mohamed Morsi a Heliopolis.

Dopo quasi due anni siamo ancora al punto di partenza, davanti a un nuovo tentativo di dittatura. Sembra proprio che la primavera araba sia spazzata via. In più vi è un viraggio sempre più chiaro verso l'islamismo. Questo è evidente al Cairo, ma anche in Tunisi, Libia o in Siria.

La primavera araba: pane, lavoro e dignità!

La primavera araba è stata la prima ribellione contro regimi che nati da una rivoluzione militare, sono via via scivolati verso la dittatura. I movimenti di protesta emersi in questi due anni sono un segno che fra gli arabi c'è una coscienza che dice: Non ne possiamo più, e la forza è stata tale da rovesciare queste dittature. Era una protesta improvvisata, contro la povertà e la disoccupazione, e per più libertà e dignità.

Ma questa è la parte destruens, distruttiva, riuscita, sostenuta da una volontà di cambiare questi Paesi. Adesso però viene la parte costruttiva, basandosi sulle capacità di costruire una società migliore e democratica.

•A.      Egitto, i "Fratelli Musulmani" e il fondamentalismo sunnita

Ma edificare un sistema democratico sembra quasi impossibile: da almeno 3 generazioni non conosciamo cosa sia la democrazia. In Egitto, fino al 1952 vi è stata una monarchia debole che aveva delegato il potere alla Gran Bretagna. Vi era sì una forma di democrazia, ma dei ricchi e dei benestanti, che non affrontava la questione sociale.

Il successo di Abdel Nasser è stato proprio questo: di aver fatto una rivoluzione sociale. Presto però, siamo passati a un sistema autoritario sotto Nasser, sempre più dittatoriale fino a Moubarak: più di 60 anni in cui la gente ha imparato solo ad obbedire, a non pensare ad alcun cambiamento. Talvolta il governo ha osato fare qualche riforma più o meno buona. Questo è successo in Egitto, Tunisia, Iraq, Siria. Perciò non sappiamo che cosa significa un regime democratico, e non s'impara in due anni!

Il lungo cammino verso la democrazia

Il problema ora è imparare a concretizzare la democrazia nelle leggi e nelle strutture. Ma questo non si improvvisa.

Infatti, chi ha preso il potere? I più organizzati. I giovani che hanno fatto la rivoluzione non avevano alcuna esperienza di governo. Essi volevano cambiare e hanno cambiato, ma non hanno proposto alcun partito o soggetto politico.

Chi aveva esperienza, ma apparteneva al vecchio regime è stato messo da parte. Rimanevano le organizzazioni emarginate dal vecchio regime, ma rimaste attive durante la dittatura, e cioè i Fratelli musulmani.

E allora con trucchi, furberie, manipolazioni, i Fratelli musulmani sono riusciti a salire al potere. Inoltre, la presenza di ben 40% di analfabeti in Egitto ha favorito gli islamisti: bastava dire che questo partito era quello basato sulla Legge divina, la sharia, e non sull'ateismo e su leggi umane, per convincerli.

Perciò è molto importante che giovani e vecchi abbiano reagito rifiutando il potere assoluto di Morsi. La gente si accorge anche che il problema non è solo Morsi, ma tutto il movimento islamista.

Il dramma attuale dell'Egitto - e del Medio Oriente - è che tutti vogliono la democrazia, ma non si sa cosa sia.

Sappiamo cosa non è democrazia - come questa struttura di potere dei Fratelli musulmani -, ma non sappiamo ancora definirla.

Ci vorranno forse decenni per abbozzare qualche progetto sociale in positivo. Ma fin da ora possiamo impegnarci in ciò che può preparare la democrazia piena. Ad esempio, finché avremo un tasso di analfabetismo così alto (più del 40%), non ci sarà democrazia. Chi non sa leggere, non può seguire in modo pieno gli avvenimenti; dipende da chi gli dice le cose; e non ha la capacità di discernere, di valutare se una proposta è costruttiva o no.

L'uomo semplice e l'autorità  religiosa

Dall'altra, l'analfabeta - e in genere l'uomo semplice - dipende dalla religione, perché in buona fede pensa che le cose di Dio sono le migliori. Gli hanno insegnato e ripetuto che gli imam sanno cosa vuole Dio; che la sharia è la migliore legislazione possibile; che il Corano è la perfezione di tutto... E allora ascolta gli imam, che gli dicono che il modello coranico è il miglior modello sociale, anche se è promosso solo dai fondamentalisti islamici. Ma non riflette che questo modello poteva essere perfetto per il VII secolo, per l'Arabia, per una società beduina, ma può non esserlo per una società moderna, industrializzata, globalizzata.

Purtroppo gli egiziani seguono in modo pedissequo gli imam e la loro interpretazione di Dio. Se uno osa domandare «Ma perché pregare? Perché pregare cinque volte al giorno?», tutti dicono: «É Dio che lo vuole!». E così tutti tacciono. Per cambiare questa sudditanza dagli imam occorrono lunghi anni di educazione.

Il sistema educativo è basato sulla memorizzazione, non solo del Corano e di alcuni detti di Muhammad, o delle poesie preislamiche incomprensibili oggi, ma anche della storia e persino delle scienze e della matematica. Chi va oggi a scuola impara le cose a memoria, ma non impara a ragionare in modo personale, a riflettere. Ci vorrà tempo.

Il test essenziale: la sfida sociale

Un altro elemento importante sarà proprio il confronto fra la proposta islamista e la situazione sociale. Ora i Fratelli musulmani cominciano a governare e devono poter dimostrare che sanno governare bene, che il tasso di disoccupazione diminuisce, che l'economia migliora. Se questo non avviene, la gente ripenserà alla verità delle loro promesse.

Gli islamisti hanno sempre detto che l'islam ci obbliga alla giustizia, che i ricchi devono aiutare i poveri. Il loro motto è «L'islam è la soluzione» (Al-Islâm huwa l-hall). A qualunque domanda rispondo: «L'islam è la soluzione!». Il momento del confronto è arrivato : se nel concreto questo non cambia nulla, allora quei proclami si manifesteranno come un'ideologia vuota. E anche questa sarà una tappa che porta alla democrazia.

In questi giorni Morsi ha fatto una specie di colpo di Stato: ha avocato a sé tutti i poteri: esecutivo, legislativo e giudiziario. Già il 21 novembre scorso, Mohamed al-Baradei, Premio Nobel, ex capo dell'Associazione Internazionale dell'Energia Atomica e fondatore del nuovo partito egiziano al-Dostour, ha dichiarato: «Mohamed Morsi ha oggi usurpato tutti i poteri dello Stato e si è di fatto autoproclamato nuovo faraone». Poi ha approvato la Costituente (mancante di tanti elementi sociali, fra cui cristiani e liberali), varato un referendum zoppo sulla costituzione ...

