....IL FLAGELLO DI DIO?....................

IL NUOVO ATTILA? IL FUTURO SARA' MAI DI DIALOGO SE NON DI PACE?

Nel nord dell'Irak e della Siria

Di certo grazie alla TV a Skay, ai quotidiani, alle interviste, ai reportage, conosciamo tutti la tragedia che si sta compiendo nel nord dell'Irak e della Siria.

Pare si sia mossa l'America di Obama con cautela e solo per motivi umanitari...Oggi ho saputo che sono stati inviati anche 100 militari per aiutare le forse irakene e siriane. L'Europa 'piccolo elefante ormai senza più un'anima'  sta aspettando che finiscano le ferie per prendere una decisione. Quante parole al vento, quanta insipiente e penosa indifferenza nelle fumose affermazioni di alcuni capi di questo occidente spento. Niente: quella gente, fratelli di fede e i seguaci di un'altra fede, yazidi, stanno scappando dalle loro case, migliaia e migliaia, quante ragazze catturate per gli uomini dell'esercito di conquista, schiave del sesso, quanti bambini e donne sepolto perfino vive nelle fosse comuni....Se dopo la Shoa qualcuno ha scritto e cantato: "Dov'era Dio.....?" oggi questo grido s'alza davanti alla strage che si compie nell'indifferenza del mondo. Sapendolo, per di più.... Allora, al tempo della Shoa nessuno sapeva di quanto stavano facendo i nazisisti. Oggi tutti sono a conosscenza dell'immane tragedia di questa gente. Sapere e rimanere inerti è un peccato pari a quello che si  commette lassù, al Nord....

Confesso che non mi riesce di 'passare oltre'....Ho visto tante volti di bambini, di donne, di uomini giovani, adulti e vecchi camminare sulla strada che dovrebbe portarli al sicuro, senza più nulla...Mi strazia l'anima, a stento trattendo l'urlo  che mi sale dentro, l'urlo dell'anima piegata dalla cattiveria degli uomini.....

Mi permetto allora in questa nuova pagina di un sito che amo e che documenta gli eventi nel Medio Oriente di inserire alcune notizie o informazioni per conoscere almeno in parte non solo la situazione, ma la politica e la modalità con cui questa si sviluppa appoggiandosi ad Allah, alla religione! E alle armi! Mi servo di tante fonti che cercherò comunque sempre di ringraziare citandole.

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Che cos’è l’ISIS,

di Elena Zacchetti –

 

Una guida per chi vuole capire una volta per tutte chi sono i miliziani che stanno conquistando l'Iraq: c'entrano qualcosa con al Qaida? E soprattutto, come hanno fatto?

19 giugno 2014

Negli ultimi dieci giorni l’Iraq – paese a maggioranza sciita con una storia recente complicata e violenta – è stato conquistato per circa un terzo del suo territorio da uno dei gruppi islamici sunniti più estremisti in circolazione, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, noto anche con la sigla “ISIS”.

Non è la prima volta che in Occidente si sente parlare di ISIS: da più di due anni l’ISIS combatte nella guerra civile siriana contro il presidente sciita Bashar al Assad, e da circa un anno ha cominciato a combattere non solo le forze governative siriane ma anche i ribelli più moderati, creando di fatto un secondo fronte di guerra. L’ISIS è un’organizzazione molto particolare: definisce se stesso come “stato” e non come “gruppo”. Usa metodi così violenti che anche al Qaida di recente se ne è distanziata. Controlla tra Iraq e Siria un territorio esteso approssimativamente come il Belgio, e lo amministra in autonomia, ricavando dalle sue attività i soldi che gli servono per sopravvivere. Teorizza una guerra totale e interna all’Islam, oltre che contro l’Occidente, e vuole istituire un califfato non si sa bene dove: ma i suoi capi sono molto ambiziosi.

Oggi l’ISIS è arrivato a meno di 100 chilometri dalla capitale irachena Baghdad. La sua avanzata, rapida e inaspettata, ha fatto emergere i moltissimi problemi dello stato iracheno e ha intensificato le tensioni settarie tra sciiti e sunniti, alimentate negli ultimi anni dal pessimo governo del primo ministro sciita iracheno Nuri al-Maliki. Per capire l’ISIS – da dove viene, che strategia ha, dove può arrivare – abbiamo messo in ordine alcune cose essenziali da sapere. Che tornano utili per capire che diavolo sta succedendo in Medioriente, e non solo in Iraq e in Siria.

