Tu che dici di Gerusalemme

INTRODUZIONE

Chiedo scusa e il permesso al 'mio' cardinale', Carlo Maria Martini, se oso qui pubblicare le sue riflessioni su Gerusalemme. Sono straordinariamente affascinanti perchè rivelano l'amore che il presule porta alla 'città di Dio', un amore che in picolissima parte vorrei poter  sentire anche dentro di me. Poichè vivo il tempo del pensionamento, durante il quale il 'mio essere prete'  torna a vibrare nella mia anima consacrata, sento di dover 'fare' ancora qualcosa di utile 'pastoralmente. alla Chiesa che mi è madre  Questi pensieri davvero straordinari mi hanno suscitato dentro una profonda emozione, per questo ho ritenuto che possa trasmetterli anche ad altri così da portarli alla preghiera per la città dove il Signore è morto e risorto per noi. La lunga testimonianza del Cardinale si apre con queste parole.

GERUSALEMME: STORIA, MISTERO E PROFEZIA

A Gerusalemme salgono le moltitudini del Signore   

C'è una domanda preliminare: come si può parlare di Gerusalemme? "Gerusalemme," per citare Chateaubriand nell'Itinerario da Parigi a Gerusalemme, "il cui nome evoca tanti misteri, colpisce l'immaginazione, sembra che tutto debba essere straordinario, in questa straordinaria città"?
Credo che una prima premessa sia questa: non si può parlare di Gerusalemme senza amarla. Amarla di quell'amore con cui l'ha amata Davide, nell'interpretazione moderna di Carlo Coccioli, che gli fa dire:  Ah! se avevo amato Gerusalemme, se l'avevo amata contemplandola dall'esterno, ne impazzii letteralmente, pazzia d'amore, valutando dall'interno la sua bellezza indescrivibile. Certo non vi era al mondo altrettanto desiderabile città, eco inebriante di una dimensione spirituale dello spazio, dove il cielo si chinava sulla terra e la sposava. Come non invidiare Sion, l'incomparabile?".

Oppure, per esprimersi con la parola di un midrash: "Dieci porzioni di bellezza sono state accordate al mondo dal Creatore, e Gerusalemme ne ha ricevute nove. Dieci porzioni di scienza sono state accordate al mondo dal Creatore, e Gerusalemme ne ha ricevute nove. Dieci porzioni di sofferenza sono state accordate al mondo dal Creatore e Gerusalemme ne ha ricevute nove".
Tra le domande che qualificano l'esistenza storica e problematica di ogni uomo e donna del nostro tempo, insieme ad altre domande drammatiche che riguardano la guerra, l'amore, il perdono, la fame e via dicendo, c'è certamente, anche questa domanda: tu, che dici di Gerusalemme? In che rapporto ti senti con Gerusalemme? Il "dossier" gerosolimitano è immenso: biblico, rabbinico, filosofico, teologico, letterario. Da David a Dante Alighieri a Hegel ai nostri giorni: è un dossier senza fine.Vorrei fare una presentazione quasi in stile rapsodico, attraverso una trama di citazioni. Indicare piste, domande, luoghi di ricerca, temi possibili di approfondimento, per rispondere alla domanda fondamentale: tu, che dici di Gerusalemme? Cerchiamo di ordinare la tematica attorno alle tre linee indicate: Gerusalemme, storia, mistero e profezia, anche se, evidentemente. non è possibile una divisione rigida di questi tre momenti..

LA STORIA  

Sotto questa tematica intendiamo tutto ciò che costituisce la storia viva della città. Una storia carica di significati, una storia caratteristica, unica al mondo. 

I luoghi della presenza  

È interessante notare come, anche a livello archeologico, la ricerca si concentri oggi su due poli: l'identificazione delle mura, con la loro complessa storia e le diverse successioni dei recinti politici della città, e il luogo del tempio. Una ricerca condotta secondo moduli spaziali, secondo i recinti della presenza politica, del popolo, cioè le mura, e della presenza religiosa, di Jahvè, cioè il tempio. E già qui siamo di fronte a una di quelle dualità, o bipolarità, che emergono da tanti aspetti della storia di Gerusalemme, e che potrebbero essere visualizzate con un riferimento biblico: "Tu mi vuoi edificare una casa, io edificherò a te un casato" (2Sam 7, 5.11). Alla casa spaziale si contrappone il casato dinastico, temporale. Heschel direbbe: " Al tempio Dio preferisce il tempo" in cui anche l'uomo abita con lui. Questa linea di dualità, in cui il tempo viene poi qualificato moralmente come impegno per la giustizia, è la linea che riappare di frequente nel kerygma (annuncio) profetico con la tensione tra culto e obbedienza. "Obbedire è meglio del sacrificio" (1Sam 15, 22); "Detesto i sacrifici fatti nel tempio; ricercate la giustizia" (Is 1, 11.17; cfr. Mic 6,7-8; Os 6,6; Sal 50): il sacrificio richiesto è quello del cuore, anche se alla fine riappaiono i sacrifici e le mura ricostruite. 