Ma ha creato una reazione enorme: è l'inizio della democrazia!

La funzione dell'esercito

Nel caso della rivoluzione egiziana stupisce molto che l'esercito - che doveva essere la forza secolarizzante all'interno della società - stia tacendo davanti a questa ondata islamica. Viene il sospetto che questo scivolamento verso l'islamismo radicale vada bene anche all'esercito; agli Stati Uniti, che sono grandi sostenitori economici dell'esercito; al Qatar e all'imam Qaradawi, il quale all'inizio era contrario alla primavera araba, ma ora che tutti i governi nati da essa sono islamisti, li appoggia.

Per comprendere, dobbiamo dire che in Egitto l'esercito va con chi ha il potere e sostiene i militari. Se i Fratelli musulmani garantiscono che manterranno i privilegi da loro acquisiti, l'esercito in cambio accetterà di sostenere il nuovo potere. I militari non sono ideologici, ma sono pratici. Ora essi si rendono conto che il governo è islamista e lo accettano. È un po' diverso dall'esercito turco, vero strumento del secolarismo di Ataturk. Il carattere egiziano è meno schematico, più facile all'accordo, più ondivago.

Va anche detto che l'islamismo egiziano non è terroristico. Ogni volta che vi è un atto terrorista, Morsi lo condanna; poi ha fatto un figurone mediando fra Hamas e Israele su Gaza. E per questo l'esercito e la popolazione se la prendono con più calma.

La mia impressione è che il mondo arabo - e forse tutto il mondo musulmano - dovrà passare da una dittatura militare a una dittatura di forte potere islamico perché la gente è religiosa, musulmana e ha ancora stima per questo ideale nella società.

La nuova tappa sarà la pratica e la realtà che permetterà alla popolazione di giudicare. Per ora il giudizio è teorico e va a favore dell'islamismo. Ma se nel tempo si manifesta che tale islamismo non migliora la situazione del popolo, allora gli ideali di cui si ammantano gli islamisti apparirebbero come una falsità. Da qui ci si può aspettare una reazione del popolo e si potrebbe giungere una sana laicità per la società araba. Alla fine, chi garantisce pane e lavoro vincerà.

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Rievocando il Concilio Vaticano II con S.E. Mons. Marcuzzo (parte 1/2)

 

 

 

Il Concilio Vaticano II fu aperto l’11 ottobre 1962 da Papa Giovanni XXIII e si chiuse l’8 dicembre 1965 sotto il pontificato di Paolo VI. Più di 50 anni più tardi S.E. Mons. Marcuzzo, Vicario patriarcale per Israele a Nazaret condivide con noi la sua analisi di questo Concilio che ha tanto segnato la Chiesa ed in modo particolare la Terra Santa (parte 1/2).

 

1/ Come visse il Concilio Vaticano II come “seminarista conciliare”?

 

Vissi  il Concilio con molto entusiasmo. Ricordare il Concilio Vaticano II mi rimanda innanzi tutto ad un’atmosfera di cui eravamo impregnati, uno spirito che ci portò. Ero allora seminarista del 1º anno di teologia a Beit Jala (oggi Territori palestinesi). I professori del Seminario ci aiutarono ad analizzare questo momento forte che la Chiesa stava vivendo con i suoi punti positivi e negativi. Il Concilio fu seguito con molta attenzione e amore mantenendo uno spirito critico. Il Concilio Vaticano II suscitò un clima di grande speranza.

2/ Come il Concilio è stato recepito e messo in opera dalla Chiesa di Terra Santa?

Uno dei punti più entusiasmanti per noi seminaristi di Terra Santa fu il vedere che certe decisioni del Concilio furono presto messe in atto. Certi testi furono votati il venerdì, spiegati il lunedì e incominciarono a essere messi in pratica dal martedì. Penso soprattutto ai seguenti punti:

 

- la liturgia : integrazione rapida dell’uso della lingua araba nella liturgia.

- la parola di Dio : invito a leggere tutta la Bibbia e a incentrare tutto sulla Bibbia (sia per quanto riguarda il catechismo, le omelie, le meditazioni personali con la lectio divina). Questa insistenza sulla lettura della Bibbia ha dato un grande slancio e aperto numerose porte specialmente per le vocazioni.

- l’ecumenismo : il Concilio fu arricchito dallo storico pellegrinaggio di Paolo VI in Terra Santa. Tutti ricordano il suo incontro con il Patriarca Atenagora I qui a Gerusalemme (nel gennaio 1964, ndlr). Questo fu un grande avvenimento che permise di togliere la scomunica reciproca di due Chiese. Questo incontro aprì un nuovo orizzonte sull’unità dei cristiani suscitando immediatamente l’organizzazione di incontri tra i Vescovi delle due Chiese, tra i sacerdoti, i seminaristi. Rapidamente diminuirono la sfiducia e la paura, questo fu veramente un nuovo clima rivoluzionario.

- l’importanza data ai laici : Il Concilio invitò la Chiesa a creare dei consigli pastorali, a far partecipare maggiormente i laici ai ruoli consultivi o decisionali..Tutto ciò rispondeva a un bisogno che tutti avvertivano da lungo tempo qui nella Chiesa in Terra Santa. Una  nuova porta fu aperta rendendo i laici corresponsabili della Chiesa.

 

3/ Come Vescovo di Nazaret cosa ci può dire sul posto di Maria durante il Concilio?

Dopo il Concilio, si sa, la Chiesa conobbe  molte difficoltà (crisi delle vocazioni, dello slancio missionario,…). Ma la mariologia non ha conosciuto la crisi. Al contrario, Maria si è conosciuta di più  teologicamente e la sua popolarità è aumentata soprattutto tra i Protestanti. Maria ha ritrovato il suo vero posto. Ella ha sempre avuto il suo posto, ma un posto a parte, spostato, fuori dalla Chiesa. Il Concilio ha saputo rimetterla al centro del piano di Dio per la Salvezza del mondo. Un intero capitolo le è stato dedicato nella Lumen Gentium. Figlia di Sion, figlia di Nazaret, Maria cammina con noi, più accessibile, secondo me, di prima. Il Centro Internazionale Maria di Nazaret è uno dei frutti di questa nuova mariologia uscita dal Concilio. Al centro dell’Antico e del Nuovo Testamento si trova Maria. E al suo centro il suo cuore e la sua fede. Maria è un modello di fede ed ella ci fa aprire naturalmente all’Anno della fede. (Per qiuesta ragione la diocesi ha deciso di aprire l’Anno della fede il 28 ottobre per la festa di Nostra Signora di Palestina a Deir Rafat). A Nazaret quest’anno continueremo a lavorare  sulle omelie dei diversi Papi e Vescovi che sono tutti venuti qui parlando della fede di Maria.

