La lingua ebraica

UNA MEMORIA. UN DESIDERIO.

Fin dai tempi del Seminario, frequentando i corsi della Facoltà Teologica, ho potuto seguire alcune lezioni di lingua ebraica  tenute dal grande biblista e maetro Mons. Galbiati. Ci era stato ordinato di acquistare un testo: "Grammatica della lingua ebraica' diP.A. Carrozzini s.i. edito da Marietti che il professore ha seguito nel suo insegnamento. Con onestà ricordo di aver fatto fatica soprattutto e ricordare i 'segni' della lingua ebraica e soprattutto la sua fonetica. Terminati gli studi in Facoltà, dopo il Baccellierato, mi sono trvato immerso nella vita pastorale, dapprima negli oratori milanesi e poi nelle comunità parrocchiali e alla fine nelle Comunità Pastorali. E l'ebraico? Dimenticato, toalmente. Ma me lo sono ritrovato ora che, in pensione, cerco di entrare nel mondo biblico per trovare la misteriosa presenza di un Dio che ha amato la sua creatura, l'uomo, fino a condivdere la sua misera vita per redimerla nel sacrificio della sua umanità- E  in questo prezioso tempo - l'ultimo della mia vita - che ho sentito rinascere un desiderio antico, quello di poter leggere la Bibbia nella lingua originale. Non ci potrò riuscire. Ma nulla mi vieta di impegnarmi a cercare almeno il significato di  molte parole ebraiche che devono essere state  conosciute da Gesù (credo che la sua lingua parlata fosse l'aramaico. Uno studio su questo tema segue questo articolo in questa rubrica)   sia nel tempo della sua vita giovane in casa sua con i suoi parenti sia nella vita pubblica, soprattutto nello scontro che Egli ha vuto con i 'saggi' del suo popolo, proprio a proposito dell'insegnanebnto biblico, ccsì come l'ha certamente conosciuta nello studio della Legge, nei salmi, nei profeti. Ed eccomi in questa sezione di un piccolo sito senza pretese, con la voglia di studiare un poco l'ebraismo. E comincio proprio da alcune notizie a riguardo della lingua ebraica, sia quella biblica come quella moderna. Ovviamente ognuno può fare le siue ricerche. Confesso che in gran parte queste notizie le ho pescate da Wikipedia, con qualche rimando a styudi più ampi e impegnativi.

LA LINGUA EBRAICA.
(Da Wikipedia)
/(Una precissazione: in seguito verranno spiegati alcuni termini che appaiono in questo piccolo documento., come Misna ecc. Sono parole che indicano 'qualcosa' della vita degli ebrei e della loro religione)

Per lingua ebraica (in ebraico israeliano: עברית, ivrit) si intendono sia l'ebraico biblico (o classico), sia l'ebraico moderno, lingua ufficiale dello Stato di Israele, che conta circa 7 milioni di locutori (oltre che un cospicuo numero di ebrei della Diaspora); l'ebraico moderno, cresciuto in un contesto sociale e tecnologico molto diverso da quello antico, contiene molti elementi lessicali presi in prestito da altre lingue. L'ebraico è una lingua semitica e quindi parte della stessa famiglia che comprende anche le lingue araba, aramaica, amarica, tigrina, ed altre. Per numero di locutori, l'ebraico è la terza lingua di tale ceppo dopo l'arabo e l'amarico.

Il nome della lingua

Nella Tanakh (תנ"ך, abbreviazione di Torah, Nevyim e Khetubbim, "Legge, Profeti e Scritti") viene ricordato il nome Eber (עבר), attribuito ad un antenato del patriarca Abramo (Genesi 10, 21). Sulla stessa radice, nella Bibbia ricorre più volte la parola עברי (ivri, "ebreo"), sebbene la lingua degli Ebrei nelle Scritture non venga mai detta ivrit a significare "ebraico".

Per quanto il testo più famoso scritto in ebraico sia la Bibbia, il nome della lingua impiegata per la sua redazione non vi viene menzionato. Comunque, in due passi delle Scritture (Il Libro dei Re II, 18, 26 ed Isaia, 36, 11), si narra di come i messi del re Ezechia chiedessero a Ravshaqe, l'inviato del re assiro Sennacherib, di poter parlare nella "lingua di Aram" (ארמית aramit) e non nella "lingua della Giudea" (יהודית yehudit). Tale richiesta era volta ad evitare che il popolo, il quale apparentemente non doveva comprendere la prima, potesse capire le loro parole. È dunque possibile che il secondo termine ricordato possa essere stato il nome attribuito allora alla lingua ebraica, o quantomeno quello del dialetto parlato nell'area di Gerusalemme.