Questa dialettica è continuamente presente nella storia della città. n primato temporale, esistenziale, la presenza di Dio con l'uomo e l'uomo che cammina con Dio nella giustizia e nella santità, non elide ma illumina la presenza spaziale, quella per cui la gloria di Dio si manifesta nel tempio e abita dentro le mura della città. Fondamentale si potrebbe ritenere, al proposito, la riflessione fatta da Salomone: "Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ti ho costruita!". Ma poco prima Salomone dice: "Il Signore ha deciso di abitare sulla nube. lo ti ho costruita una casa potente, un luogo per la tua dimora perenne" (1Re 8,27.12-13).

Infinità, trascendenza di Dio, immanenza gerosolimitana di Dio.

I rapporti tra i due aspetti si chiariranno nel Nuovo Testamento, ma senza giungere mai, almeno nello spazio temporale dell'esperienza umana, a elidersi a vicenda. Da una parte Gesù accetta il tempio, nella sua funzione di "casa di preghiera" (Mc 11, 11; 15, 17), dall'altra ne prevede la fine (Mc 13).

Anche Paolo (At 21, 26; 24, 6.12.18; 26, 21), anche la comunità primitiva (At 2,46 e 3, 1) frequentano il tempio; ma è in esso che più tardi Paolo sarà catturato, e da questo momento in poi sembra che negli Atti degli Apostoli il tempio sia ormai perso di vista, decaduto come luogo della presenza, o anche soltanto come luogo della preghiera: è divenuto anzi il luogo nel quale Paolo è stato proditoriamente preso. Giovanni vede nel Cristo incarnato (Gv 1, 14) la nuova tenda della Shekinah (eskenosen), in cui contempliamo la gloria del Dio Emmanuele (Emmanuele, uno dei nomi di Gerusalemme, ora viene dato a Gesù; cfr. Mt 1,23). 

La stessa idea del corpo del Cristo come tempio è ripresa in chiave pasquale (Gv 2, 19-22 e anche probabilmente Gv 19, 37, dove il lato destro può fare allusione a Zc 12, 10, all'acqua che sgorga dal lato destro del tempio), è il tempio che Marco (14, 58) definisce "non fatto da mano d'uomo". Qui si può richiamare tutta la polemica sul tempio di At 7. n tema è anche suggerito dalla metafora della porta in Gv 10, 7-9: Gesù è la mediazione per la comunione con Dio, è il santuario in cui questa comunione si attua. Porta e tempio antichi sono ora spezzati, come il velo del tempio (Mc 15, 38) perché il Cristo, nuova via (Gv 14,6), è il centro del culto ed è superiore al tempio stesso (Mt 12,6).

Vi è quindi una nuova Gerusalemme, senza tempio. "Non vidi alcun tempio in essa; perché il Signore Dio, l'Onnipotente e l'Agnello sono il suo tempio" (Ap 21, 22).

A livello storico queste varie dualità si affrontano, questa bipolarità oppositiva o sintetica si esprime in vari modi nella predicazione profetica e anche nel Nuovo Testamento: da una parte la città della pace, città della giustizia e dall'altra Dio fedele, Dio presente; oppure: Dio trascendente, Dio assente e Dio giudice, Dio vendicatore, con tutte le varianti possibili di questa dualità, che segna le drammatiche vicende dei luoghi della presenza del popolo e di Jahvè.

La città contesa   

Il destino di Gerusalemme come città contesa, comincia verso l'anno 1000 a.C., quando forse non contava più di duemila abitanti. La sua esistenza come capitale pacifica, pure in mezzo ad avvenimenti travagliati, dura quattrocento anni. Tutto il resto della storia è un susseguirsi di invasioni e di conquiste: egiziani, babilonesi, persiani, tolomei, seleucidi, romani, arabi, cristiani d'occidente, sultani egiziani, turchi, sino agli eventi più recenti.