Intervista di  Amélie de La Hougue

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Se il fattore-cristianesimo è decisivo nel Medio Oriente in fiamme

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Gaza in fiamme

Gaza in fiamme

 

 

 

 

 

 

 

 

In un libro-intervista l’intellettuale maronita Samir Frangieh fotografa il “dopo” Primavera araba

giACOMO GALEAZZI
CITTA'DEL VATICANO

I cristiani sono l'ago della bilancia in Medio Oriente, dove "è facile schierarsi, molto più arduo è tessere legami e costruire opportunità di dialogo", evidenzia lo storico Andrea Riccardi. I cristiani siriani e, in generale, i cristiani d'Oriente, hanno ora l'opportunità storica di diventare l'anello di congiunzione tra «comunità impaurite» perché sono gli unici che possono offrire garanzie a tutti, dai curdi agli alawiti, dagli sciiti ai sunniti.''La caduta del regime di Assad segnerà la fine della guerra fredda mediorientale''. Ne è convinto l'intellettuale Samir Frangieh, il maronita che 15 febbraio del 2005 annuncio' in tv l'inizio della ''pacifica intifada libanese'' contro la presenza siriana in Libano, all'indomani dell'assassinio di Rafiq Hariri, a nome di tutto il vasto schieramento che si richiamava all'ex premier ucciso.

Il volume "Il giorno dopo la Primavera" di Riccardo Cristiano (Mesogea), giornalista Rai e corrispondente dal 1990 al 2000 in Medio Oriente, è una lunga intervista con Frangeih, esponente del pensiero arabo contemporaneo, convinto che la fine del partito di Assad, il Ba'ath, segnera' la fine del nazionalismo totalitario e totalizzante. ''E' questo il cardine della cultura "laica" del partito Ba'ath, che ha fatto del nazionalismo un'ideologia - sostiene Frangieh - e, perseguitando i Fratelli musulmani e le altre forze di ispirazione religiosa, ha dato un contributo essenziale a far si' che anche la religione si trasformasse in un'ideologia. Questo confronto tra un'ideologia malata e la religione trasformata in ideologia e' stato sublimato da Osama Bin Laden, che ha cercato di assorbire tutti con la sua idea: 'basta nazionalismo contro religione, la nuova opzione e' terrorismo contro il potere mondiale'. Chi ha mandato tutto questo a gambe all'aria? La Primavera, che ha cancellato nazionalismo, islamismo e terrorismo, lanciando l''ideologia della vita quotidiana'''

Il testo, in questi giorni in libreria, si completa appunto con la prefazione di Andrea Riccardi e la postfazione di Younis Tawfik. Nella Siria di domani, per Frangieh, i cristiani potrebbero avere un ruolo determinante, essendo l'unica comunita' che puo' offrire garanzie alle altre comunita', tutte impaurite e timorose le une delle altre. A quel punto le religioni non saranno piu' problemi, ma ricchezze delle societa'. E proprio il Libano, forte del suo tragico passato che lo ha visto inventare la "pulizia etnica" quando il termine ancora non era stato coniato, ha un modello da offrire a tutti i Paesi vicini per costruire una "democrazia consensuale". E' quel modello previsto dagli accordi di pace che hanno posto fine alla guerra civile e che prevede un sistema bicamerale: la camera bassa eletta con il sistema 'un uomo un voto' e quella alta su base "comunitaria". Cosi' gli individui sarebbero intestatari dei diritti e le comunita' delle garanzie. 

L'attualità siriana è sempre sullo sfondo di un volume che spinge a riflettere sul tema della convivenza intercomunitaria non solo nel Vicino Oriente ma in tutto il bacino mediterraneo. Per Frangieh, da anni in stretto contatto con la Comunità di Sant'Egidio, il problema degli arabi non si chiama Islam, ma nazionalismo totalitario. La cosiddetta Primavera degli arabi è - secondo l'intellettuale libanese - un fenomeno irreversibile e rappresenta la grande occasione per i cristiani d'Oriente. Frangieh afferma che adesso è il momento di creare la democrazia consensuale e che i libanesi, forti del loro tragico passato, hanno un modello da offrire a tutti gli arabi per arrivare a una democrazia autoprodotta. Lo sviluppo, sostiene l'ex deputato, potrebbe essere una cultura moderna ma non individualista, non figlia dell'«io sovrano». Figlio del primo ministro degli esteri Hamid Frangieh, principale esponente cristiano del Fronte delle sinistre libanesi guidato da Kamal Jumblat ai tempi del conflitto intestino (1975-90), Samir Frangieh è dall'inizio del dopo-guerra un uomo-cerniera, ideatore del dialogo islamo-cristiano già nel 1990. L'unica riconciliazione che Frangieh dice di aver sempre avversato, a rischio della vita, è quella con il regime siriano degli Assad. Che egli considera la «malattia mortale del nazionalismo arabo». E anche l'origine della trasformazione in ideologia politica dell'Islam. Perché - sostiene Frangieh - di fondo il credo del regime baatista è l'omologazione degli individui, una sorta di nazionalizzazione delle masse.

«È questo il cardine della cultura `laica´ del Baath (al potere da mezzo secolo), che ha fatto del nazionalismo un'ideologia e, perseguitando i Fratelli musulmani e le altre forze di ispirazione religiosa, ha dato un contributo essenziale a far sì che anche la religione si trasformasse in un'ideologia».

Per Frangieh, il confronto tra un'ideologia malata e la religione trasformata in ideologia è stato sublimato da Osama Bin Laden. Un fronte che, secondo l'intellettuale originario del nord del Libano, è stato spaccato dalla «Primavera, che ha cancellato nazionalismo, islamismo e terrorismo».

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Il nome della Palestina

 

Ieri il presidente Mahmoud Abbas ha cambiato il nome ufficiale dell'Autorità Nazionale Palestinese in "Stato della Palestina", mentre ci sono segnali di riavvicinamento con Hamas

 

5 gennaio 2013

 

 

Ieri, migliaia di seguaci di Fatah, il movimento di Abbas al potere in Cisgiordania, hanno festeggiato l’anniversario della fondazione del partito per le strade di Gaza. La Striscia di Gaza è controllata da Hamas, il gruppo rivale di Fatah nella leadership della Palestina. È la prima volta dal 2007, quando i due gruppi si scontrarono e Fatah venne espulsa dalla Striscia, che viene concesso il permesso per condurre una simile manifestazione.

