INTRODUZIONE ALLA PAGINA 'EVENTI IN ORIENTE 2'

L'intenzione di seguire gli avvenimenti della Terra santa richiede di essere tempestivamente informati. Personalmente su questa pagina pubblico notizie che provengono dai siti cattolici di Terra santa, quelli della Custodia francescana e quelli del Patrirarcato latino. Ma sono attento a quanto alcuni siti ai quali dò fiducia abbastanza attenti alle vicende del Medio Oriente, come 'Liquida'' e altri.  Le informazioni invece sulla vicende della Chiesa di Gerusalemme provengono dal sito del Patriarcato e trovano sistemzione nelle pagine 'Il Patriarca' oppure Il Patriarcato'. Insomma cerco in ogni modo di sentirmi 'dentro' la cronaca o meglio la storia di quella terra che amo dove tutto è cominciato, da dove è partito il Vangelo della salvezza, anche la mia!

In questi giorni devono essere avvenuti alcuni fatti che rendono ancora più critica la situazione della Chiesa, soprattutto nella striscia di Gaza. Intanto però può essere utile per capire la delicata situazione in cui si trovano i cristiani e i mussulmani in Palestina pubblico dueriflessioni sulle Università attive in Medio Oriente: l'Università islamica di Gaza e quella cattolica di Madaba in Giordania voluta dal Patriarca Fouad Twal.

Si tratta dell'istruzione superiore che va riconosciuta a arabi islamici e cattolici...E si sa senza istruzione non c'è futuro per una società..... E' un flash interessante che aiuta a capire come si muovovo islamici e cattolici nella realtà 'dominata' dagli ebrei.

 Il primo servizio è tratto da 'Liquida'

Storie da Gaza:

“É come vivere su un altro pianeta”


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Gaza – Pchr. Il dottor Kamalian Sha’ath, presidente dell’Università Islamica di Gaza, è uno dei molti accademici impegnati a fornire istruzione superiore nella Striscia di Gaza. L’Università Islamica è stata una delle fonti per il report pubblicato dall’associazione Right to Enter, firmato da Ruhan Nagra e intitolato “Mondo accademico indebolito: le restrizioni israeliane all’ingresso di docenti stranieri nei Territori palestinesi occupati”.

Questo rapporto evidenzia come il blocco di Gaza non riguarda solo i materiali grezzi e la libertà di movimento delle persone, ma costituisce anche un blocco accademico, e che le prospettive di sviluppo accademico sono egualmente minacciate anche in Cisgiordania. Il rapporto si concentra su un’università di Gaza, l’Università Islamica, e su tre università della Cisgiordania: Birzeit, Bethlehem e al-Quds. In esso si afferma che il blocco è programmato per minare le prospettive dell’istruzione universitaria. Il dottor Kamalian si è dimostrato felice di poter parlare della battaglia in cui, assieme ai suoi colleghi, si sta impegnando allo scopo di migliorare la situazione accademica nella Striscia di Gaza.

Da quando Israele ha inasprito il blocco della Striscia di Gaza, nel 2007, le prospettive di scambio accademico con università straniere sono state pesantemente penalizzate. Israele attualmente, con una serie di motivazioni diverse, limita le possibilità, ai docenti internazionali, di intraprendere lettorati e ricerca nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Si va dalle “ragioni di sicurezza” all’emissione di visti che permettono un accesso di poche settimane soltanto, il cui risultato è l’isolamento degli accademici palestinesi e, indirettamente, l’impoverimento delle prospettive di un’istruzione superiore di qualità. Gli studenti hanno poche possibilità di conseguire un master, ed è disponibile un solo programma di post dottorato.

Il dottor Kamalian ci illustra come le università stiano tentando di arginare gli effetti degli ostacoli derivanti dal blocco imposto da Israele: “Quando aprimmo l’università, nel 1978, le forze di occupazione israeliane si trovavano ancora all’interno della Striscia di Gaza. La Striscia era divisa in 3 parti, attraverso le quali la libertà di movimento era limitata, con conseguenti difficoltà nell’insegnamento. Durante i primi anni insegnavamo sotto tende improvvisate, in quanto, ogni qual volta si tentava di costruire strutture per l’istruzione, Israele le distruggeva. Ricordo che una volta l’Unesco volle venire a visitare l’università, ma della numerosa delegazione solo a un membro fu permesso l’accesso a Gaza. Gli altri furono bloccati per “ragioni di sicurezza”. Da allora abbiamo fatto molta strada, e sono molto orgoglioso di tutto il lavoro che le persone qui hanno svolto, ma la lotta non è ancora terminata”.

Israele, inoltre, impone linee guida confuse riguardo la definizione di “docente straniero”. “Ci sono molti palestinesi considerati stranieri, e, pertanto, non ammessi a rientrare nella loro patria per  insegnare. Ad esempio, mio fratello durante la guerra del 1967 stava studiando in Egitto. Non essendo in Palestina al momento del conflitto, quando poi volle ritornare a casa non gli fu permesso, e da allora è stato definito, da Israele, ‘straniero’. E’ ridicolo pensare che Israele possa stabilire chi è palestinese e chi no. Le nostre carte d’identità ci vengono rilasciate da Israele!”

La Palestina ha un gran numero di palestinesi istruiti nati all’estero. Ad esempio, solo in Germania abbiamo alcune migliaia di medici. In molti hanno tentato di tornare qui a fare ricerca, o a prestare volontariato nei reparti chirurgici degli ospedali, ma alla maggior parte è stato vietato l’ingresso. Hanno un gran desiderio di tornare a casa a portare la loro conoscenza e la loro esperienza”.

Limitando il movimento tra i confini, Israele penalizza le istituzioni accademiche nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. “Le università sono come le persone”, continua il dottor Kamalian: “Hanno bisogno di interagire, di socializzare e di raggiungere le loro potenzialità. Senza ciò, non sono nulla. A causa del blocco ci manca ciò che molti altri danno per scontato, l’interazione con diverse scuole di pensiero. E’ come vivere su un altro pianeta! Abbiamo un solo programma di dottorato, sullo studio degli Hadith. Seppur orgogliosi delle capacità linguistiche dei nostri studenti, avremmo bisogno di qualcuno con un post dottorato che sappia insegnare bene l’inglese. E lo stesso vale per diverse altre materie”.