 

Da dove viene l’ISIS? Che c’entra al Qaida?
Per capire la storia dell’ISIS serve anzitutto introdurre tre personaggi molto noti tra chi si occupa di terrorismo e jihad: il primo, conosciuto da tutto il mondo per gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, è Osama bin Laden, uomo di origine saudita che per lungo tempo è stato a capo di al Qaida; il secondo è un medico egiziano, Ayman al-Zawahiri, che ha preso il posto di bin Laden dopo la sua uccisione in un raid americano ad Abbottabad, in Pakistan, il 2 maggio 2011; il terzo è Abu Musab al-Zarqawi, un giordano che dagli anni Ottanta e poi Novanta – cioè fin dai tempi della guerra che molti afghani combatterono contro i sovietici che avevano occupato il territorio dell’Afghanistan – era stato uno dei rivali di bin Laden all’interno del movimento dei mujaheddin, e poi anche di al Qaida.

Nel 2000 Zarqawi decise di fondare un suo proprio gruppo con obiettivi diversi da quelli di al Qaida “tradizionale”, diciamo. Al Qaida era nata sull’idea di sviluppare una specie di legione straniera sunnita, che avrebbe dovuto difendere i territori abitati dai musulmani dall’occupazione occidentale (bin Laden aveva invocato come punto di partenza della sua guerra santa il dispiegamento di mezzo milione di soldati statunitensi nella Prima Guerra del Golfo, nel 1990, intervenuti per ricacciare in Iraq l’esercito di Saddam Hussein che aveva invaso il Kuwait). Ma Zarqawi aveva altro in testa: voleva provocare una guerra civile su larga scala e per farlo voleva sfruttare la complicata situazione religiosa dell’Iraq, paese a maggioranza sciita ma con una minoranza sunnita al potere da molti anni con Saddam Hussein.

L’ideologia e la strategia di Zarqawi
L’obiettivo di Zarqawi, che si è definito meglio anche con l’intervento successivo di diversi ideologi jihadisti, era creare un califfato islamico esclusivamente sunnita. Questo punto è molto importante, perché definisce anche oggi la strategia dell’ISIS e ne determina le sue alleanze in Iraq. In un libro pubblicato nel 2004, e scritto dallo stratega jihadista Abu Bakr Naji, è spiegata piuttosto bene la strategia di Zarqawi: portare avanti una campagna di sabotaggi continui e costanti a siti turistici e centri economici di stati musulmani, per creare una rete di “regioni della violenza” in cui le forze statali si ritirassero sfinite dagli attacchi e in cui la popolazione locale si sottomettesse alle forze islamiste occupanti.

Nella pratica le cose sono andate così. Nel 2003, solo cinque mesi dopo l’invasione statunitense in Iraq, il gruppo di Zarqawi fece esplodere un’autobomba in una moschea nella città irachena di Najaf durante la preghiera del venerdì: rimasero uccisi 125 musulmani sciiti, tra cui l’ayatollah Muhammad Bakr al-Hakim, che avrebbe potuto garantire una leadership moderata al paese. Fu un attacco violentissimo. Negli anni gli attentati andarono avanti e nel 2004 Zarqawi sancì la sua vicinanza con al Qaida chiamando il suo gruppo Al Qaida in Iraq (AQI): nonostante la differenza di vedute, l’affiliazione garantiva vantaggi a entrambe le parti, per esempio permetteva a bin Laden di avere una forte presenza in Iraq, paese allora occupato dalle forze americane. Nel frattempo, nel 2006, Zarqawi era stato ucciso da una bomba americana, e il suo posto era stato preso da Abu Omar al-Baghdadi (fu ucciso poi nel 2010, e il suo posto fu a sua volta preso da Abu Bakr al-Baghdadi).