 

Alla manifestazione hanno partecipato molti leader di Fatah. Abbas, rimasto in Cisgiordania, ha parlato alla folla da un megaschermo, dicendo tra l’altro che per i palestinesi «non c’è un sostituto all’unità nazionale». A dicembre scorso Fatah aveva concesso ad Hamas la possibilità di organizzare alcuni comizi in Cisgiordania, dopo la conclusione degli scontri con Israele di novembre. Ieri Hamas ha restituito il favore. Questo scambio dimostra l’intenzione dei leader palestinesi di mostrare un fronte unito.

 

Finora i tentativi di riconciliazione tra i due movimenti erano falliti, principalmente a causa della diversità di vedute che i due movimenti hanno in particolare nel trattare con Israele. Hamas è tendenzialmente meno incline alla trattativa, mentre Fatah ha praticamente rinunciato al confronto armato.

Le posizioni dei due movimenti si sono avvicinate negli ultimi tempi. La vittoria all’ONU di Fatah, che è riuscita a far riconoscere lo status di osservatore non membro alla Palestina, ha seguito di pochi giorni la conclusione dello scontro tra Israele e Hamas: una vittoria politica per Hamas, secondo molti commentatori.

Da poco tempo Israele ha ricominciato a costruire insediamenti nella Cisgiordania, dopo che, nel 2005, l’allora premier Ariel Sharon decise di cominciarne lo sgombero. Proprio poche settimane fa, il governo ha autorizzato la costruzione di nuovi insediamenti in Cisgiordania, il che, probabilmente, ha contribuito al riavvicinamento tra Hamas e Fatah.

 

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Riporto qui una notizia del febbraio dello scorso anno perchè  ci aiuta a capire meglio quanto succede in Terra Santa. La notizia è 'datata', maè pur sempre di grande interesse commentata dalo stesso Patriarca, Mons. Fouad Twal. La Chiesa mostra così di condividere gli sforzi che da più parti vengono fatti per risolvere l'annosa situazione ma anche avverte, con qualche timore,  che le prese di posizione rsvelano la difficoltà che il processo di pace incontra passo dopo passo. 

 

“Vogliamo la pace per tutti” esorta il Patriarca Twal

 

 

Fatah-Hamas

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All’indomani dell’accordo tra i movimenti palestinesi Fatah e Hamas, lunedì 6 febbraio, a Doha (Qatar) e la decisione di affidare al presidente Mahmoud Abbas la presidenza di un governo di unione, Mons. Fouad Twal auspica la pace tra tutti, tanto tra l’Autorità Palestinese e Israele, come tra gli stessi Palestinesi.

 

La “Dichiarazione di Doha” è un passo verso la riconciliazione palestinese? In ogni caso è giunta a tal fine nel quadro delle riunioni intavolate domenica scorsa a Doha, tra Mahmoud Abbas, Presidente dell’Autorità palestinese e capo di Fatah, e Hamas Khaled Mechaal, leader di Hamas. I due partiti palestinesi intrattengono relazioni piuttosto tese dal 2007 e dal momento della presa della Striscia di Gaza da parte di Hamas. L’accordo di ieri rafforza un “Accordo di riconciliazione” firmato nel 2011 e che stava ristagnando.

 

L’incontro di Doha si è svolto alla presenza dell’emiro del Qatar Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani, impegnato nella riconciliazione inter-palestinese, in seguito all’iniziativa del re Abdullah di Giordania.

 

Secondo l’accordo (che dovrebbe essere approvato al Cairo il 18 febbraio), il Presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas guiderà un governo di transizione per la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Le due parti hanno concordato di “continuare il processo di ristrutturazione dell’Organizzazione per la Liberazione (OLP)” al fine di integrare Hamas e la Jihad islamica nel seno di questa istanza rappresentante tutti i palestinesi. Questo governo avrà anche l’incarico di “supervisionare la ricostruzione di Gaza” e di preparare le “elezioni” (già previste per il 4 Maggio 2012).

 

Il Patriarca latino di Gerusalemme ha commentato di non vedere alcun ostacolo nel fatto che tutti i Palestinesi si impegnino ad aiutare Mahmoud Abbas ad attuare questi due progetti. Inoltre il Patriarca riconosce nel Presidente Palestinese “un uomo moderato, di apertura e di cooperazione”.

 

Secondo questo accordo, Mahmoud Abbas ormai ricopre sia il ruolo di Presidente sia quello di Primo Ministro dell’Autorità palestinese, sostituendo l’economista Salam Fayyad, sostenuto dall’Occidente. Il Patriarca Fouad Twal esprime rincrescimento per questo cambiamento, guardando al “grande lavoro svolto con successo da Salam Fayyad per preparare con serietà e discrezione le infrastrutture di un futuro Stato palestinese“.

 

La via della pace

 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha criticato il capo dell’Autorità nazionale palestinese per aver firmato un accordo di governo di unione nazionale con Hamas. “Se Abu Mazen (Mahmoud Abbas, ndr) applica ciò che è stato firmato a Doha, sceglie di abbandonare la via della pace per unirsi ad Hamas“, ha dichiarato Netanyahu, in un comunicato trasmesso dal suo ufficio. “O è la pace con Hamas o è la pace con Israele. Non si possono avere insieme”, ha replicato Netanyahu.

 

Non è così“, risponde il Patriarca Fouad Twal che si stupisce di “questa reazione“. Per lui “questa riconciliazione effettiva risponde alle aspirazioni dei palestinesi all’unità e bisogna esserne contenti“.

 

E per sottolineare il desiderio di una pace globale, aggiunge: “Vogliamo la pace per tutti, una buona intesa con Israele e l’unione tra i fratelli palestinesi di tutte le correnti di pensiero politico. Del resto, chi non conosce nella propria famiglia punti di vista divergenti o opposti?“, si chiede il Patriarca, che individua un punto di riferimento in una”reciprocità anormale” nei due campi, in cui ci sono “quelli che non vogliono riconoscere lo stato di Israele e altriche non vogliono riconoscere lo stato di Palestina“.