“Abbiamo trovato una nostra soluzione”, dice il dottor Kamalian con una risatina. “Ciascun corso ha due video-conferenze per trimestre con università straniere, e ciò si è rivelato molto efficace. Ma il blocco continua a causare incredibili difficoltà. Ad esempio, per potermi incontrare con i miei ex colleghi dell’università Najah, in Cisgiordania, dobbiamo tutti viaggiare in Italia per poter tenere conferenze. Questo è pazzesco se si pensa che mi basterebbero 90 minuti per arrivare a Nablus (luogo in cui l’si trova l’università di Najah). E invece, tutti in Italia!”

L’università islamica di Gaza conta 21 mila studenti, il che dimostra la grande richiesta di istruzione universitaria. Alla domanda riguardo il maggior ostacolo alle opportunità di studio degli studenti, il dottor Kamalian risponde che sia il blocco di Gaza che le offensive israeliane hanno un grande impatto negativo. “Ma ciò che più ci penalizza è il blocco. I miei studenti ed io condividiamo un forte desiderio di ‘internazionalizzazione’. Nel mondo accademico è fondamentale incontrare scuole di pensiero differenti, per migliorarsi e per migliorare le tecniche didattiche”.

L’istruzione universitaria nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania è poi fortemente penalizzata durante le intensificazioni militari. “Tutte le università sono state fatte chiudere da Israele durante l’intera durata della Prima intifada. Per 4 anni abbiamo tenuto i corsi nelle moschee, nelle case, ovunque si trovassero gli spazi. Nel corso delle ultime due offensive su Gaza, Israele ha ripetutamente colpito le infrastrutture civili dell’intera regione – strade, scuole, ospedali, e anche la nostra università. La nostra Facoltà di Scienze è andata completamente distrutta in un attacco aereo nel 2008: in pochi minuti sono andate distrutte ricerche svolte nel corso di 30 anni di studi, così come l’attrezzatura di facoltà. Oggi, uno dei due edifici è ancora in fase di costruzione, e gli studenti continuano ad essere ospitati presso altre università di Gaza”.

“Le università ne risentono sia in Cisgiordania che a Gaza, ma a Gaza maggiormente, in quanto siamo completamente tagliati fuori. Inoltre, i docenti internazionali sono scoraggiati da diversi fattori: dal visto limitato ma anche da un possibile e non provocato attacco israeliano, che può terrorizzare chi non è cresciuto in una zona di guerra”.

Poiché il livello di disoccupazione nella Striscia di Gaza raggiunge il 40%, le prospettive di lavoro di un laureato sono anche molto scarse. “L’informatica è il settore in cui i nostri studenti hanno ottenuto migliori risultati dopo la laurea. Ma la disoccupazione è una questione seria che va affrontata al più presto”.

Con un sorriso, il dottor Kamalian aggiunge: “La vita continua. La lotta continuerà. Speriamo che Israele ceda presto alle pressioni internazionali ed elimini il blocco, in modo che la vita qui possa tornare alla normalità. Se ciò non accadrà, continueremo come abbiamo sempre fatto”.

In base al diritto internazionale, l’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti umani e l’articolo 13 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (Icescr) riconoscono il diritto di ognuno a un’istruzione. Secondo l’articolo 13.1 dell’Icescr tale diritto è finalizzato al “pieno sviluppo della personalità umana e alla sua dignità”, e a permettere una partecipazione sociale attiva. Il Comitato sui diritti economici, sociali e culturali (Cescr) ha stabilito in un incontro tenutosi l’8 dicembre 1999 che l’istruzione è sia un diritto umano che “uno strumento indispensabile per comprendere altri diritti umani”.

L’articolo 12 del Patto internazionale sui diritti politici e civili, del 1966, garantisce poi che “ognuno dev’essere libero di poter lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e che nessuno debba essere arbitrariamente privato del diritto di entrare nel proprio Paese”. Ciò comprende il diritto di viaggiare per motivi di studio, sia come studente che come docente. Inoltre, secondo il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti umani (Commento generale n.27), “il diritto di una persona ad entrare nel proprio Paese riconosce il rapporto speciale della persona con quel determinato Paese”. Inoltre, secondo il Tribunale di giustizia internazionale, a coloro che hanno un reale ed effettivo rapporto con un Paese, come la residenza abituale, l’identità culturale e i vincoli familiari, non può essere negato il ritorno.

La distruzione dell’edificio delle facoltà di medicina, ingegneria e scienze dell’Università islamica, avvenuta nel 2008, costituisce una violazione dell’articolo 53 della Quarta convenzione di Ginevra, che stabilisce che la distruzione di una proprietà privata è vietata, a meno che le operazioni militari non la rendano assolutamente necessaria. Inoltre, in base al secondo paragrafo dell’articolo 8 (b)(i) “l’attacco intenzionale contro obiettivi civili, ovverosia contro obiettivi non militari” costituisce crimine di guerra.

Infine, il blocco di Gaza imposto da Israele rappresenta una forma di punizione collettiva, che viola l’articolo 33 della Quarta convenzione di Ginevra. Infliggere grandi sofferenze sulla popolazione di Gaza, costituisce anche crimine di guerra, per il quale la leadership politica e quella militare israeliane sono criminalmente e individualmente responsabili.

Traduzione per InfoPal a cura di Stefano Di Felice.© Agenzia stampa Infopal

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Il secondo servizio è preso da 'Vaticaninsider' anche se è 'datato' nell'agosto del 2011.

 

Giordania, nasce l’Università cattolica

 

Amman

La capitale della Giordania

 

 

 

 

 

 

 

 

A Madaba sono aperte le iscrizioni all’ateneo voluto dal Patriarcato latino di Gerusalemme e da Benedetto XVI. Potrà ospitare fino a 8mila studenti

Giorgio Bernardelli
Roma

Apre i battenti nel bel mezzo della primavera araba. E non è una semplice coincidenza. Da qualche settimana a Madaba - città giordana a 35 chilometri da Amman - sono aperte le iscrizioni per una nuova Università cattolica del Medio Oriente fortemente voluta dal Patriarcato latino di Gerusalemme, sotto la cui giurisdizione ricadono anche i cattolici della Giordania. Era stato lo stesso Benedetto XVI, durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa nel maggio 2009, a porre la prima pietra di questa nuova università. Che in questi due anni ha preso il nome di American University of Madaba, in nome di un gemellaggio con l'Università del New Hampshire, impegnatasi fortemente a sostenere l'iniziativa. Ma che resta comunque un ateneo riconosciuto a tutti gli effetti dalla Giordania, il cui Alto Consiglio per l'educazione già nel 2005 aveva assegnato al Patriarcato latino di Gerusalemme la licenza per aprire una propria università. Progetto che ora diventa realtà: da ottobre - infatti - prenderanno il via i corsi del primo anno accademico nell'ala già completata di un grande campus che, una volta ultimato, potrà ospitare fino a 8 mila studenti.