È pensando a questa storia che André Chouraqui, nel suo libro Vivre pour Jerusalem ha scritto: "È Babel la mostruosa trionfatrice della storia, Babel dalle legioni devastatrici, Babel del saccheggio e delle violazioni, Babel dell'assassinio, Babel di tutte le morti. Babel trionfa in tutte le nostre polluzioni, esulta nei depositi dove si ammassano le armi atomiche, che domani devasteranno la mirabile liturgia della creazione. Ai trionfi di Babel," egli dice, "Gerusalemme è presente incatenata, cieca, ma viva e presente. Durante tutta la sua storia Gerusalemme è la città martire, la grande crocifissa". Tuttavia, pur attraverso queste vicende drammatiche di ogni tempo, Gerusalemme è stata, è, ed è destinata a essere la terra dell'incontro.

Continua Chouraqui: "Gerusalemme è centrale per Israele, centrale per la chiesa universale, per la casa dell'lslam e perché essa si erge all'incrocio in cui l'Asia incontra l'Africa e si volge all'Occidente". Di qui, evidentemente, nasce la speranza che vive ciascuno di noi tutte le volte che va pellegrino a Gerusalemme, la speranza che sia proprio in questa città che possiamo riconoscere in ogni uomo il nostro fratello, così come ci fa intuire il Salmo 87 (vv. 5 e 7).
Scrive Jacquet: "Ogni nazione nella misura in cui riconoscerà la supremazia del Dio d'lsraele riceverà da lui, in virtù di un atto della sua liberalità, il suo brevetto di cittadinanza gerosolimitana. Ai suoi membri è offerta un'iscrizione sul registro dei cittadini della città. Tolta ogni barriera, essi possono d'ora innanzi considerarsi a casa loro con gli israeliti; entro le mura della città. 'Non hospites et advenae, sed cives sanctorum et domestici Dei' (Ef2, 19) beneficiando anch'essi delle risorse spirituali dello jahvismo (Is 12,3)".

Alla stessa idealità di Gerusalemme, città dell'incontro, patria universale, s'ispira un loghionextracanonico di Maometto: "O Gerusalemme, terra eletta da Dio e patria dei suoi servi, è dalle tue mura che il mondo è diventato mondo. O Gerusalemme, la rugiada che cade su di te guarisce ogni male, perché essa discende dai giardini del paradiso".

Ma ecco affacciarsi il tragico dilemma; riemerge la bipolarità storica, il dualismo: città dell'incontro o semplicemente città della coesistenza? Città in cui tante persone e situazioni si passano vicino, ma non si compenetrano?

Anche qui la realtà può avere un testimone. Davide Shahar in una conversazione racconta le sue esperienze di ragazzo nato a Gerusalemme e di uomo vissuto a Gerusalemme. Egli dice , (ed è un'esperienza che tutti abbiamo fatto): "Gerusalemme è un mondo di coesistenza, non di simbiosi. Voi siete là, per esempio, alla porta di Sichem e potete vedere, gli uni accanto agli altri, un rabbino che va a pregare al Muro, una ragazzina in minigonna che viene da un kibbutz, un musulmano sul suo asino e poi un monaco greco. Non c'è, direi, alcuna interpenetrazione. Ciascuno vive nel suo mondo; non c'è niente di comune tra il mondo del rabbino e quello del monaco greco: sono mondi differenti che coesistono, l'uno a fianco dell'altro. Questo ci dà una città di tensioni terribilmente forti. lo personalmente le sento in tutti gli ambiti della vita. Non parlo soltanto della guerra tra noi e i nostri vicini. lo sono un uomo molto pacifico e, tuttavia, sono passato per cinque guerre. Parlo anche della comunità giudaica, nella quale c'è coesistenza ma non interpenetrazione. È una tensione continua. Tensione tra i praticanti e i non praticanti; tensione tra comunità differenti. È una tensione che, vibra sempre in questa città, e che è sempre piena di guerra. Questa città unica e universale".


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Una testimonianza importante per conoscere meglio la possente figura del Cardinale Martini. Viene dalla terra Santa.

Fra Pizzaballa: Martini in Terra Santa, una presenza amichevole e discreta

(Milano) – È di questo pomeriggio la notizia della morte del cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, biblista insigne molto legato alla Terra Santa e ai suoi popoli, uomo di profonda spiritualità

Il porporato si è spento nell’infermeria della casa dei gesuiti di Gallarate (Varese), dove risiedeva dal 2008, quando il peggiorare del suo stato di salute, con l’avanzare del morbo di Parkinson, lo costrinse a lasciare Gerusalemme. Abbiamo chiesto al Custode di Terra Santa, fra Pierbattista Pizzaballa, un suo ricordo personale di Martini.