 

Mons. Fouad Twal spera che questa riconciliazione possa contribuire a “mantenere i negoziati, che non sono mai cessati, direttamente o indirettamente. Prova di ciò sono il rilascio del militare Shalit e di oltre 1000 palestinesi. Il dialogo è fatto per persone che non si comprendono. Non c’è nulla da guadagnare a volerlo interrompere. Dobbiamo combattere contro lo spirito di divisione, non è mai il modo migliore per disegnare un cammino di pace“. Il Patriarca esorta alla preghiera: “Con le nostre istituzioni, le nostre chiese, preghiamo per una pace definitiva, e proprio qui in Terra Santa e per i paesi che la circondano. Tutti questi cambiamenti nel mondo arabo non devono essere ignorati. La crisi siriana ci preoccupa molto”. Il Patriarca comprende la paura dei responsabili religiosi in Siria, i quali sono esortati alla prudenza e che vedono con i propri occhi il funesto risultato del cambiamento in Iraq. Le vicine Siria e la Giordania hanno conosciuto l’afflusso dei rifugiati, e in questo momento sono i siriani e gli iracheni che bussano alla porta della Giordania.

Christophe Lafontaine

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IL NATALE,DI GESU' IN ISRAELE

Ero curioso di conoscere come possa essere ricordato in Israele la nascita di Gesù di Nazareth. Si sa: Gesù è un ebreo. Tutta la sua vicenda si svolge in Israele, nella terra di Palestina. Ma non è riconosciuto dagli ebrei di oggi. Non si fa accenno se non in ambienti culturali o ovviamente politici a motivo delle relazioni con il Vaticano, della sua sua nascita. Il Natale è evento che ha fatto sorridere di speranza l'umanità: quando l'uomo riesce a cogliere l'incomprensibile origine non di una festa ma di una Persona, per di più ebreo, si pone delle domande che gli nascono 'dnetro', sente di dovere dare una risposta personale. E' questo  infatti il 'mistero' della nascita di Gesù: arrivare a dire che in Lui Dio, Jahvè, ci ha visitato, il Dio dei padri (ebrei) ha mantenuto le promesse ai padri, e ha scelto di dare all'uomo la gioia della liberazione, la luce della verità, la forza della speranza in Gesù, figlio di una ragazza ebrea nella sua umanità e figlio di Dio nella sua origine indicibile.

Ma in israele oggi come e dove viene vissuto il Natale? A chi interessa, chi coinvolge, chi sente di celebrare una festa rinnovando una sorpresa e disponendosi a lasciarsi guidare da Colui che nasce nel silenzio della notte palestinese nella terra di Giuda, nella città di Davide.

Ho trovato sul sito del Patriarcato latino di Gerusalemme una documentazione che per un verso mi ha fatto felice offrendomi infatti risposte alle domande che mi sono fatto e per un altro mi ha sollecitato a porre altre domande, come: Ma gli ebrei  come hanno vissuto quei giorni che ha visto oltre un milardo di cristiani esultare nella fede per il dono di Dio che è Gesù? A questa  domanda non ho ancora trovato risposte. Mi piacerebbe che qualcuno indicasse dove trovare notizie a questo proposito.

Intanto colloco qui il bel servizio del sito del Patriarcato e ringrazio chi l'ha preparato e ce lo offre!

Cronaca delle feste di Natale a Nazaret e in Galilea

natale

NAZARET – A Natale l’attenzione si concentra su Betlemme. Molti però si chiedono come il Natale sia celebrato a Nazareth “là dove tutto è incominciato”. E più in generale in Galilea, dove il Natale è celebrato in un contesto nel quale molti dei residenti sono ebrei che ancora attendono la venuta del Messia. Cronaca di una Natività celebrata in un clima di apertura e di diversità.

1.                   Serate di Natale

I dieci giorni precedenti il Natale sono praticamente occupati da serate di Natale animate da una parrocchia o da una scuola, da una corale o da un’associazione ma anche da un Ministero o da un’altra realtà sociale cristiana o mista.

L’illuminazione degli alberi di Natale è divenuta, praticamente in ogni villaggio, il segnale popolare dell’inaugurazione delle feste. Ad Haifa è stato il Patriarca in persona ad accendere l’albero cittadino nel corso della sua visita pastorale. Le parrocchie di Shafaamer, di Reineh e di Rameh hanno anch’esse adottato da quest’anno  questa tradizione e hanno invitato il vescovo Mons. Marcuzzo per la festa dell’illuminazione dell’albero.

Nazaret, in questa occasione, si è particolarmente distinta per la solennità e la partecipazione. Un primo albero è stato acceso a sud della Basilica dal “Club latino della famiglia”, un secondo (di ben 28 metri, il più alto della Terra Santa dichiara il Sindaco, e forse di tutto il Medio Oriente!) è stato acceso accanto alla Fontana di Maria dal Consiglio parrocchiale ortodosso. Quest’ultima celebrazione ha rappresentato anche l’inaugurazione del “Mercatino di Natale” – organizzato dal Comune – che, lungo una settimana, ha visto il passaggio di un numero incredibile di visitatori, arabi e israeliani, di tutte le confessioni religiose (750 000 persone affermano i responsabili)

La serata più significativa è stata certamente quella organizzata dalla direzione delle Scuole del Patriarcato latino di Reineh, la ormai famosa “Ranin al-Nagam”, nella stessa Reineh. In una sala colma, sono passati sotto gli occhi dei fedeli i grandi momenti della Storia della salvezza mediante canti e scenette in cui, insieme, allievi e insegnanti recitavano, mimavano e cantavano i quadri e i messaggi degli avvenimenti biblici. La regia di questo spettacolo e stata coordinata da don Ilario Antoniazzi, da Don Elias Odeh, dalla direttrice Yvette Sayegh e soprattutto dal prof. Samer Ekhshebun.

Quasi tutte le scuole cristiane hanno organizzato una serata di tipo religioso, sociale  e musicale. La Direzione delle Scuole del Patriarcato in Israele, sotto la guida di don Ilario Antoniazzi ha organizzato per tutti i formatori, le formatrici e gli impiegati (circa 220 persone) un piccolo ritiro presso la chiesa di Reineh, animato da Mons. Marcuzzo, seguito da un pranzo di Natale ricco di parole, canti, pastorali e giochi di società.

Presso la scuola Terra Santa di Nazareth, si è svolta sempre in clima natalizio, la “serata di consegna delle borse di studio e della cooperazione” organizzata dal “Club Famiglie dell’Annunciazione” della parrocchia latina col patrocinio del vescovo di Nazareth Mons Marcuzzo, del parroco P. Amjad Sabbara, ofm, e del presidente del Club sig. Ussama Karram. Una ventina di studenti e una dozzina di istituzioni  hanno ricevuto un aiuto per i loro studi e le loro opere di carità  di volontariato.  L’idea della fede vissuta e condivisa caratterizza distintamente tutte queste iniziative.