«Tutti oggi vorrebbero aprire università in Giordania - spiega il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal -, e il fatto che il governo questa licenza l'abbia data a noi e non ad altri è un riconoscimento del lavoro svolto dalle nostre scuole, che operano qui fin dal 1849. Abbiamo più di un centinaio di istituti con 70 mila alunni; e sono sempre scuole aperte a tutti: cristiani e musulmani.

Proprio per completare questa offerta formativa il mio predecessore, Michel Sabbah, ha voluto questa università: finora non esisteva, infatti, un ateneo cattolico in Giordania». Sarà un'istituzione al servizio non solo di questo Paese arabo: molti studenti, ad esempio, sono attesi anche dai Paesi del Golfo. A tutti verrà offerta una formazione di alto livello scientifico, insieme a una precisa visione della società. «Noi vogliamo creare attraverso la cultura un ambiente di sincerità, di apertura all'altro - continua il patriarca di Gerusalemme -. Come tutti sappiamo in questa regione non mancano scuole di estremismo, da una parte e dall'altra: questa vuole essere la nostra risposta, con un'istituzione che prepara leader per una società calma, serena, aperta a tutti. Credo molto nel ruolo dell'educazione per preparare alla pace e alla convivenza».

Ed è proprio qui che si inserisce il discorso sulla primavera araba. Dopo i primi entusiasmi oggi tra i cristiani del Medio Oriente tendono a prevalere le paure per l'ondata islamista che potrebbe portarsi dietro il crollo dei regimi. «Io resto a favore della primavera araba - ci risponde l'arcivescovo Twal -. Spero solo che sia davvero primavera e non un autunno, dove tutto diventa secco. La verità è che stiamo facendo tutti un salto nel vuoto: sappiamo bene quello che vogliamo cambiare, ma non abbiamo certezze su dove arriveremo. È un po' come quando a un semaforo scatta il verde e tutti si buttano dentro. Chi guiderà alla fine questa primavera? Questa è la mia vera preoccupazione. Alcuni di quelli che in Tunisia e in Egittto, all'inizio, non hanno partecipato a questi movimenti, ora sono ben disposti ad approfittarne e a buttarci dentro la loro ideologia. Ecco perché, contro queste spinte, per noi diventa ancora più importante promuovere queste istituzioni educative aperte a tutti. Realtà come l'università di Madaba indicano una strada, rappresentano una scelta su come vogliamo che sia il futuro: aiutano a calmare gli animi e a costruire insieme una società realmente nuova».

L'American Univeristy of Madaba avrà sette facoltà: ingegneria, scienze della salute, informatica, scienze, economia e finanza, arte e design, lingue e comunicazioni. Per l'anno accademico 2011/2012 si partirà con diciotto corsi di laurea. Accanto alle aule di studio, una volta ultimato l'intero progetto, gli studenti avranno a disposizione un moderno campus dotato di laboratori, strutture sportive, luoghi di ritrovo, accesso a internet gratuito con rete wireless. Sono già stati avviati, inoltre, accordi con otto università straniere per forme di cooperazione e scambi tra studenti: si tratta di due atenei americani (Notre Dame e Gannon), cinque italiani (l'Università Cattolica, il Politecnico di Milano, e le Università di Pavia, Genova ed Enna) e una ungherese (Pazmany Peter Catholic University).

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Firmato un accordo trilaterale per far risorgere il mar Morto

Terrasanta.net | 11 dicembre 2013

Una serie di foto scattate dai satelliti Nasa documenta il progressivo prosciugamento del Mar Morto.

(Milano/c.g.) – Dopo lunghi negoziati, Israele, Giordania e Autorità Palestinese hanno firmato lunedì 9 dicembre presso la sede della Banca Mondiale a Washington un'importante intesa sull’acqua. In base all’accordo ad Aqaba, in Giordania, verrà costruito un moderno impianto di desalinizzazione che pescherà acqua salata dal mar Rosso per trasformarla in potabile.

A pieno regime l’impianto potrebbe trattare fino a 100 milioni di metri cubi di acqua all’anno. È previsto che una parte dell’acqua potabile prodotta (circa 30 milioni di metri cubi all’anno) resti in Giordania, nella regione di Aqaba, per soddisfare la richiesta del territorio risolvendo, secondo le previsioni, il problema idrico locale almeno fino al 2040. Un’altra parte consistente della produzione di acqua potabile (50 milioni di metri cubi all’anno) sarà venduta a Israele, consentendo di rispondere alla fabbisogno della regione circostante la città balneare di Eliat, sul mar Rosso. In cambio Israele si impegna a vendere alla Giordania l’identica quantità di acqua potabile (50 milioni di metri cubi all’anno) prelevandola, molto più a nord, dal Lago di Tiberiade. Acqua che andrà a soddisfare le esigenze della popolazione giordana che vive nel Nord del Paese.

Anche l’Autorità palestinese porta a casa un vantaggio da questo accordo, ottenendo la vendita, da parte di Israele, di altri 20-30 milioni di metri cubi d’acqua potabile all’anno, che vanno a sommarsi agli attuali 52 milioni di metri cubi, non più sufficienti a soddisfare le esigenze della popolazione.

In un periodo segnato tristemente dallo stallo dei negoziati di pace israelo-palestinesi, tutti i politici coinvolti hanno voluto sottolineare l’importanza di questo accordo sull’acqua: «È un barlume di speranza e indica che potremo superare anche altri ostacoli in futuro», ha dichiarato Silvan Shalom, il ministro israeliano dell’Energia e delle Risorse idriche. «Abbiamo dimostrato che possiamo lavorare insieme nonostante i problemi politici», ha dichiarato il ministro palestinese dell’acqua Shaddad Attili. «Abbiamo lavorato gli ultimi sei mesi per raggiungere questo accordo che si può definire storico – ha sostenuto Hazim el-Naser, ministro dell’acqua giordano – un accordo che consentirà alla Giordania di avere l’acqua potabile necessaria a costi contenuti».

