Un video che presenta 'La Custodia di Terra santa'

Da San Francesco ad oggi

Il perchè di questa pagina

Finora ho cercato di seguire le vicende della Chiesa di Terra Santa, la Chiesa latina che è retta dal Patriarca Sua Beatitudine Fouad Twal. E la ragione forse la conoscete (comunque basta cercarla in questo stesso sito). Ma in Terra santa da secoli, a partire da San Francesco c'è un'altra gloriosa presenza che ha 'custodito' i luoghi dove Gesù è vissuto e dove si è svolta la storia della salvezza. Mi pare sia giunto il momento di accogliere la loro straordinaria testimonianza in questo mio sito.Alcune notizie per la verità pubblicate finora in questo sito provenono dai loro siti davvero ben fatti, tempestivi e completi, sicuri e chiari. Ma ora è  buona cosa seguire le vicende cristiane in Terra Santa usando anche di questa preziosa presenza dei francescani ai quali voglio rendere grazie. Per conoscere meglio questa eccezionale storia può essere utile visionare il video che ho 'pescato' nel loro sito. Comunque chi desidera essere vicino al loro lavoro basta che apra il loro sito: Custodia Terrae Sanctae.it

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 Venerdì 20 maggio

Oggi è stata data notizia della nomina del  nuovo Custode di Terra santa dopo il lungo impegno /12 anni) di Padre Pizzaballa nel suo ministero nella terra di Gesù. Ne ha dato notizia  anche il sito del Patriarcato latino che riporto.

Padre Francesco Patton, o.f.m.: un nuovo Custode per la Terra Santa

ROMA/GERUSALEMME –È stata comunicata oggi, venerdì 20 maggio 2016, la notizia della nomina, per decreto della Santa Sede, del nuovo Custode di Terra Santa, Padre Francesco Patton, o.f.m..

Padre Francesco Patton o.f.m sostituisce Padre Pierbattista Pizzaballa che è stato Custode di Terra Santa dal 2004.

Il Patriarca Latino, S. B. Mons. Fouad Twal, in una lettera inviata oggi a Padre Francesco Patton ha formulato al nuovo Custode i migliori auguri, anche a nome di tutto il Clero diocesano e gli ha assicurato, oltre al sostegno nella preghiera, “tutta la collaborazione” necessaria da parte del Patriarcato.

Il Custode di Terra Santa è Ministro (cioè superiore) Provinciale dei Francescani di quasi tutto il Medio Oriente. La sua Provincia comprende infatti Israele, Palestina, Giordania, Libano, parte dell’Egitto, Cipro e Rodi. Dato il suo ruolo, è membro di diritto dell’Assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa.

Uno dei compiti principali del Custode, oltre a quello di superiore dei Frati Minori della Provincia di Terra Santa, è quello di dirigere e coordinare l’accoglienza dei Pellegrini e di vegliare, insieme alla Chiesa locale, sulle “Pietre viventi” della Regione: i Cristiani nativi del posto. Una responsabilità affidatagli dalla Santa Sede più di 600 anni fa.

Fr. Francesco Patton, nato a Vigo Meano, nella diocesi di Trento, il 23 dicembre 1963, appartiene alla Provincia “S. Antonio dei Frati Minori” dell’Italia del Nord. Oltre all’italiano, parla inglese e spagnolo.
Ha emesso la prima professione religiosa il 7 settembre 1983 e quella solenne il 4 ottobre 1986. Ha ricevuto l’ordinazione presbiterale il 26 maggio 1989. Nel 1993 ha conseguito la licenza in Scienze della comunicazione presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma.

Ha svolto diversi servizi all’interno della sua Provincia di origine e all’interno dell’Ordine. È stato due volte Segretario generale del Capitolo generale OFM (2003 e 2009), Visitatore generale (2003), Ministro provinciale della Provincia “S. Vigilio” di Trento (2008-2016), Presidente della Conferenza dei Ministri provinciali d’Italia e Albania.

Numerosi gli incarichi fuori dell’Ordine: Membro del Consiglio Presbiterale Diocesano e della Segreteria dello stesso Consiglio Pastorale Diocesano dell’Arcidiocesi di Trento; Docente di scienze della comunicazione sociale presso lo Studio Teologico Accademico Tridentino; Collaboratore del Settimanale Diocesano, della radio Diocesana e di Telepace Trento; iscritto all’albo dei giornalisti del Trentino – Alto Adige come pubblicista dal 1991.