L’ISIS di al-Baghdadi e il califfato islamico
Il gruppo di al-Baghdadi subì un notevole indebolimento nel 2007 a seguito del parziale successo della strategia di controinsurrezione attuata nel 2007 in Iraq dal generale statunitense Petraeus, che prevedeva una maggiore vicinanza e solidarietà delle truppe con la popolazione e che contribuì a ridurre le violenze settarie e il ruolo di al Qaida per almeno due anni. La strategia di Petraeus si basava su una collaborazione con le tribù sunnite locali, che mal sopportavano l’estremismo di al Qaida: questa strategia oggi sembra inapplicabile, a causa delle politiche violente e settarie che il primo ministro sciita Nuri al-Maliki ha attuato contro i sunniti negli ultimi quattro anni, compromettendo per il momento qualsiasi possibilità di collaborazione.

Nel 2011 il gruppo ricominciò a rafforzarsi, riuscendo tra le altre cose a liberare un certo numero di prigionieri detenuti dal governo iracheno. Nell’aprile del 2013 AQI cambiò il suo nome in Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), dopo che la guerra in Siria gli diede nuove possibilità di espansione anche in territorio siriano. Il fatto di includere la regione del Levante nel nome del gruppo (cioè l’area del Mediterraneo orientale: Siria, Giordania, Palestina, Libano, Israele e Cipro) era l’indicazione di un’espansione delle ambizioni dell’ISIS, ma non ne spiegava del tutto gli obiettivi finali. Zack Beauchamp ha scritto una lunga e precisa analisi dell’ISIS sul sito di Vox, e tra le altre cose ha provato a capire in quali territori il gruppo ha intenzione di istituire un califfato islamico: con l’aiuto di alcune mappe, Beauchamp ha mostrato come gli obiettivi dell’ISIS siano confusi, mutabili nel tempo ma estremamente ambiziosi (in una, per esempio, tra i territori su cui l’ISIS ambisce a imporre il suo controllo c’è anche il Nordafrica).

Quanti sono, quanto sono cattivi e cosa vogliono, quelli dell’ISIS?
Charles Lister, uno dei più esperti analisti di jihadismo in Siria e Iraq, ha scritto su CNN che l’ISIS in Iraq è formato da circa 8mila uomini, un numero di combattenti insufficienti di per sé a prendere il controllo delle città conquistate negli ultimi dieci giorni nel nord e nell’est dell’Iraq. Infatti l’ISIS non ha fatto tutto da solo, ma si è alleato con le tribù sunnite e con gruppi baathisti (cioè sostenitori del partito Baath, lo stessa cui apparteneva Saddam Hussein) dell’Iraq, che hanno un solo obiettivo in comune con il gruppo di al-Baghdadi: rimuovere dal potere il primo ministro sciita iracheno Nuri al-Maliki. Come ha sintetizzato chiaramente il Washington Post, le città ora sotto il controllo dei ribelli sunniti sono 27.

Lister ha scritto che normalmente alleanze di questo genere – formate da gruppi così diversi – non possono stare insieme a lungo, a meno che non si mantenga un clima di contrapposizione totale. In Iraq questo clima è alimentato, tra le altre cose, anche da una delle caratteristiche distintive dell’offensiva dell’ISIS: la brutalità dei suoi attacchi. La guerra dell’ISIS sembra una “guerra totale” – come dimostra il massacro di soldati sciiti a Tikrit, la città natale di Saddam Hussein. Sul New Yorker Lawrence Wright ha descritto così il modus operandi del gruppo:

«Bin Laden e Zawahiri avevano sicuramente una certa familiarità con l’uso della violenza contro i civili, ma quello che non riuscirono a capire fu che per Zarqawi e la sua rete la brutalità – particolarmente quando diretta verso altri musulmani – era il punto centrale dell’azione. L’idea di questo movimento era l’istituzione di un califfato che avrebbe portato alla purificazione del mondo musulmano»

La brutalità dell’ISIS era già stata notata da al Qaida nella guerra in Siria: dalla fine del 2013 il capo di al Qaida, Zawahiri, cominciò a chiedere all’ISIS di rimanere fuori dalla guerra (in Siria al Qaida era già “rappresentata” dal gruppo estremista Jabhat al-Nusra). Al-Baghdadi però si rifiutò e nel febbraio del 2014 Zawahiri “espulse” l’ISIS da al Qaida («Fu la prima volta che un leader di un gruppo affiliato ad al Qaida disubbidiva pubblicamente», ha detto un esponente qaedista). In altre parole l’ISIS si era dimostrata troppo violenta anche per al Qaida, soprattutto perché prendeva di mira non solo le truppe di Assad ma anche altri gruppi dello schieramento dei ribelli sunniti. Alla fine del 2013 l’ISIS, rafforzato dalle vittorie militari in Siria, tornò in Iraq e conquistò le città irachene di Falluja e Ramadi. E poi le altre, negli ultimi dieci giorni.