Oltre alla soluzione del problema della «sete», l’accordo firmato lunedì ha l’ambizione di risolvere un altro problema: il mar Morto, paradiso naturale della regione, rischia di scomparire. Il livello delle sue acque diminuisce infatti al ritmo di un metro all’anno, a causa del progressivo prosciugamento dell’immissario fiume Giordano, le cui acque sono utilizzate oltre misura per l’irrigazione. Per contrastare questo fenomeno, il progetto si propone di verificare la possibilità di versare le acque salmastre, trattate nell’impianto di Aqaba, nel mar Morto. Soluzione i cui effetti sono tutti da verificare e che fa storcere il naso a molti gruppi ambientalisti. L’associazione internazionale Amici della Terra ha invocato uno studio ambientale che indichi chiaramente come dovrebbe essere trattata l’acqua salmastra proveniente dall’impianto giordano, prima di essere immessa nel Mar Morto.

La Banca Mondiale, dal canto suo ha ricordato che la parte di accordo che riguarda l’immissione delle acque salmastre nel mar Morto prevede una fase sperimentale in cui venga fatta una attenta valutazione delle conseguenze.

Gidon Bromberg, direttore della sezione israeliana di Amici della Terra, ha voluto sottolineare che già in base agli studi preliminari della Banca Mondiale portare l’acqua salmastra del mar Rosso nel mar Morto potrebbe avere «impatti nocivi» per il fragile ecosistema locale. «Inoltre ha la conseguenza negativa di aumentare del 30 per cento i costi dell’operazione – ha spiegato Bromberg - e di mantenere viva la protesta delle associazioni ambientali».

Il progetto, la cui realizzazione dovrebbe iniziare nella seconda metà del 2014, costerebbe dai 180 ai 290 milioni di euro e prevede, oltre all’impianto di desalinizzazione, la costruzione degli acquedotti necessari a collegare il mar Morto al mar Rosso, infrastrutture che attraverseranno tutte il solo territorio giordano.

Lo studio di fattibilità per il progetto al centro dell’accordo tra Israele, Giordania e Autorità Palestinese è stato curato dalla Banca Mondiale e finanziato per 12 milioni di euro da una cordata di otto Paesi: Corea del Sud, Francia, Giappone, Grecia, Italia, Olanda, Stati Uniti e Svezia.

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15 dicembre 2013

Da tempo si parla di 'Primavera islamica'. Da quando sono iniziate le rivoluzioni nei paesi arabi, dall'Egitto, alla Libia, dalla Tunisia, alla Siria....Quale giudizio si può dare di questa tragedia di popoli anche in vista di un futuro incerto, temuto soprattutto dale confessioni religiose minori, in particolare dai cristiani che vivono in un contesto di vera persecuzione. I media nostrani seguono le vicende clamorose pronti poi a dimenticarle subito....La spinta della storia fa sì che questi trapassi epocali si svolgono se non nell'indifferenza dei potenti, ma  addirittura se ne servono per i loro scopi. Ogni notizia che viene  non da un giornalista inviato da qualche settimanale o quotidiano che va per la maggiore , dovrebbe essere tenuta in seria considerazione. E' la voce di chi vive il dramma, di chi ha da fare i conti con il quotidiano così imprevedibile e soprattutto così violento...E' il caso di questa intervista apparsa da 'Vatican insider' che merita di essere tenuta presente perchè permette di approfondire 'dal vivo' la realtà di un evento che offriva speranze ai popoli islamici ma che pare vada verso la sua conclusione piuttosto penosa!

Vatican Insider
14/12/2013

Il Patriarca Sidrak: in Egitto l’Islam politico ha fallito

Intervista con il capo della Chiesa copta cattolica. Che racconta una proposta inedita emersa al recente incontro dei patriarchi orientali con il Vescovo di Roma
 
 
gianni valente (vatican insider)
 

Ibrahim Isaac Sidrak è stato eletto Patriarca di Alessandria dei copti cattolici  lo scorso gennaio. Da allora, sia in Egitto che nella Chiesa non sono certo mancati imprevisti e sorprese di ogni tipo. E entro gennaio arriva anche il referendum sulla nuova Costituzione.

Beatitudine, anche nella bozza della nuova Costituzione egiziana i princìpi della Sharia sono riproposti come “la fonte principale” della legislazione. Per voi  è un problema?

«Il riferimento ai princípi della Sharia era scontato. Quello che conta,  è l’interpretazione di quel riferimento giuridico generale. La precedente Costituzione, voluta dai Fratelli Musulmani, all’articolo 219  diceva che Legge coranica andava interpretata secondo la giurisprudenza elaborata nei primi secoli dell'Islam. Così si favorivano le interpretazioni delle scuole coraniche più rigide, vicine ai salafiti. Ora quell’articolo è caduto, e l’interpretazione dei princípi è affidata alla Corte costituzionale».

Ci sono elementi nuovi che interessano le comunità cristiane?

«Viene tutelata nel testo costituzionale la libertà di costruzione di luoghi di culto, nel rispetto dei regolamenti, e questo è un elemento di novità. Ai cristiani e gli ebrei viene di nuovo garantito il ricorso ai propri princípi canonici per regolare le questioni relative al proprio status personale e comunitario. Su questo punto, noi avevamo chiesto che tale possibilità fosse riconosciuta a tutte le comunità religiose minoritarie. Ma evidentemente non volevano concedere spazi a sciiti e alawiti».

Secondo i critici, la Costituzione sosterrà giuridicamente lo strapotere dell'esercito. È così?

«I militari egiziani non sono mercenari diretti da qualche gruppo di potere esterno. Sono figli del nostro popolo. Non puntano a governare. Adesso stanno proteggendo il cambiamento in atto, che è ancora fragile, nell’attesa di vedere se emerge una dirigenza politica all'altezza. Senza questa tutela, in questa fase delicata tutto potrebbe ripiombare nel caos».

Nel nuovo testo costituzionale c'è il divieto di istituire partiti religiosi. Una misura punitiva verso i Fratelli Musulmani?

«Le forze islamiste saranno costrette a usare un linguaggio più accorto, che eviti formule discriminatorie su base religiosa. Ma certo non spariranno per questo. Proveranno a trovare nuove strade».

Si dice comunque che nella vicenda egiziana, una certa traiettoria dell'Islam politico è giunta a esaurimento. Lei condivide questa impressione?

