Tra gli incontri vissuti dai pellegrini ambrosiani in Terra Santa il più profondo e toccante è stato senza dubbio quello con il Patriarca latino di Gerusalemme, Sua Beatitudine Fouad Twal. Il perché di questo incontro l’ha spiegato nell'introduzione il cardinale Scola: «Il Patriarca ci aiuterà nel compito che ci siamo dati di immedesimarci nella vita di Gesù e della Chiesa in questo luogo sorgivo, genetico della nostra fede».

Dopo aver spiegato come il Patriarcato abbracci ben quattro Stati (Cipro, Israele, Palestina e Giordania) Twal ha mostrato la ricchezza della Chiesa di Gerusalemme: «Abbiamo 33 congregazioni religiose maschili e 73 femminili attive nell'evangelizzazione, nell'educazione, nella salute. Sono presenti anche 14 congregazioni di vita contemplativa. Questa è la ricchezza che dà forza a Gerusalemme e gli merita il titolo di Città santa».

È una Chiesa, quella guidata da Sua Beatitudine, che ha una dimensione mondiale: «È Chiesa madre che accoglie tutti i suoi figli. Gerusalemme non è nostra. Gerusalemme non è di nessuno, è di tutti. Non è di un popolo». Inoltre vive una dimensione interreligiosa ed ecumenica. Qui ci sono le tre grandi religioni monoteiste. E sono presenti 13 confessioni cristiane: sei cattoliche, cinque ortodosse, due «riformate» (anglicani e i luterani). Le dimensioni religiose così ampie di questa città scongiurano quelli che Twal evidenzia come due gravi rischi, a causa della situazione in cui i cristiani di Gerusalemme vivono con molta paura: «Dobbiamo ridirci continuamente ampiezza di Gerusalemme per evitare di chiuderci in noi stessi o di scappare, emigrare».

Ma come migliorare questa situazione difficile? Per il Patriarca occorre «che tutti facciano propri lo spirito del buon cristiano e del buon cittadino, vivendo un forte senso di appartenenza alla terra, alla fede, alla Chiesa. Dandosi da fare nella posizione sociale in cui ciascuno è». E come esempio cita lo straordinario lavoro educativo che il Patriarcato latino di Gerusalemme promuove, le scuole cristiane: «Ne abbiamo 118, con 75 mila alunni, frequentate da cristiani, ma anche da musulmani e israeliani: in alcune delle nostre scuole cristiane addirittura i musulmani sono la maggioranza. Noi crediamo nell'educazione, crediamo che studiando, giocando e mangiando insieme, si realizzi il migliore dialogo possibile per preparare una nuova società. Un dialogo che, iniziando nei fatti, in una età molto giovane, vale molto più di tante altre esperienze».

Non solo l'educazione, ma anche la sanità. Spiega Twal: «Abbiamo 11 ospedali cattolici, nei quali ogni anno assistiamo centinaia di migliaia di pazienti. Visto che i cattolici sono solo il 2% della popolazione in Israele, il 2% in Palestina, il 4% in Giordania, potete facilmente immaginare chi siano coloro che sono oggetto delle nostra cure».

Anche il buon numero di vocazioni al sacerdozio testimonia la vitalità di questa Chiesa: «Abbiamo un seminario gremito, grazie a Dio: 25 seminaristi nel seminario maggiore, 50 nel minore. La maggioranza, l'80% viene dalla Giordania, qualcuno dalla Palestina, 1 solo da Israele».

Sua Beatitudine sposta poi l'attenzione sulle difficoltà di tutto il Medio Oriente: «Noi non possiamo essere pro o contro un determinato regime. Sono già 170 mila le persone morte per tentare di cambiare il regime siriano che non piace al mondo arabo. Certo questo non significa che dobbiamo tacere davanti alle ingiustizie della politica, specie quando sono in gioco i fondamentali diritti della libertà religiosa e di coscienza. Penso ai preti e ai fedeli che da Gaza non possono venire ai luoghi santi di Gerusalemme, ai musulmani limitati nella loro possibilità di andare in moschea». Ma quella di Twal e del Patriarcato latino non è solo una denuncia. È anche impegno: «In Giordania la Chiesa accoglie 1,4 milioni di profughi dalla Siria e 4 mila dall'Iraq. Sono felice di vedere come i cristiani giordani si stiano dando da fare per accoglierli. Non abbiamo più una sola aula in tutto il Paese che non sia stata adattata per ospitare le famiglie dei profughi».

Della Chiesa di Gerusalemme non si può certo dire che sia rassegnata. Spiega ancora il Patriarca: «Abbiamo difficoltà economiche, i cristiani fuggono, siamo divisi tra noi. Vero, siamo la Chiesa del calvario, ma proprio questo luogo ci ricorda che la tomba è vuota perché Cristo è risorto. Noi siamo la chiesa della risurrezione e della speranza, dobbiamo ricordarcelo proprio ora che viviamo la prova della croce. A livello umano abbiamo molta paura, ma per la nostra fede non abbiamo diritto di essere stanchi e di avere paura».

Tante le domande che i pellegrini ambrosiani pongono al Patriarca. Per esempio: quale ricostruzione dopo le guerre a Gaza? «Quale ricostruzione materiale si può immaginare - ribatte Twal - per il futuro di migliaia di bambini che hanno subito in pochi anni tre guerre, hanno visto uccidere i genitori e i familiari? Quale ricostruzione se non quella dell'educazione? Nelle nostre scuole cristiane abbiamo molti alunni musulmani e quindi prendiamo professori musulmani per insegnare la loro religione. Scegliamo i docenti guardando alla qualità della persona, prendendoli tra i nostri ex alunni. Perché l'educatore è più importante del libro. Dall'educazione verrà la ricostruzione la pace».

Una forza straordinaria, quella che mostra Fouad Twal, e che a lui e ai cristiani del Patriarcato arriva non da loro stessi, ma «dal fare parte di una Chiesa che è cattolica ed è in tutto il mondo. Questa piccola Chiesa è la vostra Chiesa. Siamo felici quando i pellegrini arrivano, perché non ci lasciate soli. Oltre all'aspetto dell'aiuto materiale ci mostrate che non siamo dimenticati».

Infine un atto d'amore realistico, incarnato per Gerusalemme, «la città più bella e più complicata al mondo. È città che unisce tutti i credenti, musulmani, ebrei, e cristiani ed è al tempo stesso la città che divide tutti i credenti, dove si arriva ad uccidersi proprio per amore di Gerusalemme. Ma da questa Chiesa non vengono solo notizie brutte, di violenze. Il 12 febbraio sarò a Roma perché il Santo Padre annuncerà la data della canonizzazione di due sante arabe palestinesi, fondatrici di due ordini religiosi. Questa è terra non solo di terrorismo, ma anche di santità e gioia di vivere».

È una lezione che i milanesi mediteranno per molto, quella ascoltata dal Patriarca latino di Gerusalemme, come sinteticamente conclude il cardinale Scola: «Questa è una Chiesa che non perde la speranza, perché sa che il Signore viene e perché si sente parte della Chiesa grande. Sua Beatitudine ci ha lanciato una sfida: Gerusalemme è la nostra chiesa. Ci insegna a non essere chiusi in noi stessi, autoreferenziali, ma ad assumere dentro le nostre parrocchie e movimenti il respiro della Chiesa diocesana e universale».

E a suggello di questa universalità il cardinale Scola ha donato al patriarca Twal una reliquia del periodo milanese di Paolo VI, il Pontefice protagonista 50 anni fa dello storico viaggio in Terra santa che abbatté tanti confini.