Una serata significativa è stata offerta dal Ministero del Turismo di Israele presso l’Hotel Gardenia di Nazaret. I discorsi, in special modo quelli del Ministro e del Sindaco, ma anche i canti di Natale – eseguiti anche da non cristiani – sono stati notevoli.  Specialmente la composizione interreligiosa ed ecumenica ha dato a questo Natale una atmosfera gioiosa, distesa e particolarmente ricca.

Questi clima ha favorito un “gesto miracoloso, divertente e significativo” che ha rallegrato la città e dovrebbe essere inserito nel “Guiness dei primati”: a causa di problemi pratici, il direttore generale del Ministero, un ebreo di origini russe, non ha esitato a farsi “con gioia” autista del vescovo latino di Nazaret nell’impossibile circolazione di Nazareth. “La stampa mi qualificherà come l’autista del vescovo ma per Natale ne vale la pena”.

Il “Sindacato degli avvocati” ha, a sua volta, organizzato una serata con la presenza dei giudici di alto livello, anche della Corte Suprema. Vi hanno partecipato avvocati ebrei, musulmani, drusi, cristiani e alcuni vescovi delle comunità. La sera è stata animata da musicisti e cantanti tra i quali alcuni russi e armeni.

2.                   La sfilata di Natale

La sfilata di Natale costituisce oramai una tradizione consolidata con larga partecipazione. Essa è simbolica e costituisce una occasione di unità e di gioia per tutta la popolazione della città e  anche per Israele, sono molti infatti gli Ebrei, perfino da Tel Aviv, che vengono per ammirarla. Partendo dal quartiere Shikun al-Arab, la sfilata attraversa buona parte della città di Nazaret e ci conclude davanti al Centro pastorale del Patriarcato Latino, con la partecipazione gioiosa di scuole, parrocchie, clubs, associazioni, scouts. Molti bambini e giovani fanno a gara per portare i pannelli che recano i più bei versetti biblici o i simboli del Natale. Vi partecipano anche le autorità civili, tra le quali il sindaco di Nazaret, e quelle religiose, cioè i vescovi e i parroci della zona. Essa è organizzata ufficialmente dal “Comitato interreligioso della Sfilata”, questa iniziativa è animata dall’entusiasmo del Sig. Nabil Totry che ha preso il posto del leggendario Antonio Shaneen, deceduto pochi mesi fa.

3.                   Messa della notte di Natale

La messa è stata presieduta dal Vicario patriarcale latino per Israele, Mons. Giacinto-Boulos Marcuzzo.  Celebrata alle 19 e 30, è stata ripresa dalla Televisione Israeliana e trasmessa  a mezzanotte. Quest’anno, non solamente la corale della Basilica ha fatto uno sforzo speciale, ma il tono e la solennità della celebrazione sono stati accresciuti dalla qualità dei nuovi organi della Basilica.

Ogni anno, almeno nella prima parte della messa, è presente in chiesa un certo numero di ebrei. Quest’anno il loro numero era sensibilmente più alto del solito: i custodi della basilica ritengono che si trattasse di almeno 150-200 ebrei presenti.

Il vescovo celebrante ha espresso gli auguri e esposto brevemente il senso della festa in più lingue, ma ha parlato soprattutto in ebraico e in arabo. Quest’anno, ovviamente,  ha concentrato la sua omelia soprattutto sulla virtù e la vita di fede: una fede incarnata che ci rende solidali coi nostri fratelli che soffrono come a Gaza e in Siria.

Nel contesto dell’unificazione delle feste adottata da quasi tutte le chiese cattoliche, molti si chiedono se i Cristiani ortodossi abbiano celebrato il Natale con i Cattolici. Ufficialmente le autorità ortodosse hanno comunicato di non essere ancora pronte per questo passo. In pratica, molti fedeli ortodossi hanno celebrato Natale il 25 dicembre, alcune chiese ortodosse sono state aperte per l’occasione e hanno celebrato la liturgia. L’impressione comunque è che nessuna parrocchia ortodossa abbia veramente celebrato la liturgia di Natale con i cattolici.

4.                   Visite e auguri popolari e ufficiali

Chi conosce l’Oriente sa bene come le feste, di tutte le religioni, sono dei momenti forti di vita sociale e di scambio di visite e auguri, tra famiglie, parroci, vescovi, sindaci e altre autorità sia locali che nazionali. Non è inutile mettere in rilievo, quest’anno, un fenomeno che potrebbe avere risvolti delicati. In questo anno di elezioni generali e municipali, i più attivi visitatori per gli auguri sono stati naturalmente i politici, i capi dei partiti e i candidati. Segnaliamo in modo particolare la visita di alcuni personalità: la visita che il Capo di Stato di Israele, Shimon Peres, ha reso ai vescovi di Galilea ad Haifa il 20 dicembre e il ricevimento tradizionale organizzato presso la sua residenza in Gerusalemme il 31 dicembre; il Ministro degli Affari Religiosi di Palestina, Mahmoud Habbash, venuto a sua volta in Galilea il 22 dicembre per augurare buone feste ai capi religiosi cristiani; questi a loro volta hanno accettato l’invito del Presidente Palestinese Mahmoud Abbas per uno scambio di auguri il 31 dicembre a Ramallah. Infine è tradizione che il sindaco ebreo di Haifa, il prof Yona Yahav, faccia il giro di tutte le parrocchie cristiane il 1° gennaio. Il vescovo Mons. Marcuzzo ha consegnato a tutti questi responsabili e a molti altri,  il testo ufficiale del “Messaggio del Papa Benedetto XVI per la giornata mondiale della Pace”.

(testo del nostro corrispondente di Galilea. Foto di R.D.)

natale album

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UNA INTEREsSANTE NOTIZIA SULL RELAZIONI TRA VATICANO E LO STATO DI PALESTINA

E' da tempo che  non inserisco notizie su questo sito anche perchèda quelle parti, ni pare, si stia vivendo un 'periodo di attesa'. Sono avvenute le votazioni inisraele e in Giordania dopo il voto dell'Onu sulla Palestina. Ho atteso che qualcosa di nuovo capitasse anche sul piano politico per darne notizia. Eccone ora una di particolare interesse perchè  si viene a sapere  di riflesso che il Vaticano apre ai palestinesi e non è roba da poco a motivo delle delicate relazione con lo Stato di Israele, La diplomazia vaticana di certo è chiamata ad essere particolar,eme attenta nelle mosse e nelle deicisioni. La notizia che segue è presa dal sito 'Terrasanta.net" dei francescani

Lo "Stato di Palestina" debutta in un testo della diplomazia pontificia

Terrasanta.net | 1 febbraio 2013

(Roma/e.p.) – Per la prima volta, la Santa Sede ha fatto riferimento allo «Stato di Palestina» in un comunicato congiunto emesso al termine di una sessione di colloqui bilaterali svoltasi a Ramallah, in Cisgiordania, il 30 gennaio.