«I Fratelli Musulmani hanno aspettato 80 anni per arrivare al potere, e poi in un anno hanno bruciato tutto. Per tanto tempo avevano costruito una presenza capillare a livello sociale tra le fasce più povere  del popolo. Sono stati abili nel far sollevare le moltitudini, ma poi non sono stati in grado di guidarle e di governare. Avevano prevalso con il metodo democratico, perché erano gli unici bene organizzati in una fase di confusione e di vuoto politico. Ma una volta arrivati al potere, hanno dimenticato la democrazia e hanno voluto pendere in mano tutto. Il loro governo non è caduto per qualche oscuro colpo di mano. Per mandarli via sono scesi in piazza 30 milioni di egiziani. Una cosa mai vista».

Tra i cristiani egiziani, a volte certi eccessi di polemica contro i musulmani vengono soprattutto da membri delle comunità della diaspora che vivono in Occidente…

«Questi gruppi rappresentano solo se stessi, e comunque non rappresentano la posizione ufficiale della Chiesa. Mi sembra fuori luogo organizzare gruppi di pressione all’estero che poi pretendono di parlare a nome dei copti che si trovano in Egitto. Anche se a volte gli argomenti da loro esposti colpiscono nel segno. In Egitto purtroppo non siamo ancora liberi, dobbiamo riconoscerlo. Sto parlando della libertà sostanziale, vissuta, concreta».

Ma i copti, nella loro Patria, hanno ancora bisogno di “dimostrare” di non essere un corpo estraneo, una “quinta colonna” di gruppi stranieri?

«Ad agosto, quando c’è stata l’ondata di assalti alle chiese, nessun cristiano egiziano ha fatto appello a aiuti o interventi dall’esterno, e nessuno ha reagito usando toni da guerra religiosa. Insieme con il Patriarca copto ortodosso Tawadros e con i protestanti, abbiamo detto che l’attacco alle chiese era un attacco a tutto l’Egitto, non solo ai cristiani.  La nostra reazione, lontana da ogni settarismo, ha aperto gli occhi a tanti musulmani. Hanno riconosciuto che solo dei veri egiziani potevano comportarsi così.  Se avessimo reagito diversamente, in maniera settaria, i Fratelli Musulmani avrebbero potuto dire: ecco la prova, sono loro i nemici, i veri autori del complotto contro il governo Morsi».

La messa che Lei  ha concelebrato con il Papa il 9 dicembre ha avuto un significato particolare…

«Nella capella della Domus Santa Marta c'erano presenti i vescovi copti cattolici e anche un gruppo di laici venuti in pellegrinaggio dall’Egitto. Io, quando a gennaio ero stato eletto Patriarca, avevo ricevuto subito la “Ecclesiastica Communio” da Papa Benedetto XVI. Ma quell’atto di comunione, come da tradizione antica, viene concretizzato nel sacramento dell’eucaristia. Poi ci sono state le dimissioni di Benedetto, il conclave e l’elezione di Bergoglio come successore di Pietro. Papa Francesco ha confermato la sua particolare sollecitudine verso e Chiese cattoliche d’Oriente: ha voluto concelebrare di persona la messa che manifestava sacramentalmente la nostra comunione con la Chiesa di Roma. Di solito, in casi analoghi, i Papi delegavano a rappresentarli un cardinale».

Il 21 novembre voi capi delle Chiese cattoliche d’Oriente avete avuto una lunga riunione di lavoro con il Vescovo di Roma. Com’è andata?

«Per mezza giornata, il Papa ci ha ascoltato e ha parlato con noi. Era la prima volta che partecipavo a un incontro del genere. Gli altri hanno detto che stavolta non c’era nessun formalismo e si dicevano cose chiare, in piena libertà, senza troppa “diplomazia”. Non si è potuto parlare di tutto, tante cose sono rimaste fuori. Per questo si è anche proposto di formalizzare questa riunione di Patriarchi e Arcivescovi maggiori insieme con il Vescovo di Roma, facendone un organismo analogo alla commissione degli otto cardinali, il cosiddetto C8, con riunioni periodiche da convocare quando ci sono problemi concreti da affrontare in maniera operativa».

Come procedono i rapporti ecumenici con la Chiesa copta ortodossa?

«Con l’elezione del Patriarca Tawadros è iniziata una fase nuova. Ma loro continuano a ri-battezzare i copti cattolici che decidono di passare alla loro Chiesa. Tawadros  mostra disponibilità a studiare e discutere questa prassi, che per noi rappresenta una ferita e contraddice ogni discorso sull’unità dei cristiani. Ma le cose non cambiano da un giorno all’altro».

Anche Lei, come Tawadros, ha invitato Papa Francesco in Egitto.
 
«Sarebbe un avvenimento bello e importante. Mi auguro che arrivi anche l’invito ufficiale da parte del governo». 

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Lunedì 13 aprile 2015
 Vi prego di non meravigliarvi se su questa pagina - eventi in Oriente - riprendo a proporre momenti importanti e significativi nell'Oriente . E' passato tanto tempo....Per cercare di capire qualcosa del vissuto di quelle terre sarebbe necessario 'conoscere gli eventi' anche quelli non propriamente religiosi ma anche qelli politici, sociali, culturali.Per un uomo dell'occidente come me ciò che succede laggiù è quasi del tutto incomprensibile. Ci sono storie di secoli alle spalle dell'oggi di quei paesi, di quelle religioni, di quelle culture. Eppure  forse per questo rimane affascinante quel mondo che non è del tutto e tutto immerso nell'Islam. E' per questo motivo che riporto qui sotto un articolo di Vescovo Marcuzzo, ausliare del Patriarca, apparso su sito del Patriarcato cattolico. E' un evento culturale con interrogativi perfino religiosi. Chiedendo ancora scusa dei miei ritardi vi invito a leggere (e magari a fare qualche ricerca personale)   ciò che ha scritto il Vescovo cattolico Marcuzzo, vicario pr la Galilea.

Muore il grande poeta Samih al-Qassem, alunno della scuola patriarcale

Fameh,21,8.14.Funérailles de Samih al-QassemRAMEH- Il 19 agosto 2014 muore di cancro a Rameh (in Alta Galilea) un grande scrittore e poeta arabo palestinese, Samih al-Qassem, all’età di 75 anni. La sua morte ha suscitato una grande emozione in Israele e in tutto il mondo arabo.