Come si mantiene l’ISIS? E che possibilità ha di vincere?
A differenza di altri gruppi islamisti che combattono in Siria, l’ISIS non dipende per la sua sopravvivenza da aiuti di paesi stranieri, perché nel territorio che controlla di fatto ha istituito un mini-stato che è grande approssimativamente come il Belgio: ha organizzato una raccolta di soldi che può essere paragonata al pagamento delle tasse; ha cominciato a vendere l’elettricità al governo siriano a cui aveva precedentemente conquistato le centrali elettriche; e ha messo in piedi un sistema per esportare il petrolio siriano conquistato durante le offensive militari. I soldi raccolti li usa, tra le altre cose, per gli stipendi dei suoi miliziani, che sono meglio pagati dei ribelli siriani moderati o dei militari professionisti, sia iracheni che siriani: questo gli permette di beneficiare di una migliore coesione interna rispetto a qualsiasi suo nemico statale o non-statale che sia. Come mostra una mappa risalente al 2006 trovata da Aaron Zelin, ricercatore al Washington Institute for Near East Policy, non si può dire che l’ISIS sia privo di una strategia economica precisa: già diversi anni fa aveva pensato a come sfruttare i giacimenti petroliferi per sostenersi finanziariamente.

In pratica l’ISIS è riuscito finora a massimizzare ciò che gli ha offerto la guerra in Siria. La stessa cosa potrebbe però non ripetersi in Iraq, per almeno due motivi. Il primo è che l’ISIS potrebbe in qualche maniera “fallire” economicamente, perché le sue entrate – che derivano soprattutto da attività illegali a Mosul – potrebbero non essere più sufficienti a sostenere la rapida espansione territoriale di questi ultimi giorni. Una possibilità è che l’ISIS riuscisse a sfruttare il petrolio iracheno come già fa in Siria nelle aree sotto il suo controllo: in Iraq tuttavia le zone che potrebbe plausibilmente conquistare non hanno giacimenti estensive di petrolio, e le infrastrutture necessarie per il suo sfruttamento non sono sviluppate come quelle siriane.

Il secondo è che l’aggravarsi della crisi irachena ha spinto il governo iraniano a organizzare le proprie forze e intervenire. L’Iran ha già mandato in Iraq circa 500 uomini delle forze Quds, il suo più temibile corpo d’élite appartenente alla Guardia Rivoluzionarie (forza militare istituita dopo la rivoluzione del 1979), specializzato in missioni all’estero e già attivo da tempo in Iraq. Le forze Quds sono probabilmente il corpo militare più efficiente dell’intero Medioriente, molto diverse dal disorganizzato esercito iracheno che è scappato da Mosul per non affrontare l’avanzata dell’ISIS. Con l’intervento dell’Iran e di altre milizie sciite che fanno riferimento a potenti leader religiosi sciiti locali, è difficile pensare che l’ISIS possa avanzare ulteriormente verso Baghdad – che tra l’altro è una città a grandissima maggioranza sciita – mentre è più facile che provi a rafforzare il controllo sulle parti di territorio iracheno a prevalenza sunnita che è già riuscito a conquistare (i rischi di un massiccio intervento iraniano in Iraq ci sono eccome,.

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5 cose per capire cosa succede in Iraq

Guida minima per chi vuole sapere come si è arrivati agli attacchi statunitensi di ieri

8 agosto 2014

Nel pomeriggio di venerdì 8 agosto i caccia statunitensi hanno cominciato ad attaccare alcune postazioni di artiglieria dello “Stato Islamico” in Iraq, vicino a Erbil, la capitale del Kurdistan Iracheno. Per gli Stati Uniti si tratta della più importante operazione militare in Iraq dal ritiro dei soldati americani nel 2011: l’obiettivo è frenare l’avanzata dai miliziani estremisti sunniti dello “Stato Islamico” in territorio curdo, e le violenze compiute nei confronti delle minoranze etniche dell’Iraq settentrionale, tra cui i cristiani e gli yazidi. Nelle ultime settimane la situazione in Iraq è peggiorata notevolmente e si è complicata molto.