Oggi la lingua della Bibbia viene denominata "ebraico biblico", "ebraico classico", o anche, negli ambienti religiosi, "lingua santa". Ciò, al fine di distinguerla dall'ebraico della Mishnah (dagli studiosi detto anche con un'espressione ebraica לשון חז"ל, leshon hazal, la "lingua dei saggi"), che rappresenta un'evoluzione tarda dell'ebraico nel mondo antico.

Storia

Originariamente, quella ebraica fu la lingua utilizzata dagli Ebrei quando ancora vivevano in maggioranza nel Vicino Oriente. Si stima che circa 2000 anni fa l'ebraico fosse già in disuso come lingua parlata, venendo sostituita dall'aramaico.

In ebraico furono scritti i libri della Bibbia ebraica (tranne alcune parti dei libri più recenti, come il Daniele, scritte in aramaico), tutta la Mishnah, la maggior parte dei libri non canonici e gran parte dei Manoscritti del Mar Morto. La BibbiaMishnah fu redatta in una varietà tarda della lingua, detta appunto "ebraico mishnico". Durante il periodo del Secondo Tempio, o poco più tardi (non esiste consenso in merito tra gli accademici), la maggior parte degli ebrei abbandonò l'uso quotidiano dell'ebraico come lingua parlata a favore dell'aramaico, divenuta lingua internazionale del Vicino Oriente. Una ripresa dell'ebraico come lingua parlata si ebbe grazie all'azione ideologica dei Maccabei e degli Asmonei, in un tentativo di contrapporsi alla forte spinta ellenizzante di quell'epoca, e più tardi durante la rivolta di Bar Kokhba, sforzi oramai inutili in quanto l'ebraico non veniva più capito dalla massa. Centinaia di anni dopo il periodo del Secondo Tempio, la Ghemarah venne composta in aramaico, così come i midrashim. Nonostante ciò vi sono indizi secondo i quali ancora nell'VIII secolo d.C. la lingua parlata a Tiberiade dai Massoreti fosse l'ebraico fu scritta in ebraico biblico, mentre la

Nei secoli seguenti, gli ebrei della diaspora continuarono ad adoperare questa lingua solo per le cerimonie religiose. Nella vita di tutti i giorni, gli ebrei si esprimevano invece in lingue locali o in altre lingue create dagli stessi ebrei nella diaspora, lingue non semitiche come lo yiddish, il ladino, il giudaico-romanesco o il giudaico-veneziano, nate dall'incontro tra l'espressione e l'alfabeto ebraico e le lingue europee; è molto interessante ad esempio una copia di un Aggadà di Pesach scritta in veneziano in caratteri ebraici verso il XVIII secolo.

Inoltre, anche quando l'ebraico non rappresentò più la lingua parlata, esso continuò a fungere di generazione in generazione, durante tutto quello che viene detto il periodo dell'ebraico medioevale, da strumento principale di comunicazione scritta degli ebrei. Il suo status tra gli ebrei allora era analogo a quello del latino in Europa Occidentale tra i cristiani. Ciò soprattutto in questioni di natura halachica: per la stesura dei documenti dei tribunali religiosi, per le raccolte di halakhot, per i commenti ai testi sacri ecc. Anche la stesura di lettere e contratti tra ebrei veniva spesso effettuata in ebraico; poiché le donne leggevano l'ebraico ma non lo comprendevano perfettamente, la letteratura halachica ed esegetica loro destinata nelle comunità ashkenazite veniva scritta in yiddish .Anche le opere ebraiche di natura non religiosa o non halachica, venivano composte nelle lingue degli ebrei, o in lingua straniera. Ad esempio, Maimonide scrisse il suo Mishne Torah in ebraico, mentre la sua famosa opera filosofica La Guida dei Perplessi, destinata agli eruditi del suo tempo, fu composta in giudeo-arabo. E comunque, le opere di soggetto laico o mondano venivano ritradotte in ebraico, se di interesse per le comunità ebraiche di altra lingua, come appunto nel caso della Guida dei Perplessi. Tra le famiglie più famose ad essersi occupate di traduzione dal giudeo-arabo all'ebraico durante il Medioevo furono gli Ibn Tibbon, un famiglia di rabbini e traduttori attiva in Provenza nel XII e XIII secolo.