I funerali

I funerali, celebrati a Rameh nel cortile della scuola secondaria, secondo il rito druso, sono stati un grande raduno popolare in presenza di rappresentanti arabi della politica e dell’amministrazione, della letteratura e del giornalismo, della società e dei media, insieme a tanti drusi, musulmani e leader religiosi cristiani d’Israele. Anche una delegazione di drusi dal Golan siriano hanno potuto partecipare, affiancando la bandiera siriana a quella palestinese. Circa 3.000 persone in tutto, attorno alla famiglia Qassem e ai quattro figli del defunto. Televisioni arabe – come Al-Mayadin – hanno trasmesso i funerali in diretta e cinquanta giornalisti locali e internazionali hanno coperto l’evento. Nonostante la portata della celebrazione, almeno ufficialmente, non sembravano presenti le forze dell’ordine.
I funerali si sono svolti in quattro fasi distinte: la marcia funebre nel cortile della scuola; il momento in cui le diverse delegazioni hanno porto le condoglianze; una breve preghiera; una serie di otto interventi da parte del rappresentante cittadino (Shawqi Abu-Lteif ), dei drusi (Muwaffaq Tarif), dei cristiani (il vescovo Atallah Hanna), dei musulmani (Ahmad Natour), della letteratura (Muhammad Taha), del giornalismo (Fayez Shtewi), della politica (Muhammad Barakeh) e della famiglia (Nabih al-Qassem).

Da parte cristiana erano presenti il vescovo ortodosso Atallah Hanna, concittadino del defunto, il vescovo Boutros Muallem, e il vescovo melkita Elias Shacour accompagnato da alcuni sacerdoti. Io stesso ero presente come rappresentante di Sua Beatitudine il Patriarca mons. Fouad Twal, accompagnato dal parroco di Rameh, p. Samer Haddad, da p. Faysal Hijazin, direttore delle scuole patriarcali, e da p. Elias Tabban, parroco di Jaffa di Nazareth, e direttore della scuola patriarcale di Jaffa e Reneh.

Allievo della scuola del Patriarcato latino di Rameh

La presenza del Patriarcato latino alle esequie era doppiamente motivata. Innanzitutto per l’importanza sociale e nazionale della personalità del defunto. E, naturalmente, perché da piccolo Samih ha frequentato per quattro anni, fino al 1948, la scuola elementare patriarcale di Rameh, che lui chiamava affettuosamente “Madrasat el Rahibat” (la scuola delle Sorelle). Molti ancora ricordano, con un tono molto toccante, quanto ha detto durante un incontro organizzato dalla scuola in suo onore nel 2000: «Tutta la mia gratitudine e il mio amore per questa scuola che mi ha insegnato il fascino della lingua araba e l’importanza di altre materie, ma anche e soprattutto il rispetto per ogni uomo, la bellezza delle relazioni sociali, la simpatia per la natura e la sensibilità per le virtù del cuore». Ha sempre voluto partecipare volentieri anche ad alcune occasioni solenni della “sua” scuola e della parrocchia. Non si è mai imposto, ma è sempre stato un piacere invitarlo per ascoltare la bellezza della lingua araba, il calore della sua voce e l’umanità dei suoi messaggi. È un vero onore per le scuole del Patriarcato latino di aver infuso nella mente e nel cuore di questo grande uomo e di questo grande poeta i buoni semi della conoscenza, dell’amore per la giustizia e la pace.

Impegno e vita

Samih, nato nel 1939 a Zerqa dove suo padre lavorava con gli inglesi, ha vissuto la maggior parte della sua vita a Rameh da dove era originaria la sua famiglia, della tribù dei Qarmati (Qaramitah). Ha frequentato la scuola elementare del Patriarcato latino a Rameh e il Liceo a Nazareth. È stato nominato, assai giovane, maestro di scuola primaria e poi della secondaria dove ha insegnato arabo a molte generazioni di studenti. Negli anni ’60, ha fortemente sentito il bisogno di impegnarsi politicamente per aiutare il suo popolo sofferente ed è divenuto un attivista politico e sociale del Partito comunista arabo-israeliano, senza peraltro mai condividere il materialismo marxista. Fu tra i fondatori del partito “Fronte per la pace e l’uguaglianza”. Era conosciuto a livello internazionale come «il poeta della sofferenza e della resistenza del popolo palestinese». Era contro la violenza e per la «resistenza del cuore, della mente e del comportamento», ma è stato a volte costretto al carcere o agli arresti domiciliari a causa della consistenza delle sue idee e la libertà delle sue posizioni politiche, in particolare contro l’imposizione del servizio militare ai drusi.

 Samih, poeta e giornalista

È soprattutto come scrittore e poeta che Samih al-Qassem si è distinto in Israele e in tutto il mondo arabo. Ha pubblicato più di settanta opere di prosa e di poesia, molte delle quali tradotte in diverse lingue straniere. Ha ricevuto decine di riconoscimenti letterari: palestinese, egiziano, marocchino, francese, inglese, spagnolo. Le sue opere sono di grande valore per l’autenticità della realtà che descrivono, per l’intensità dei sentimenti che condividono e la qualità del pensiero che trasmettono. Ma sono anche emozionanti, per la vena di ironia delicata e sottile, e per lo stile scorrevole, diretto e originale. Alcuni lo chiamavano il «poeta dell’ironia».

Ha mantenuto un ricco rapporto di lavoro, di amicizia o di corrispondenza letteraria con i poeti e uomini di arte araba del suo tempo: soprattutto con Nizar Qabbani, Rashed Hussein, Mahmoud Darwish, Ahmad F. Abu Bakr, Elias Karram, Emil Touma, Issam Khoury, Hanna Abu-Hanna, Jamal Qawar, Fahad Abu-Khadra, Marcel Khalifah, Ghassan Kanafani, Najib Mahfouz, Taha Muhammad Ali e molti altri, di cui divenne amico e collaboratore. Ha fondato, con loro e per loro, l’«Unione degli scrittori arabi». Molte delle sue poesie sono state anche messe in musica ed sono diventate canzoni popolari. Chi può dimenticare il Cammino a testa alta, musicato di Marcel Khalifa?

Ha lavorato molto giovane nel giornalismo e ha scritto per la rivista “Hadhal-‘Alam”. Ha scritto sul quotidiano “Al-Ittihad”, divenendone suo editore e, infine, ha trascorso gli ultimi anni della sua vita come direttore del settimanale “Kull al-Arab”. I suoi editoriali che proponevano la sua lettura dei fatti e degli eventi erano molto attesi sia dai suoi amici, sia dai suoi avversari politici, perché pieni di credibilità e autorevolezza. Se un fatto spinoso o una notizia imbarazzante accadeva, spesso la reazione popolare era: «Vedremo venerdì – il giorno dell’uscita settimanale dell’Editoriale – che cosa scriverà Samih».