1. Tre stati in uno
Il governo centrale iracheno si trova a Baghdad ed è guidato dal primo ministro sciita Nuri al-Maliki (gli sciiti sono la maggioranza in Iraq). Al-Maliki controlla in pratica solo Baghdad e i territori a sud. Il nord-ovest è finito negli ultimi mesi nelle mani dei miliziani dello “Stato Islamico” – organizzazione prima conosciuta come ISIS – che hanno attaccato una città dopo l’altra avvicinandosi progressivamente alla capitale Baghdad. Nel nord-est del paese invece ci sono i curdi, che governano nella regione autonoma del Kurdistan Iracheno. Questi tre “stati” – li chiamiamo stati perché di fatto esercitano il monopolio della forza all’interno dei rispettivi confini – hanno eserciti/milizie che in questi giorni si stanno scontrando tra loro.

2. Le critiche a Nuri al-Maliki
Da diversi mesi – e soprattutto da quando alla fine del 2013 i miliziani dell’ISIS hanno conquistato le città irachene di Ramadi e Fallujah – al-Maliki è considerato come il primo responsabile dell’indebolimento dello stato iracheno. Dall’inizio del suo primo mandato da primo ministro, alla fine del 2005, al-Maliki ha attuato diverse politiche contro la minoranza sunnita dell’Iraq, considerate la causa più importante dell’aumento delle violenze settarie tra sciiti e sunniti. L’amministrazione americana sta spingendo da settimane per favorire un cambio a capo del governo iracheno, ma al-Maliki sembra non voler mollare. Nell’ultimo mese anche l’ayatollah Ali al-Sistani, la principale autorità religiosa del paese, si è espresso più o meno esplicitamente a favore di un cambio di governo, facendo capire di non sostenere più al-Maliki. In pratica oggi non c’è più nessuno che vuole che al-Maliki rimanga a capo del governo iracheno.

3. Lo Stato Islamico
Prima conosciuto come Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), lo Stato Islamico (IS) è un gruppo estremista sunnita che opera sia in Siria che in Iraq. Non ha un sistema di alleanze definito: in generale si può dire che finora non è stato sostenuto apertamente da nessuno ed è odiato praticamente da tutti. La sua avanzata è stata piuttosto inaspettata e – semplificando – dovuta soprattutto a due fattori: la debolezza dei governi a cui ha sottratto territorio (in Siria quello di Bashar al Assad, che da oltre tre anni è impegnato in una violentissima e complicatissima guerra con diverse fazioni di ribelli; in Iraq quello di Nuri al-Maliki, che dopo il ritiro dei soldati americani ha perso progressivamente il controllo sul suo territorio nazionale); e la propria capacità di trovare le risorse per governare i territori conquistati – come Raqqa per esempio – e per conquistarne di nuovi. Lo Stato Islamico vuole creare un califfato islamico: tutti quelli che gli si oppongono – minoranze religiose, sunniti moderati, forze sciite e curde – sono trattati come nemici (qui un’infografica del New York Times che racconta l’avanzata dell’ISIS in Iraq e in Siria). I metodi usati per raggiungere questo obiettivo sono particolarmente brutali e violenti.

4. Le minoranze del nord e i curdi
Nell’ultima settimana lo Stato Islamico ha attaccato diverse città e villaggi nel nord dell’Iraq abitate principalmente da minoranze etniche, soprattutto cristiani e yazidi. In particolare sono stati due gli attacchi ripresi molto dalla stampa internazionale: quello del 3 agosto a Sinjar e quello del 7 agosto a Qaraqosh (o Bakhdida), la più grande città cristiana dell’Iraq. Nel primo circa 150mila persone sono state costrette a lasciare le loro case e centinaia di famiglie yazidi si sono rifugiate sulle montagne di Sinjar, dove si trovano da allora senza né acqua né cibo in una situazione di grave emergenza umanitaria. Nel secondo circa 100mila persone – la maggior parte cristiani – sono state costrette ad andarsene verso il Kurdistan Iracheno, poco più a est, che però potrebbe non essere in grado di accoglierle tutti. Queste città erano difese dalle milizie curde “Peshmerga”, che però si sono ritirate prima degli attacchi dello Stato Islamico. In pratica, negli ultimi giorni i miliziani dello Stato Islamico si sono avvicinati molto a Erbil, capitale del Kurdistan Iracheno, creando molta apprensione sia a livello internazionale che locale.