L'ebraico entrò nella sua fase moderna con il movimento dell'HaskalahIlluminismomovimento sionista, l'ebraico continuò a fungere da lingua scritta, soprattutto per scopi religiosi, ma anche per altri vari fini, quali filosofia, scienza, medicina e letteratura. Nel corso di tutto il secolo XIX l'uso che dell'ebraico si fece a fini laici o mondani andò rafforzandosi. (l' ebraico) in Germania ed Europa Orientale a partire dal XVIII secolo. Sino al XIX secolo, che segnò gli inizi del

Contemporaneamente al movimento del risorgimento nazionale, iniziò anche l'attività volta a trasformare l'ebraico nella lingua parlata della comunità ebraica in Terra d'Israele (lo yishuv) e per gli ebrei che immigravano nella Palestinaottomana. Il linguista ed entusiasta che diede attuazione pratica all'idea fu Eliezer Ben Yehuda, un ebreo lituano che era emigrato in Palestina nel 1881. Fu lui a creare nuove parole per i concetti legati alla vita moderna, che nell'ebraico classico non esistevano. Il passaggio all'ebraico come lingua di comunicazione dello yishuv in Terra d'Israele fu relativamente rapido. Parallelamente l'ebraico parlato venne sviluppandosi anche in altri centri ebraici dell'Europa Orientale.

Joseph Roth riporta una storiella su Herzl e Ben Yehuda. Questa racconta che, poco tempo prima del Primo Congresso Sionista, in un salotto borghese del Centreuropa, il giornalista, nonché fondatore del Sionismo, Theodor HerzlEliezer Ben Yehuda, un ebreo lituano, che sperava di far rinascere l'antica lingua ebraica, ormai relegata al solo rituale del sabato.
Ognuno dei due, sentendo raccontare l'altro circa la propria utopia, fece finta di coglierne il fascino, ma, appena lasciato l'interlocutore, Ben pensò di spettegolare e malignare quanto assurdo e inattuabile fosse il proposito di questi.
A dispetto dei detrattori, entrambi i sogni furono realizzati. Con la costituzione del governo mandatario britannico nel paese, l'ebraico fu stabilito come terza lingua ufficiale, al fianco dell'arabo e dell'inglese. Alla vigilia della costituzione dello Stato di Israele, essa era già la lingua principale di tutto lo yishuv ebraico, e lingua di studio nei suoi centri di formazione. incontrò il linguista

Nel 1948, l'ebraico diventò la lingua ufficiale di Israele, insieme all'arabo. Al giorno d'oggi, pur mantenendo un legame con l'ebraico classico, l'ebraico è una lingua che viene usata in tutti i campi della vita, incluse scienza e letteratura. Al suo interno sono confluiti influssi provenienti dallo yiddish, dall'arabo, dal russo e dall'inglese. I locutori di ebraico israeliano sono circa 7 milioni, dei quali la stragrande maggioranza risiede in Israele. Grossomodo una metà sono locutori nativi, cioè di lingua madre ebraica, mentre il restante cinquanta per cento possiede l'ebraico come seconda lingua.

Gli ebrei ortodossi non accettarono inizialmente l'idea di usare la "lingua santa" ebraica per la vita quotidiana, e tutt'oggi in Israele alcuni gruppi di ebrei ultra-ortodossi continuano ad usare lo Yiddish per la vita di ogni giorno.

Le comunità ebraiche della diaspora continuano a parlare altre lingue, ma gli ebrei che si trasferiscono in Israele hanno sempre dovuto imparare questa lingua per potersi inserire.

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'SENTIRE GESU'. IL SUO 'DISCORRERE' CON LA GENTE, I FARISEI, GLI SCRIBI, I DISCEPOLI....
Credo che sia una buona cosa cercare di sapere che lingua parlasse Gesù, soprattutto quando si rivolgeva alle folle che lo cercavano. Doveva ovviamente parlare in una lingua che quella gente era in grado di comprendere.  Una ricerca a questo proposito chiunque potrebbe farla appoggandosi a studiosi  esperti in materia.  Ma un accenno poremmo pure permettercelo. E non per  curiosità, ma per capire che Gesù è un 'uomo vero' che ha vissuto in un contesto cuturale, preciso,  dove tra l'altro, soprattutto in Galilea, si parlavano altre lingue diverse dall'aramaico che sembra essere stata la  l'idioma usato da Gesù. La ricerca che pubblichiamo è a cura di un noto esegeta al quale porgo il mio grazie per la chiarezza delle rilfflessioni e per la chiarezza delle deduzioni: Donato Calabrese, nel suo sito.


Che lingua usava Gesu'?

 I Vangeli ci hanno tramandato le parole di Gesù, i detti originali, i suoi discorsi improvvisati, gli insegnamenti, le parabole e l’applicazione originale, di questo genere narrativo, che costituisce qualcosa di veramente nuovo rispetto alla letteratura rabbinica anteriore e contemporanea. Ma di questo insegnamento parabolico, caratteristica peculiare del Gesù terreno, avremo modo di parlare in seguito.