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Fra Pierbattista Pizzaballa confermato Custode di Terra Santa

 

 

 

Oggi, è stata annunciata la conferma di Frà Pierbattista Pizzaballa come Custode di Terra Santa per i prossimi tre anni

Fra Pierbattista Pizzaballa Nato a Cologno al Serio, in diocesi e provincia di Bergamo, il 21 aprile 1965, ha intrapreso il percorso di formazione tra i frati della Provincia francescana dell’Emilia Romagna, a cui giuridicamente ancora appartiene. E’ sacerdote dal 15 settembre 1990 ed è entrato a servizio effettivo della Custodia di Terra Santa nel 1999. Dopo il primo ciclo di studi filosofico-teologici ha conseguito il baccellierato in Teologia il 19 giugno 1990 presso il Pontificio Ateneo Antonianum di Roma. Ha compiuto gli studi di specializzazione presso lo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, ottenendo la licenza in Teologia Biblica il 21 giugno 1993 e successivamente ha conseguito il Master presso l’Università ebraica di Gerusalemme. Ha svolto il compito di docente di ebraico moderno alla Facoltà francescana di Scienze Bibliche e Archeologiche di Gerusalemme e nell’ambito della comunità del Patriarcato Latino di Gerusalemme ha lavorato nella Pastorale per i fedeli di espressione ebraica.

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Navigando nei miei lavori su il computer mi sono imbattuto quasi per caso su una testimonianza personale di Pa dre Pizzaballa tenuta al Meeting di Rimi. La notizia è del marzo 2012! Ma credo sia interessante per conoscere meglio il Custodi Terra Santa.

GESU' NELLA MIA VITA. TESTIMONIANZE 

Riportiamo alcuni passaggi significativi dell’intervento del Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa, al Meeting di Rimini (24 agosto 2011) e relativi alla sua testimonianza di dialogo con gli ebrei

ESPERIENZA REALE DI CRISTO

“Capii allora concretamente cosa significasse la parola “testimonianza”, la sua fatica ed il suo fascino. E mi resi conto che la testimonianza diventa vera e vissuta, quando si fa un sincero sforzo di comunicarla. Non c’è esperienza senza testimonianza. Non c’è testimonianza che rimanga chiusa a se stessa”Inizialmente, nei miei primi anni a Gerusalemme, il mio contatto con le realtà non cattoliche e non cristiane si limitava ad un semplice incrociarsi per strada con ebrei, musulmani, cristiani di altre denominazioni, alla presa di coscienza delle diverse tradizioni che, in un modo o nell’altro, influivano sulla vita dell’antica città. Non ci furono incontri personali particolari, a parte i soliti episodi più o meno simpatici, di cui tutti gli abitanti di Gerusalemme hanno esperienza: chi ti benedice, chi ti maledice, chi ti sputa addosso, chi ti ferma per parlarti… Tutto sommato la mia vita trascorreva tranquilla dentro i conventi. Non ebbi, insomma, particolari occasioni di “dialogo”, come diciamo oggi. Stavo e vivevo dentro il mondo che da sempre era stato mio: cristiano, cattolico, religioso. Avevo le mie domande, mi davo le mie risposte.

   Le cose cambiarono quando fui inviato a studiare all’università ebraica di Gerusalemme. Quella fu la prima vera esposizione, il primo vero contatto con una realtà a me totalmente diversa ed estranea. Studiavo Bibbia e mi trovavo perciò nel Dipartimento di Bibbia dell’Università, dove erano tutti religiosi, chi più e chi meno. In quel periodo ero l’unico cristiano in tutto il Dipartimento. Dopo le prime inevitabili difficoltà, nacquero vere amicizie. Nelle relazioni e nelle lunghissime discussioni che facevamo mi resi conto che non avevamo un linguaggio comune. Non mi riferisco alla lingua parlata, ma al modo di pensare, ai concetti. Nel parlare della mia fede – perché era quasi e solo esclusivamente di questo che si parlava con me – non riuscivo a far passare praticamente nulla e non perché non avevo le parole, ma perché eravamo di due mondi diversi: eucarestia, trinità, incarnazione, perdono, famiglia, vita sociale, ecc. Lo stesso concetto di messianicità, che io credevo fosse assodato, è assai diverso, come è completamente diversa la lettura della storia. L’Antico Testamento, che sempre diciamo ci accomuna, in realtà viene letto e vissuto in maniera diversa e non ci unisce poi così tanto.