Samih e la fede

Era un credente? In questi giorni i giornalisti, soprattutto stranieri, mi hanno fatto questa domanda. Potrei riassumere la mia risposta: A modo suo, sì, ma molto liberamente, e in ogni caso non era un normale praticante della sua religione drusa. “Mi piace il Corano - avrebbe detto, per esempio - che ci ha custodito la lingua araba”. Dalla bella poesia che ha scritto poco prima della sua morte – «Morte, io non ti amo, ma non ho paura di te» – si può percepire un forte sentimento religioso.

Ha nutrito soprattutto una grande fede nell’uomo, nella sua duplice dimensione di pensiero e di parola, nella sua triplice missione di giustizia, libertà e pace, e per le sue molteplici destinazioni temporali ed eterne, naturali e soprannaturali. Ha mantenuto un grande rispetto per tutte le religioni e non ricordo mai di aver letto o sentito da lui frasi anticlericali e antireligiose.

Il sig. Boutros Muallem, la cui nipote ha sposato Iman al-Qassem, il ben noto e popolare speaker della radio israeliana, nipote del defunto, ha scritto questo interessante episodio. Nel ‘70 Samih al-Qassem e il vescovo Joseph Raya avevano accettato di scrivere un libro insieme che avrebbe portato il titolo: Dio, tra un vescovo cattolico e un poeta laico. La stesura era arrivata a buon punto, ma il libro non è mai uscito. In una delle frequenti incursioni in casa del poeta ad Haifa, la polizia sottrasse tutti i manoscritti del libro, il suo, ma anche quelle del vescovo. Samih concluse: «Nessuna polizia al mondo può togliermi quello che custodisco gelosamente nel mio cuore».

Era un uomo che aveva uno stile di vita semplice e regolare, una relazione sociale rilassata e amichevole, un colloquio gioviale e piacevole. Era un uomo coerente nella penna, nelle scelte, negli atteggiamenti e nelle relazioni. Durante i funerali, vedendo questo grande raduno di partecipanti provenienti da differenti origini culturali e religiose ho pensato: Questo è lo specchio della sua vita che, anche nella morte, continua a raccogliere e unire.

«Biglietti di viaggio»

Chi vuole capire Samih al-Qassem dovrebbe “gustare” almeno una delle sue poesie. A me piace la poesia «Biglietti di viaggio», perché, nella sua brevità e semplicità, è una piccola perla sorprendente, profonda e attuale.

Biglietti di viaggio

Quando un giorno tra i giorni

Verrò ucciso,

 L’assassino mi troverà in tasca
dei Biglietti di viaggio: uno per la pace,

una per i campi e la pioggia,
un altro per la coscienza umana.
Ti prego,
O mio caro assassino,
non trascurare i biglietti – te ne prego – di viaggio.

تذاكرسفر

وعندماأقتلفييوممنالأيام
سيعثرالقاتلفيجيبي
علىتذاكرالسفر
واحدةالىالسلام
واحدةالىالحقولوالمطر
واحدةالىضمائرالبشر

ارجوكالاتهملالتذاكر
ياقاتليالعزيز
ارجوكانتسافر

Ora che abbiamo trovato i “biglietti di viaggio” nel suo patrimonio di pensiero, di vita e d’impegno, spetta a noi raccogliere questo prezioso patrimonio e di intraprendere il viaggio verso il cuore dell’uomo e il raggiungimento della pace.

Testo del vescovo G.M.Marcuzzo. Foto di K. H.

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 28 luglio 2015

New York Times: «In Medio Oriente è la fine del cristianesimo?»

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Erbil. Il pianto di una donna cristiana
(©Lapresse)

(©Lapresse) Erbil. Il pianto di una donna cristiana

Un lungo speciale nel Magazine domenicale affronta la drammatica questione. Nell’arco di un secolo (1910-2010) il numero dei cristiani in paesi come l'Egitto, Israele, Palestina e Giordania è passato dal 14 al 4 per cento della popolazione

MARIA TERESA PONTARA PEDERIVA
TRENTO

 

I cristiani in Medio Oriente stanno «male» o «meno male», dichiarava nei giorni scorsi il Patriarca latino Fouad Twal di Gerusalemme, aggiungendo però che la condizione dei palestinesi in Cisgiordania sia senza dubbio ancora migliore rispetto alle sfide affrontate dai cristiani in Siria e in Iraq, soprattutto quelli costretti ad abbandonare le loro case di fronte all’avanzata dei militanti dello Stato Islamico.

 

«Assisteremo alla fine del cristianesimo in Medio Oriente?» si chiede allora il New York Times nel suo speciale nel Magazine di domenica 26 luglio dal titolo «L’ombra della morte».

A partire dalla storia di Diyaa e Rana, due coniugi di Qaraqosh, la più grande cittadina cristiana nella piana di Ninive in Iraq - 1.500 miglia quadrate incuneate fra il territorio curdo e quello arabo, fino all’estate scorsa quasi il granaio dell’Iraq per le sue ampie coltivazioni di cereali, ma anche fiorenti allevamenti di bestiame e pollame, il centro vivace per numerosi bar e attività commerciali– il racconto affonda le radici agli inizi della fede cristiana in quella terra: sullo sfondo delle testimonianze il terrore che accompagna il dilagare delle milizie dell’ISIS, il prosciugamento dei pozzi (in zone dove le temperature raggiungono i 110°F, più di 43°C), le decapitazioni di massa, la fuga delle popolazioni verso Erbil, la capitale della zona curda, 50 miglia più a nord.

La maggior parte dei cristiani d'Iraq si definiscono assiri, caldei o siriaci, nomi diversi per indicare una comune radice etnica che si è sviluppata nei regni mesopotamici fra il Tigri e l'Eufrate migliaia di anni prima di Cristo. Secondo lo storico Eusebio il cristianesimo sarebbe arrivato là durante il I secolo, ma la tradizione vuole che Tommaso, uno degli Apostoli, avrebbe inviato Taddeo, uno dei primi convertiti dall’ebraismo, a predicare il Vangelo in Mesopotamia.