   Ora ci domandiamo: che lingua parlava Gesù? 

   Una prima risposta la possiamo trovare nei quattro Vangeli canonici, che sono stati scritti in un tipo di greco chiamato Koiné, anche se vi si trovano notevoli tracce di influsso semitico. Ma la cosa che sorprende ed incuriosisce un lettore attento dei vangeli, è che nei quattro testi canonici che noi conosciamo[1], sono riportate parole ed espressioni in aramaico. Una lingua semitica, molto simile all’ebraico ed al fenicio, che il popolo di Israele aveva appreso nel periodo doloroso della cattività Babilonese e che era diventata, così, la lingua parlata in Palestina. Quindi l’aramaico era la lingua parlata da Gesù, dai suoi primi discepoli e dal popolo ebreo.

   E allora succede che leggendo, o ascoltando con attenzione certe parole, o locuzioni pronunciate da Gesù e tramandate nella sua lingua originale, si resta col fiato sospeso. E’ evidente che gli evangelisti hanno voluto tramandare non solo la parola ed il suo significato, ma anche il suo stesso suono, così com’è fuoriuscito dalle labbra del Nazareno. Essi per primi, quindi, hanno pensato che, traducendo questi detti in greco, come hanno fatto con tutto il resto,avrebbero forse reso un significato non proprio fedele all’originale. Nel loro impegno di traduzione in greco delle memorie più antiche, sia orali che quelle scritte in aramaico, coloro che hanno redatto i testi dei vangeli si sono fermati, come di fronte ad uno sbarramento invisibile,  quando hanno dovuto dare un’interpretazione di certe parole uscite dalle labbra di Gesù. Sono termini che ascoltiamo spesso, distrattamente, senza pensarci su, nelle nostre liturgie. Eppure essi hanno provocato un dietrofront all’agiografo di turno, che si tratti di Matteo, o Marco particolarmente. Entrambi, infatti, hanno preferito riportare i termini tali e quali come provenivano dalle tradizioni precedenti. Si tratta di parole che risalgono allo stadio Gesuano. Sono, cioè, considerate, dagli studiosi, come pronunciate dallo stesso Gesù. E se sono state trasmesse senza traduzione, questo significa che lo scrittore sacro ha voluto rendere un grande servigio al Maestro di Galilea le cui parole sono rimaste fortemente impressionate nelle varie tradizioni. E poi anche ai suoi lettori, per far sì che essi potessero percepire il suono, la voce, l’afflato, la potenza celata, ed ora manifesta della sua missione, l’ordine dato al male di “farsi da parte”, perché c’è Qualcuno che è venuto per vincere il dolore, il male e la morte. Sono parole che conservano tuttora il loro fascino originario, come Talità kum che significa: "Fanciulla, io ti dico, alzati!",  la parola autorevole, con il quale Gesù fa risorgere, in nome proprio, la giovane figlia di Giairo. Oppure, Effatà! che vuol dire "Apriti", l’espressione con la quale egli guarisce un sordomuto, in forza di una Potenza che esce da lui] O anche Abbàl'invocazione con la quale Gesù si rivolge al Padre rivelando, in maniera unica ed irripetibile, la sua intimità con il Padre Celeste. A questo termine, che è il più rilevante tra tutta la fraseologia aramaica presente nei vangeli, dedicheremo, poi, lo spazio che merita.

   Infine, possiamo aggiungere: "Elì, Elì, lemà Sabactani", che significa: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato" .

   C’è anche una frase, presente nel Padre nostro, “…e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, che sebbene sia presentata in greco con l’accezione Ñfeil»mata (traslitterato: ofeilêmata), che traduce debiti, quello che è dovuto, e, metaforicamente, offesa, peccato, mostra chiaramente l’aramaico che soggiace dietro il verbo greco. Infatti, la parola “debito”, in aramaico hoba’, significa anche peccato.

   E’ bene specificare, però, che l’idioma abitualmente parlato da Gesù era un dialetto galileo-aramaico, come si evince nel dialogo tra Pietro ed alcuni presenti  nel cortile del sommo sacerdote, durante l’interrogatorio di Gesù.

   Guardando all’ambiente storico Palestinese del primo secolo, dobbiamo pensare che Gesù conosca bene anche l'ebraico, la lingua dei testi sacri dell’Antico Testamento. Da giovane ha frequentato la scuola annessa alla sinagoga di Nazareth, e qui ha imparato a leggere le scritture, a tradurle, a commentarle.