5. Spiegazioni e prospettive dell’intervento americano
Charles Lister, analista del Brookings Doha Center e uno dei più preparati esperti di Stato Islamico e cose irachene, ha scritto l’attacco aereo statunitense ha già avuto l’immediata conseguenza di legittimare lo Stato Islamico come seria e credibile minaccia per l’Occidente, e come gruppo emergente per il panorama jihadista. Lister ha anche scritto che nella pratica l’artiglieria che gli Stati Uniti dicono di avere colpito «è solo un bonus per l’IS, niente di più». Secondo Max Fisher, giornalista del sito Vox, il messaggio di Obama con questo attacco aereo è: “state fuori dal Kurdistan, ma il resto dell’Iraq settentrionale è tutto vostro” (una tesi che sta in piedi, visto che l’attacco è arrivato solo nel momento in cui è stata minacciata Erbil e i “disastri umanitari” citati per giustificare l’intervento sono in atto da tempo sia in Iraq che in Siria). In generale nessuno crede che l’intervento americano possa essere risolutore della grave crisi in cui si trova oggi l’Iraq.

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CHI C'E' DIETRO L'ISIS

Chi c’è dietro l’ISIS in Siria ? La famiglia reale Saudita

Un membro dell’ISIS ( Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) è stato catturato e ha rivelato che l’ISIS e altri gruppi militanti in Siria non solo sono supportati da un membro della famiglia reale saudita ma questo individuo in realtà dirige direttamente l’ISIS.
In un video di ammissione, il membro del ISIL ha detto che il gruppo radicale in realtà è guidato dal principe Abdul Rahman al-Faisal, figlio del defunto re Faisal dell’Arabia Saudita e fratello dell’attuale ministro degli Esteri saudita, il principe Saud al-Faisal , ha riferito giovedì il WorldNetDaily.
La rivelazione suggerisce un alto livello di coinvolgimento diretto della famiglia reale saudita in attività terroristiche, non solo in Siria ma anche in altri luoghi dove i militanti Takfiri operano.
Il terrorista catturato ISIL ha detto che il suo gruppo stava monitorando i movimenti del cosiddetto Esercito Siriano Libero, che costituisce la principale opposizione al governo siriano.
Questa rivelazione suggerisce che la leadership saudita è direttamente coinvolta nel finanziamento dei gruppi militanti, i quali hanno preso il sopravvento dell’opposizione dal momento che la FSA non è considerata in grado di spodestare il governo siriano.
Il prigioniero ha detto che i suoi ordini erano impartiti “dalla dirigenza dello Stato Islamico dell’Iraq e il Levante.”
Quando gli è stato chiesto chi comandi nella leadership del ISIL, il militante catturato ha detto senza esitazione, “Il principe Abdul Rahman al-Faisal, che è anche conosciuto come Abu Faisal.”
L’ISIL, noto anche come ISIS, è il ramo di al-Qaida in Iraq e in Siria. Il suo comandante di battaglia è Abu Bakr al-Baghdadi, che è considerato essere spietato ed è stato persino attaccato da altri gruppi militanti che non vedono di buon occhi questa rigidità che egli applica in battaglia.
La rivelazione che alti livelli della Casa reale Saudita siano dietro i gruppi militanti in Siria e altrove si palesa in vista del viaggio del presidente Barack Obama in Arabia Saudita per marzo, nel tentativo di appianare le relazioni USA-Arabia Saudita divenute tese a causa della posizione americana su Siria e Iran.
I sauditi si sono molto arrabbia con gli Stati Uniti dopo che Obama ha deciso di non intraprendere un’azione militare a causa delle armi chimiche della Siria nel tentativo di rovesciare il governo siriano. Inoltre, Obama ha deciso di portare avanti i negoziati sul programma nucleare iraniano.
I sauditi, in effetti, si sentono tradito e hanno deciso, sulla base dell’approccio degli Stati Uniti verso la Siria e l’Iran, di intraprendere una politica estera indipendente volta ad abbattere la leadership siriana e a fermare l’intero programma nucleare iraniano.