Il cristianesimo è cresciuto in pacifica coabitazione con altre tradizioni religiose, quali Giudaismo, Zoroastrismo e il monoteismo di drusi, yazidi e mandei: comunità in conflitto fra loro divise da differenze dottrinali che persistono ancora oggi. Quando le prime truppe islamiche arrivarono dalla penisola arabica nel corso del VII secolo, il passaggio al dominio islamico è avvenuto senza traumi: i cristiani d'Oriente godevano di protezione, è vero che dovevano pagare la jizya (la tassa per i non islamici), ma a loro era comunque permesso ciò che altrimenti era vietato, come mangiare carne di maiale o bere alcolici e i governanti musulmani tendevano pure ad essere più tolleranti nei confronti delle minoranze rispetto ai loro omologhi cristiani e per circa 1500 anni le diverse religioni hanno prosperato l’una a fianco dell’altra.


Cento anni fa, due fatti hanno dato avvio al più grande periodo di violenze contro i cristiani: la caduta dell'Impero ottomano e la Prima Guerra Mondiale. Il genocidio attuato dai Giovani Turchi in nome del nazionalismo (non della religione!) ha lasciato sul campo almeno due milioni di armeni, assiri e greci, perlopiù cristiani. Tra i sopravvissuti, i più istruiti sono andati verso Occidente, altri si sono stabiliti in Iraq o in Siria, protetti dai dittatori militari.
Nell’arco di un secolo (1910-2010) il numero dei cristiani in Medio Oriente, in paesi come l'Egitto, Israele, Palestina e Giordania, ha continuato a diminuire: se all’inizio i cristiani rappresentavano il 14% della popolazione, ora sono al 4%. Anche in Libano, l'unico paese della regione in cui i cristiani detengono un significativo potere, il loro numero si è ridotto nel corso dell'ultimo secolo, dal 78 al 34%. Le ragioni di un declino sono da annoverarsi nella bassa natalità, clima politicamente ostile e crisi economica, ma anche la paura fa il suo gioco e la contemporanea ascesa di gruppi estremisti o la percezione che le loro comunità stiano ormai sparendo, inducono le persone ad abbandonare la loro terra.

E’ da più di un decennio che gli estremisti hanno preso di mira cristiani e altre minoranze, spesso visti come emblema del mondo occidentale: in Iraq l'invasione americana ha spinto centinaia di migliaia di persone a fuggire. «Dal 2003, abbiamo perso preti, vescovi e più di 60 chiese sono state bombardate in Iraq», dichiara Bashar Warda, arcivescovo cattolico caldeo di Erbil. Con la caduta di Saddam Hussein i cristiani si sono ridotti a meno di 500 mila unità (nel 2003 erano più di un milione e mezzo).
La primavera araba non ha fatto che peggiorare le cose. Caduti dittatori come Mubarak in Egitto e Gheddafi in Libia, l’atavica protezione delle minoranze si è conclusa e oggi ISIS sta cercando di sradicare i cristiani e le altre minoranze capovolgendo con la forza delle armi l’antica storia della regione per legittimare la sua impresa millenaria, utilizzando i media per avvertire la popolazione.

Per la prima volta il futuro del cristianesimo nella regione è quanto mai incerto. «Per quanto tempo potremo fuggire prima che noi e altre minoranze diventeremo solo un capitolo all’interno di un libro di storia?», dice Nuri Kino, giornalista e fondatore di un gruppo di pressione per la richiesta di azione da parte dell’Occidente. Secondo uno studio Pew, i cristiani sono ora di fronte alla persecuzione religiosa più che in qualsiasi altro momento della storia. «L’ISIS ha solo acceso i riflettori su un problema di sopravvivenza», dice Anna Eshoo, parlamentare democratica della California, i cui genitori provenivano da quella regione e attivamente impegnata per la difesa dei cristiani d'Oriente.

Dall’inizio della guerra civile scoppiata in Siria nel 2011, Assad ha permesso ai cristiani di lasciare il paese: quasi un terzo dei cristiani, circa 600 mila, non hanno avuto altra scelta se non quella di fuggire.

Emblematica la vicenda di Bassam: suo fratello Yussef si è trasferito a Chicago due anni fa, non ha ancora un lavoro, ma la moglie è impiegata da Walmart e potrebbero aiutarlo. «Cosa potrei fare qui? Ho quattro figli, non posso lasciarli a morire».

Questa primavera il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito per affrontare la situazione delle minoranze religiose in Iraq. «Se prestiamo attenzione ai diritti delle minoranze solo dopo che è iniziato il drammatico genocidio, abbiamo fallito in partenza» dichiarava Zeid Ra'ad al-Hussein, alto commissario per i diritti umani.

E’ stato quasi impossibile, afferma il NYT, per due presidenti degli Stati Uniti - Bush, evangelico conservatore, e Obama, liberale progressista - affrontare esplicitamente la difficile situazione dei cristiani per timore dello scontro di civiltà. «Una delle ombre dell’amministrazione Bush è stata l'incapacità di cimentarsi con questo problema, diretta conseguenza dell'invasione», dice Timothy Shah, direttore del Freedom Project della Georgetown University.

Più di recente, la Casa Bianca è stata criticata per rifuggire quasi lo stesso termine «cristiano»: quando quest’inverno  l’ISIS ha massacrato i copti egiziani in Libia, il Dipartimento di Stato ha fatto riferimento alle vittime semplicemente come «cittadini egiziani». Daniel Philpott, docente di scienze politiche all'Università di Notre Dame: «Quando si tace sul fatto che l’ISIS abbia motivazioni religiose né che prenda di mira minoranze religiose, la prudenza dell' attuale amministrazione sembra eccessiva».

Anche se l’ISIS fosse sconfitto, il destino delle minoranze religiose in Siria e in Iraq rimarrebbe desolante: «Abitiamo qui come gruppo etnico da 6000 anni e come cristiani da 1700 anni - dice Srood Maqdasy, membro del Parlamento curdo - abbiamo la nostra cultura, la lingua e la tradizione. Se vivessimo all'interno di altre comunità, tutto questo scomparirebbe nel giro di due generazioni».

La soluzione pratica, secondo alcuni, sarebbe quella di costituire un rifugio sicuro sulla piana di Ninive, magari gestito dall’UNHCR come soluzione permanente, ipotizza Nuri Kino o una soluzione tipo no-fly zone, anche se è tutto da verificare il sostegno internazionale.

 

Per altri la convivenza tra fedi diverse è finita: «Non c’è più il tempo di aspettare le soluzioni», afferma padre Emanuel Youkhana, alla guida di Christian Aid Program a nord dell'Iraq. L'Iraq è un matrimonio forzato tra sunniti, sciiti, curdi e cristiani, e non è riuscito e io, come sacerdote, preferisco il divorzio».