   I vangeli riferiscono che lui insegna frequentemente nelle sinagoghe e gli stessi scribi e dottori della Legge lo chiamano col titolo di "Rabbi", che significa “Maestro”. Un appellativo che gli viene attribuito anche dai suoi stessi discepoli e che può essere spiegato solo con una salda conoscenza della lingua sacra, l'ebraico classico, la lingua dei padri e delle Sacre Scritture.

   Come detto in precedenza, c’è anche il greco nel linguaggio parlato da Gesù. E’ il greco biblico, la Koiné , la lingua più comune appresa dagli ebrei e dai popoli vicini dopo le conquiste di Alessandro il Macedone.

   In Galilea, che da sempre è stata una regione a popolazione mista e costituisce la terra di incontro di strade importanti come la Via Maris , la via del mare, che congiunge la Siria all’Egitto,  il greco è abbastanza diffuso. Pur trovandosi non vicino ai grandi traffici, la città di Nazaret ne è, in un certo senso, influenzata. E poiché, come attestano i Vangeli, Gesù non si limita a girare per la Galilea , la Giudea e la Samaria , ma si spinge fino alle regioni limitrofe di Tiro e Sidone attraversando la Fenicia , e, dall'altra parte, nel territorio della Decapoli, tutte zone pienamente ellenizzate, si riesce a comprendere come Egli possa avere una certa conoscenza della lingua greca.  Lo dimostra ancora di più l'episodio della guarigione della figlia di una donna siro-fenicia, avvenuta dopo un dialogo molto bello e toccante(Mc 7,26-30).

   Insomma abbiamo solide prove che Gesù abbia una conoscenza della lingua greca, anche se "la lingua che ha strutturato la sua vita, il suo pensiero e il suo cuore, è stata la lingua materna, l'aramaico, assieme, però, a quella dei padri, cioè all'ebraico, come si era condensato nel testo sacro, del quale Gesù dice di essere il compimento"

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DALLA PAGINA 'GERUSALEMME' I VIDEO

Una spiegazione necessaria. Su questo sito ho ritenuto interessante  e utile disporre di video di amatori e pubblicati in jou tube, Questi video li ho inseriti nella pagina del sito: "Gerusalemme". Ma poi mi è sembrato importante dare alcune spiegazioni sui 'temi' dei video. Ed eccoli raccolti qui in questa pagina. Ogni video è così accompagnato da alcune notizie  che permettono di conoscere meglio quanto viene proposto nel filmato. E' evidente che le notizie le ho ricercate nel web, in particolare in Wikipedia. Ma altre riflessioni mi 'appartengono'. Mi risulta infatti pesante 'copiare': per questo non mancherò di metterci anche qualche riflessione personale.


'La vita quotidiana in Gerusalemme'

Il video nella pagina 'Gerusalemme'