Padre Pizzaballa, tra la fine del 2002 e la primavera 2008, il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, trascorse lunghi periodi a Gerusalemme, prima che il peggiorare delle sue condizioni di salute lo costringesse a rientrare definitivamente in Italia. Come molti cristiani di Terra Santa, anche lei è stato testimone di quel periodo. Quella del cardinale dentro la Chiesa locale di Gerusalemme era una presenza evidente? Partecipava alla vita della comunità cattolica? Che genere di relazioni aveva con voi responsabili delle Chiese?
Il cardinal Martini aveva fatto una scelta precisa: stare ritirato. Non partecipava agli incontri pubblici di nessun genere, tranne rare eccezioni. Nemmeno agli avvenimenti liturgici prendeva parte, fatta eccezione per la Settimana Santa. Sapevamo, ad esempio, che amava passare intere giornate o periodi prolungati in alcuni Luoghi Santi (come il Monte Tabor), ma nessuno realmente si accorgeva della sua presenza. Era una scelta intenzionale, dovuta innanzitutto a motivi interiori, ma penso anche per non essere d’intralcio ad alcuno. Sapeva che la sua presenza avrebbe potuto, suo malgrado, essere, in alcune circostanze, ingombrante.
Con i capi delle Chiese aveva relazioni amichevoli. Ci si incontrava principalmente per le occasioni formali e istituzionali.

Lei ha qualche ricordo personale in proposito? C’erano rapporti tra i frati della Custodia e Martini? Se sì, come si esprimevano?
Non ho molti ricordi personali di quel periodo, perché come dicevo, il cardinale conduceva una vita piuttosto appartata. Ho avuto con lui solo un paio di incontri personali, dove mi sono confrontato su alcuni temi personali ed ecclesiali. Apprezzai la sua sincerità e semplicità nelle risposte.
I suoi rapporti con i frati della Custodia passavano dagli incontri nei Luoghi Santi. Gli assistenti ai diversi santuari, soprattutto quelli di Gerusalemme, lo conoscevano bene e si davano ormai del tu. Qualche volta quando si andava noi a celebrare, i sagrestani come si usa tiravano fuori bei paramenti, dicendo con disinvoltura: «Questi sono quelli del cardinale», come a parlare di una presenza abituale, alla quale si è familiari, tanto da lasciare lì i suoi paramenti personali, che poi venivano solitamente donati al santuario. Si scopriva, così, in modo molto ordinario, della sua familiarità ai luoghi e ai frati che li custodiscono.
Al Tabor, uno dei suoi luoghi privilegiati, i frati di loro iniziativa avevano sistemato per lui una stanza particolare. I letti erano piccoli, lui era alto e così si dovette studiare una soluzione, di cui poi beneficiai anch’io…

Durante il suo episcopato milanese, l’arcivescovo Martini fu molto apprezzato dagli ebrei per il contributo che offrì al dialogo cattolico-ebraico, forse proprio a partire dal suo rapporto personalissimo di studioso e di credente con la Sacra Scrittura. È qualcosa che ha continuato visibilmente anche a Gerusalemme? Gli dobbiamo gratitudine? Perché?
Forse questo è stato l’unico ambito di visibilità che il cardinale ha avuto presso le realtà locali. Gli ebrei lo amavano, ricambiati. All’Università ebraica era di casa e sono diverse le conferenze da lui tenute e i riconoscimenti ottenuti. Alcuni suoi libri sono stati tradotti anche in ebraico. Era considerato come uno dei promotori del dialogo con Israele, un amico fidato. Dobbiamo essergli grati, soprattutto noi di Gerusalemme, perché ha accettato di farsi amare dagli israeliani, in questa Terra e in questa città, dove la paura di farsi etichettare paralizza spesso le nostre iniziative. Non se ne è mai curato. Ha amato e si è lasciato amare, con libertà, senza ferire alcuno.

A Gerusalemme Martini continuava a incontrare pellegrini italiani o a rivolgersi ai potenziali pellegrini esortandoli a visitare la Terra Santa. Spesso consigliava di venire laggiù con l’animo aperto, senza prendere parte, ma cercando di ascoltare e osservare. Proponeva, anche a se stesso, la via della preghiera di intercessione, di colui che sta in mezzo e si fa carico delle fatiche di tutti. Per un cristiano è uno stile plausibile o anacronistico oggi in Israele/Palestina?
È l’unica risposta possibile. Non esiste altra via. La politica o le politiche hanno un loro respiro, purtroppo spesso corto. La preghiera e l’intercessione sono il modo tipicamente cristiano di stare nella lotta (Lc 22, 44: «Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra») e ce lo insegna proprio qui a Gerusalemme.


Il Card. C. M.Martini e Don Pino nella sacristia della Basilica del Getsemani, al termine della S. Messa