I colloqui mirano a raggiungere un accordo complessivo che regolamenti e promuova la presenza e le attività della Chiesa cattolica nei Territori Palestinesi, rafforzando così gli speciali rapporti tra Santa Sede e Palestina.

Si tratta di dare applicazione all’Accordo fondamentale tra la Santa Sede e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) firmato nel 2000. Il testo sottolineava il sostegno della Sede apostolica al riconoscimento dei diritti dei palestinesi e toccava questioni di interesse comune tra le due parti.

Il comunicato bilaterale diffuso il 30 gennaio dopo i lavori a Ramallah afferma che i colloqui «si sono realizzati in un’atmosfera aperta e cordiale, espressione dei buoni rapporti esistenti tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina».

Particolare attenzione è stata dedicata al Preambolo e al Primo capitolo dell’accordo allo studio. «Le Delegazioni – prosegue la dichiarazione comune – hanno espresso l’augurio che i negoziati siano accelerati e giungano ad una rapida conclusione. È stato così concordato che si riunirà un gruppo tecnico congiunto per darvi seguito».

Fino ad oggi nei suoi testi diplomatici la Santa Sede aveva abitualmente menzionato l’interlocutore palestinese come Olp. In Vaticano era stata accolta con soddisfazione la risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu che il 29 novembre scorso aveva riconosciuto la rappresentanza diplomatica palestinese presso di sé come Stato osservatore non membro. Papa Benedetto XVI aveva espresso l’auspicio che il voto potesse servire da sprone alla comunità internazionale per trovare una soluzione al conflitto israelo-palestinese.

Durante la riunione del 30 gennaio le autorità palestinesi hanno anche espresso gratitudine alla Santa Sede per il suo contributo di 100 mila euro da destinare al restauro del tetto della basilica della Natività, a Betlemme. Le due delegazioni erano presiedute dal ministro degli Esteri dello Stato palestinese, Riad Al-Malki, e da mons. Ettore Balestrero, sottosegretario per le relazioni con gli Stati in rappresentanza della Santa Sede.

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Con un poco di ritardo pubblico su questo mio sito il testo di una interessante conferenza sul tema del rapporto tra religioni e Stati arabi tenuta da S. Ecc.za Mons. Laham, Vicario patriarcale di Giordania.

Troppe volte conosciamo gli sviluppi della situazione nelle società islamica dai media che raramente riescono da informare , se le notizie  non sono precedute e supportate da ricerche culturali e sociali serie in mdo corretto e fondato.. La parola di chi vive nella realtà dei paesi islamici esegue attivamente gli sviluppi sia culturali eche sociali in atto è certamente più completa e motivata. Divebta una testimonianza quanto a loro è dato di dire o di scrivere sui diversi problemi dell'area del Medio Oriente. Ecco allora questa testimonianza del nuovo Vucario della Giordania.  Fa pensare.

Conferenza di S.E. Mons. Lahham: il ruolo delle religioni nell’evoluzione delle società arabe

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.E. Mons. Lahham, Vicario patriarcale per la Giordania ed ex Arcivescovo di Tunisi, ha tenuto una conferenza sul “ruolo delle religioni nell’evoluzione delle società arabe” nel corso di un colloquio in Francia. Pubblichiamo qui il suo intervento, fatto a Parigi il 19 gennaio 2013.

IL RUOLO DELLE RELIGIONI NELL’EVOLUZIONE

DELLE SOCIETA’ ARABE

Il ruolo e la posizione della religione nelle società in generale e nel mondo politico in particolare è una questione vecchia come il mondo. Dall’Editto di Milano nel 313 la relazione tra questi due “mondi”, il politico e il religioso, ha conosciuto delle variazioni infinite: sottomissione del religioso al politico, sottomissione del politico al religioso, separazione netta e quasi negativa (la legge del 1905), separazione più flessibile (paesi anglofoni e germanofoni). Attualmente, dal punto di vista religioso cristiano, il Vaticano II parla di “indipendenza reciproca e di sana collaborazione” (GS 76) e dal punto di vista politico europeo si parla di “laicità positiva”. Il tempo smussa i picchi delle ideologie.

Ma questo quadro che sembra essere abbastanza equilibrato non si applica al mondo arabo. Innanzi tutto le società non sono le stesse, ma soprattutto il ruolo del religioso nel politico e nel sociale non è lo stesso. La religione, o piuttosto il fatto religioso, ha sempre avuto e continua ad avere un ruolo nell’evoluzione delle società arabe. Non mi soffermo sul passato perché il tema che ci interessa ha un forte riferimento al presente, a ciò che ormai chiamiamo “la primavera araba” e soprattutto ai nuovi regimi politici che hanno preso il sopravvento, regimi di colore musulmano o regimi musulmani tout court con delle frazioni salafite.

  1. Un primo punto da notare è che le società arabe, musulmane e cristiane, sono delle società a forte matrice religiosa. Il riferimento religioso è naturale e fa parte della vita sia degli individui che delle società. Bisogna tener conto di ciò se si vuole comprendere cosa sta attualmente succedendo nel mondo arabo.
  2. Da un altro punto di vista ricordiamo che il fatto religioso, musulmano in questo caso, era completamente assente durante le manifestazioni dei giovani e dei meno giovani nei recenti movimenti in Tunisia, Egitto, Libia, Yemen, Bahrein, Siria. Questi movimenti avevano un colore sociale, politico e umano. Ciò è anche dovuto al fatto che il fattore religioso in questi paesi non era soggetto alla contestazione, il fatto religioso arabo è tranquillo anche se i gradi di appartenenza e di pratica religiosa variano da un paese all’altro (l’islam tunisino non è l’islam egiziano ad esempio).
  3. I movimenti della primavera araba erano spontanei, senza struttura politica anteriore, senza ideologia, senza veri leaders carismatici e così hanno potuto rovesciare dei regimi politici molto duri che duravano da 20, 30, 40 anni.
  4. I movimenti religiosi islamici (e la politica internazionale, ma questo è un altro argomento) hanno colto l’occasione al volo e sono arrivati al potere con delle lezioni libere e democratiche, hanno incominciato ad avere un ruolo di primo piano nell’evoluzione delle società arabe. Ne riparleremo. Penso che non ci si debba stupire di questa avanzata dell’Islam e dell’islamismo, né della loro “vittoria” politica. Queste le ragioni:

+ Innanzi tutto, non lo si ripete mai sufficientemente – soprattutto a degli occidentali – la religione è un elemento costitutivo nella vita delle persone e delle società arabe.