Il matrimonio ebraico.
Alcuni accenni alla cerimonia tratti da un lunga dissertazione sul matrimonio ebraico su Wikiedia: " Prima che la cerimonia nuziale inizi, lo sposo va nella stanza della sposa (kallah), per vederla prima che si copra il viso col velo. Questa tradizione si basa sull’episodio biblico del patriarca Giacobbe che sposò la donna sbagliata perché il suo volto era coperto da un velo46. La cerimonia è celebrata di fronte ad un rabbino ed al chazzan della sinagoga. In alcune comunità la sposa compie sette hakkafot 47 intorno allo sposo; le benedizioni sono recitate su di un bicchiere di vino che viene consegnato ai genitori della coppia, perché lo diano ai rispettivi figli. Poi lo sposo porge un anello alla sposa alla presenza di due testimoni, stando sotto la chuppàh , il baldacchino matrimoniale. La cerimonia termina con lo sposo che infrange un bicchiere, per ricordare la distruzione del tempio di Gerusalemme, come viene descritta dal salmo 13748, o secondo altre interpretazioni, per scacciare gli spiriti demoniaci, o come simbolismo sessuale a rappresentare la rottura dell’imene. Una credenza popolare dice che lo sposo che non riesca a rompere il bicchiere al primo colpo, sarà dominato dalla moglie. Gli sposi, poi, vengono mandati a trascorrere un po’ di tempo da soli (yichud)49, ed era questo il momento in cui in passato avveniva la consumazione del matrimonio. Dopo la cerimonia nuziale gli sposi sono considerati come rinati e tutti i loro precedenti peccati sono perdonati.
La liturgia ebraica per i defunti.
Un cenno al rito della sepoltura presso gli ebrei. Anche questo passo è tratto da Wikipedia. E' bene conoscere 'la vita' di chi professa una fede diversa dalla nostra, anche se nei riti sono espressi convinzioni comuni (come ad es. lla presenza nella persona del corpo e dell'anima....) "I funerali sono gestiti dai familiari più vicini: sposa o sposo, madre, padre, figlio, figlia, fratello o sorella. Il primo passo è contattare il rabbino per avere chiara l'esatta procedura da seguire. Ogni comunità ebraica ha una propria società di sepoltura che si occupa di preparare il corpo e assisterlo fino al momento della sepoltura. Un gruppo di donne si occupa del corpo di una donna, un gruppo di uomini di quello di un uomo. Far parte di questa società è considerato un grande onore dal momento che è un servizio non retribuito. Il defunto non può essere mai lasciato solo fino al momento della sepoltura, è una forma di rispetto mentre passa da questo mondo all’altro. Gli occhi e la bocca devono essere chiusi e un foglio viene messo sul suo volto, i suoi piedi vanno posizionati di fronte alla porta. La sepoltura va effettuata il prima possibile, di solito entro le 24 ore per preservare l’integrità e la sacralità del corpo, si può ritardare se devono essere ancora compiuti i preparativi o devono arrivare parenti da lontano. Il processo di purificazione prevede che il corpo sia pulito e curato con dell'acqua che viene versata ritualmente su di esso. Dopo la purificazione, il defunto è vestito con un sudario bianco come segno di purezza e di santità. Al momento della morte tutti vengono considerati uguali, le ricchezze non contano più niente, nella vestizione non vanno rilevate differenze tra ricchi e poveri. Anche la bara è semplice e completamente di legno così che si decompone allo stesso ritmo del corpo. Il cadavere viene poi avvolto nel tallith, uno scialle di preghiera con numerose frange dove sono segnati i precetti da osservare. Madre, padre, figlio, figlia, fratello, sorella o coniuge strappano una parte dei loro vestiti come segno di profondo dolore per la perdita subita. Anche il pianto è molto incoraggiato perchè simboleggia il cuore distrutto dal dolore. Viene letto un memoriale della persona con la funzione di lodare le qualità del defunto ed esprimere il cordoglio a nome dei familiari e del resto della comunità. Si ritiene che dopo la morte il corpo tornerà alla terra da cui è originato, mentre l'anima ritornerà alla sua radice divina. Dunque il defunto deve essere sepolto nella terra, sono vietate la cremazione e l’imbalsamazione. Normalmente i familiari e amici più intimi si occupano di trasportare la bara e sono quelli che cominceranno a gettare terra sulla tomba. Tre palate di terra sono gettate sulla bara come segno di rispetto per il defunto e la famiglia. I precetti richiedono che tutti i partecipanti assistano alla processione funebre e attendano fino alla fine della sepoltura che la famiglia se ne vada. Sono questi segni di profondo rispetto per il defunto e tali atti saranno ricompensati nella prossima vita. Durante la sepoltura viene recitata la preghiera per il defunto, il Kaddish, con cui si esprime la piena accettazione della volontà di Dio e della sua misericordia, nonostante il grande dolore per la perdita. Sono i familiari più stretti ad iniziare questa preghiera, ma se non ci sono parenti, viene recitata dagli amici o dal rabbino. Gli altri membri della famiglia e gli amici possono unirsi.

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IL SANTO SEPOLCRO. VIDEO.
Il video nella pagina 'Gerusalemme'

La basilica del Santo Sepolcro, (in ebraicoכנסיית הקבר - Cnesiat HaChever, ovvero Chiesa della Tomba; in arabo: كنيسة القيامة, Kanīsat al-Qiyāma, ossia "Chiesa della Resurrezione"), chiamata anche la chiesa della Resurrezione (Anastasis in greco e Surp Harutyun in armeno dai cristiani di rito ortodosso), è una chiesa cristiana di Gerusalemme, costruita sul luogo che la tradizione indica come quello della crocifissione, unzione, sepoltura e resurrezione di Gesù.

Attualmente è ricompresa all'interno delle mura della città vecchia di Gerusalemme, al termine della Via Dolorosa, e ingloba sia quella che è ritenuta la «collina del Golgota», luogo della crocifissione, sia il sepolcro scavato nella roccia, dove il Nuovo Testamento riferisce che Gesù fu sepolto.

La chiesa del Santo Sepolcro è una delle mete principali e irrinunciabili dei pellegrini che visitano la Terra Santa, insieme alla Basilica dell'Annunciazione di Nazaret e alla Basilica della Natività di Betlemme. Ma, a differenza di queste ultime, il Santo Sepolcro è l'unico luogo della cui esistenza si possiedono prove archeologiche risalenti ad appena un centinaio d'anni dopo la morte di Gesù.