+ Nei Paesi che hanno conosciuto la primavera araba i regimi politici non permettevano l’esistenza di nessun partito serio di opposizione. La Tunisia, per esempio, aveva qualche partito di opposizione, come anche l’Egitto, ma erano di facciata.

+ I partiti islamici, al contrario, esistevano, eccetto che in Libia (ed è per questo che – tra parentesi – non hanno vinto le elezioni, anche se i Libici sono musulmani al 100%). Questi partiti erano oppressi, perseguitati, messi in prigione, ma erano là, ben organizzati e ben strutturati. La persecuzione non ha fatto altro che donar loro più fermezza e più volontà di resistere e di sopravvivere.

+ Una volta spariti gli “oppresssoriˮ, essi si sono trovati tutti soli sulla scena politica. Erano organizzati, ben strutturati ed avevano dei programmi sociali e religiosi molto ben definiti, al contrario di quanto avveniva per i programmi economici e politici. Di ciò parleremo anche in seguito. Decine di nuovi partiti politici hanno visto la luce prima delle elezioni (più di 120 in Tunisia), ma erano dei neonati, senza alcun programma e senza alcuna esperienza politica; hanno provocato una frammentazione dei voti e indirettamente permesso al partito Nahda (partito politico tunisino di riferimento religioso) di ottenere una vittoria relativamente facile. Passati dall’opposizione al governo, i partiti religiosi si sono visti obbligati a parlare di economia e politica, senza tuttavia rinunciare al desiderio (volontà?) di cambiare la società e di farla “evolvere” in una direzione islamica. Certamente non lo dicevano, si difendevano anche, ma gli esempi sono numerosi: tentativi – abortiti – d’introdurre la Sharia nella nuova Costituzione tunisina, linea più stretta nell’osservare il digiuno di Ramadan, velo islamico parziale e integrale, discorsi politici nelle moschee, tentativi di reintrodurre la poligamia, fare degli alberghi Halal e degli alberghi Haram, cambiare la legge riguardante l’adozione in legge di garanzia, introdurre il velo integrale nelle università…senza parlare degli slogan come: “l’Islam è la soluzione”, “voglio essere governato dalla Legge di Dio” (Sharia), “una buona musulmana è una musulmana velata”, ecc.

Detto questo, la presenza dei regimi musulmani o islamici ai vertici del potere è giuridicamente legittima ed incontestabile. E’ un fatto assolutamente nuovo. In questo c’è una lezione per l’Occidente ed un’altra per gli stessi partiti musulmani.

- Per l’Occidente : il Medio Oriente, ed i paesi arabi in generale, non sono più gli stessi, ed un ritorno indietro è impensabile. La piazza araba è esplosa, mentre prima i popoli arabi temevano sempre i propri dirigenti, attualmente sono i dirigenti a temere i propri popoli. Questo cambiamento è di un’importanza estrema e non so se l’Occidente valuta tutta la sua portata.

Non è più possibile, né permesso, di trattare con dei dirigenti arabi despoti, di chiudere gli occhi di fronte alla violazione dei diritti dell’uomo sotto il pretesto di proteggere i propri confini dall’immigrazione illecita o di fermare l’avanzata dei partiti islamici. I paesi arabi sono dei paesi a grande maggioranza musulmana e l’Occidente deve cambiare la sua linea di condotta nel trattare questa nuova realtà.

- I paesi arabi che scelgono di essere governati da un Islam politico devono sapere che l’Islam politico deve essere moderato o non ha nessuna possibilità di riuscire. Nessun paese, arabo o no, non può più vivere in un “ghetto” religioso o politico. Faccio un solo esempio: l’Islam politico deve trattare con delle banche con interessi, cosa che non è permessa in un Islam rigido, retto dalla Sharia.

Con un Occidente che accetta le nuove regole del gioco politico e con un Islam politico arabo aperto e moderato, la vita diventa possibile.

Ripropongo la domanda: il religioso, come si presenta oggi o come si presenterà domani in diversi paesi arabi, può cambiare le società arabe e qual’è il suo ruolo nella loro evoluzione? Mi permetto di abbozzare una risposta.

Innanzi tutto, so che il tempo dei profeti è finito. Ciò che dico sono delle idee che impegnano solo me stesso.

- Il fatto religioso può riuscire a cambiare o a fare evolvere le società arabe:

  • Se prende una posizione chiara e   netta nei confronti dei movimenti salafiti che hanno fatto la loro  apparizione ufficiale nei paesi della primavera araba ed anche   contemporaneamente ai partiti islamici. Questo non è il caso dei partitti al Governo in Tunisia e in Egitto. In questi      paesi si constata una certa comlicità tra il      potere e i salafiti: un lasciar fare, una posizione molle, delle condanne      gentili. Ultimamente le posizioni sono divenute più nette e spero che le prossime elezioni di giugno 2013  in Tunisia non ne siano la sola ragione.
  • Se l’Islam politico adotta una   politica democratica che garantisce i diritti dell’uomo e le libertà che ne derivano, a cominciare dalla reciprocità e dalla libertà di coscienza  e non solamente la libertà di culto.   Questo è un punto che incontra ancora molte resistenze da parte musulmana  perché va contro l’interpretazione letteraria del Corano. Anche qui è aperto un grande capitolo a cui si dovrà prima o dopo trovare una soluzione.
  • Se accetta il gioco politico      democratico, compresa la procrastinazione del potere. Hamas a Gaza, che      ritarda le elezioni sine die  per paura di perdere, è un esempio  che fa riflettere.
  • Se riesce ad offrire al popolo un  programma economico valido. Perché anche se i   popoli arabi sono musulmani nei loro geni, il loro primo bisogno resta   quello di vivere (primum vivere deinde philosophare) e di lavorare.
  • Se riesce a offrire all’Occidente   un programma politico serio e a uscire – così come l’Occidente – dal complesso storico Oriente/Occidente,    crociate/colonialismo, islamizzazione dell’Europa/evangelizzazione dell’Islam,    ecc. Una purificazione della memoria è obbligatoria da ambedue le parti per arrivare a delle relazioni    serene tra questi due mondi.

E se questo non accade? Se questo non accade, i partiti a tendenza islamica avranno avuto la loro chance. E poiché tutto il mondo parla di libertà e di democrazia – che è già un’enormità per i paesi arabi e per gli stessi partiti religiosi – bisognerà dare la stessa chance ad altri partiti. Il partito che saprà governare i paesi arabi e fare evolvere le società arabe verso il meglio sarà il partito per il quale centinaia di giovani hanno sacrificato la loro giovinezza e la loro vita.

+ Maroun Lahham

Parigi, 19.1.2013

 

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