Oggi è la sede del Patriarcato ortodosso di Gerusalemme, il quale, al centro della chiesa[1], vi ha il proprio Katholikon, ossia la propria cattedrale, e la propria cattedra
Formalmente è anche la sede del Patriarcato di Gerusalemme dei Latini; tuttavia il Patriarca cattolico latino non ha la libertà di celebrare se non negli spazi e nei tempi assegnati nel 1852 dallo Statu Quo alla Custodia di Terra Santa e secondo gli accordi con la stessa comunità monastica. Il Patriarca latino quindi risiede effettivamente in una sede presso la concattedrale del Santissimo Nome di Gesù, chiesa principale della diocesi e chiesa madre, dove egli ha la propria cattedra e celebra normalmente .

Secondo la tradizione ortodossa, ogni anno, a mezzogiorno, durante la celebrazione del Sabato Santo della Pasqua ortodossa, vi si ripete il «miracolo del Fuoco Santo».


'QUALCOSA DI 'MIO'
Lo vidi per la prima volta agli inizi degli anni sessanta quando con i miei compagni di ordinazione ci siamo  fatti pellegrini in Terra Santa. La prima impressione che ho avuto fu davanti all'ingresso della Basilica, quando la guida ci indicò una scaletta di poco conto  posata in alto sopra gli ingressi. Ci diceva che era lì perchè così doveva essere stando agli accordi di qualche secolo fa per porre fine ai litigi tra le varie confessioni cristiane per il possesso e l'uso della grande 'reliquia'.....Mi batteva forte il cuore: salendo la ripida scala che porta al Calvario sentivo di avvicinarmi a un grande mistero: Sse Gesù era il Figlio di Dio perchè ha scelto di soffrire così?  La folla era tanta e spoingeva da ogni parte: ero con i miei confratelli....Ero lì proprio dove il Figlio di Dio aveva fatto dono della sua umanità nel sacrificio della croce per me...Notai, trovandomi in fila, gli altari che precedono quello dove sta la grande croce. Vi sarei ritornato per celebrare l'Eucasristia con un sacerdote amico, Padre Giuseppe Dell'Orto, biblista. Finalmente mi sono chinato per baciare il sito sotto l'altare....Con pazienza la gente nel silenzio e nello stupore di una preghiera 'nuova' attendeva il proprio turno...Ho osservato il volto di tanta gente,mentre 'usciva' dopo il bacio di sotto l'altare. E molti avevano le lacrime agli occhi. Quella 'reliquia, il luogo della crocifissione mi costringeva  a pensare a ciò che ero. Un prete di Cristo, di quell'Uomo che su quella croce era morto. un prete che aveva dato una risposta alla chiamata di Cristo. Doveva parlare alla gente di ciò che aveva fatto Gesù. Un prete....? Forse in quel momento, al primo dei miei pellegrinaggi, ho  capito meglio la mia vocazione: la bellezza di una vita donata a Cristo per 'annunciarlo' ad ogni ragazzo, giovane, adulto e farlo felice..
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Sistemazione moderna della chiesa

L'ingresso alla chiesa avviene tramite una singola porta nel transetto sud. La chiave dell'ingresso viene custodita, per mantenere la pace tra le varie fazioni cristiane, dalla famiglia musulmana Nusayba, che ne mantiene la custodia fin da 1192, quando le fu affidata dal Saladino. Dopo periodi di tensione tra la famiglia Nusayba e le autorità ottomane, nel XVIII secolo, queste ultime nominarono la famiglia Joudeh per aiutare i Nusayba nel loro compito. Oggi la famiglia Jude assiste ancora i Nusayba, portando la chiave della chiesa a un membro della famiglia Nusayba, che apre e chiude la porta giornalmente.

Appena oltre l'ingresso si trova la Pietra dell'Unzione, che è ritenuta il luogo dove il corpo di Gesù venne preparato per la sepoltura. A sinistra (a ovest), si trova la Rotonda dell'Anastasi, sotto la più grande delle due cupole della chiesa, al centro della quale è posta l'edicola del Santo Sepolcro. In base a un decreto ottomano del 1852 (conosciuto in Occidente come «Statu Quo») le Chiese ortodossa, cattolica e armena hanno diritto di accesso all'interno della tomba, e tutte e tre le comunità vi celebrano quotidianamente la Messa. Viene usata inoltre per altre cerimonie in occasioni speciali, come la cerimonia del "Fuoco santo" che si tiene nel sabato santo, celebrata dal Patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme. Dietro la rotonda, all'interno di una cappella costruita con una struttura in ferro su una base semicircolare in pietra, si trova l'altare usato dalla Chiesa ortodossa copta. Oltre a questa, sul retro della rotonda, si trova una cappella in stile grezzo che si crede sia la tomba di Giuseppe di Arimatea, nella quale la Chiesa ortodossa siriaca celebra la sua liturgia nelle domeniche. A destra del sepolcro, sul lato sud-orientale della rotonda, si trova la cappella dell'Apparizione, riservata all'uso della Chiesa cattolica.

Sul lato est opposto alla rotonda si trova la struttura, risalente alle Crociate, che ospita l'altare principale della chiesa, oggi il Catholicos greco-ortodosso. La seconda e più piccola cupola poggia direttamente sopra il centro del transetto che attraversa il coro dove è situato il compas, un omphalos un tempo ritenuto essere il centro del mondo.

A est di questo si trova una grossa iconostasi che demarca il santuario greco-ortodosso, davanti al quale sono posti il trono patriarcale e un trono per i celebranti episcopali in visita.

Sul lato sud dell'altare, attraversato un atrio chiuso, si trova una scalinata che sale alla Cappella del Calvario, o Golgota, ritenuta essere il luogo della crocifissione di Gesù, che è la parte più riccamente decorata della chiesa. L'altare principale della cappella appartiene alla chiesa greco-ortodossa, mentre alla chiesa cattolica è riservato un altare laterale.

Più a est nell'atrio chiuso ci sono delle scale che discendono fino alla Cappella di Sant'Elena, che appartiene agli armeni. Da lì, un altro insieme di scale porta alla Cappella dell'Invenzione della Santa Croce, cattolica, ritenuta il luogo dove venne ritrovata la Vera Croce.

Il 20 giugno1999, tutte le denominazioni cristiane che dividono il controllo della chiesa concordarono sulla decisione di realizzare una nuova uscita per la chiesa. Non si ha notizia che questa porta sia stata completata.

Autenticità

Come notato in precedenza, sia Eusebio che Socrate Scolastico registrarono che la tomba di Gesù era in origine un luogo di venerazione per la comunità cristiana a Gerusalemme e la sua posizione fu ricordata dalla comunità anche quando il sito venne coperto dal tempio di Adriano. Eusebio in particolare nota che la scoperta della tomba "permise a tutti quelli che arrivarono di testimoniarne la vista di una chiara e visibile prova delle meraviglie di cui quel luogo era stato un tempo teatro" (Vita di Costantino, Capitolo XXVIII [1]).

L'archeologo Martin Biddle dell'Università di Oxford ha teorizzato che questa "chiara e visibile prova" potrebbero essere stati dei graffiti con scritte tipo "Questa è la tomba di Cristo", incisi nella roccia dai pellegrini cristiani prima della costruzione del tempio romano.[10]

Dall'epoca della sua costruzione nel 335, e nonostante i numerosi ammodernamenti, la chiesa del Santo Sepolcro è stata venerata come il luogo autentico della crocifissione e sepoltura di Gesù.

Nel XIX secolo, diversi studiosi disputarono l'identificazione della chiesa con il vero luogo della crocifissione e sepoltura di Gesù. Essi ragionarono sul fatto che la chiesa fosse all'interno delle mura cittadine, mentre i primi resoconti (ad esempio:Ebrei 13,12) descrivevano questi eventi come avvenuti fuori delle mura. Il giorno seguente al suo arrivo a Gerusalemme, il generale Gordon selezionò una tomba scavata nella roccia, posta in un'area coltivata al di fuori delle mura, come luogo più probabile per la sepoltura di Gesù. Questo luogo viene solitamente indicato come "Tomba del Giardino", per distinguerlo dal Santo Sepolcro, ed è ancora un popolare luogo di pellegrinaggio per quelli (solitamente i protestanti) che dubitano dell'autenticità dell'Anastasi e/o non hanno il permesso di tenere funzioni religiose nella chiesa.

Comunque, da allora è stato determinato che il sito era in effetti al di fuori delle mura cittadine all'epoca della crocifissione. Le mura della città di Gerusalemme vennero espanse da Erode Agrippa nel 4144, e solo allora inclusero il sito del Santo Sepolcro e venne costruito il giardino circostante, menzionato nella Bibbia. Per citare lo studioso israeliano Dan Bahat, archeologo, cittadino di Gerusalemme:

"Potremmo non essere assolutamente certi che il sito del Santo Sepolcro sia il luogo della sepoltura di Gesù, ma non abbiamo un altro sito che possa rivendicare di esserlo con la stessa forza, e non abbiamo davvero motivo di respingere l'autenticità del sito. (Bahat, 1986)