   Poco alla volta capii che più che la mia riflessione su Cristo, a loro interessava la mia esperienza di Cristo. La mia riflessione non parlava, non diceva niente, la mia esperienza sì.

   I miei compagni erano per lo più coloni, provenienti cioè dai cosiddetti insediamenti, occupati da Israele, o comunque legati a quel mondo. La loro esperienza di fede e la lettura della Bibbia li aveva portati a scelte forti, anche discutibili. Qual’era la mia? Non c’era alcuna sfida od ostilità nel loro atteggiamento, ma semplice e sincera curiosità. Di fronte alla quale ero inizialmente piuttosto impacciato. Già: qual’era la mia esperienza di Cristo e come parlarne in maniera comprensibile e credibile? Fino ad allora ero sempre vissuto in ambiente cristiano ed ecclesiale e il mio modo di essere rifletteva quel mondo. Ma era anche evidente che insieme allo sforzo di comunicazione andava fatto anche uno sforzo di purificazione delle proprie motivazioni. Capii allora concretamente cosa significasse la parola “testimonianza”, la sua fatica ed il suo fascino. E mi resi conto che la testimonianza diventa vera e vissuta, quando si fa un sincero sforzo di comunicarla. Non c’è esperienza senza testimonianza. Non c’è testimonianza che rimanga chiusa a se stessa.

   Quel periodo segnò per me una sorta di rifondazione della mia vocazione. Il contatto – se volete il dialogo – con il mondo ebraico mi aveva spinto a rileggere la mia esperienza, a confrontarla con quella di altre persone, a condividerla in qualche modo in maniera che prima non conoscevo. Parlavo di Cristo a persone che non lo accettavano come Signore. Eppure questo non solo non ci divideva, ma anzi rafforzava il nostro legame. Non potrò mai dimenticare la lettura continua del Nuovo Testamento, che facevamo insieme nei pomeriggi o nelle sere. Alcuni venivano anche da lontano per non perdere quegli incontri. E non ero io a spingere per incontrarsi. Io piuttosto li subivo, almeno inizialmente. Quasi ad ogni pagina mi veniva chiesto: “cosa vuol dire, cosa ti dice, perché…” e mi trovavano sempre un parallelo concettuale nella letteratura rabbinica, e poi ascoltavo le loro impressioni, mi commuovevo alla loro commozione. Quando qualche volta mi permettevo amicalmente di fare qualche battuta un po’ critica su questioni di chiesa, forse anche inconsciamente come captatio benevolentiae, li imbarazzavo. Loro amavano Israele. Io dovevo amare la chiesa. Le mie questioni interne non le dovevo discutere con loro. La testimonianza non era più solo un mio comandamento, ma una loro necessità. Mi veniva in un certo senso ‘imposta’ dalla loro amicizia.

   È dunque sul terreno del reale che ho incontrato i miei amici. E ho anche scoperto che l’amicizia è quell’esperienza che ti riporta al reale, a ciò che sei, che ti costringe semplicemente ad essere te stesso. Quest’esperienza di incontro con persone radicalmente diverse, seguito poi da altri incontri di diverso genere, ma di uguale intensità, ha trasformato il mio rapporto con Gesù. Da allora non sono cambiate le cose da fare, ma il mio rapportarsi ad esse. Quegli incontri mi hanno provocato a prendere in maniera del tutto nuova una decisione personale in relazione a Gesù. In questo senso posso dire che grazie a quegli amici, ho incontrato in maniera nuova e più intima Gesù.

    Come incontro oggi Cristo? Non sempre sono pronto all’incontro. Ma so quali sono i miei punti fermi: la Parola e la preghiera, il Luogo e le persone. Insieme. Il rapporto con il Luogo richiama continuamente all’Evento di cui le Scritture ci parlano, rendendolo una memoria vicina, concreta. La relazione con le persone ti costringe a certificare la verità della tua esperienza. Le relazioni in Terra Santa sono terribilmente ferite. Ma proprio stando li dentro, dentro quelle relazioni, trovi la quotidiana provocazione al rapporto con Cristo e tutto allora diventa concreto, difficile, eppure necessario: perdono, gratuità, libertà, carità, moderazione, pazienza, accoglienza… diventano una necessità. Negarti a quegli atteggiamenti, sarebbe un negarsi a Lui.

    In conclusione, come Francescani di Terra Santa, noi facciamo più o meno quello che fanno tutti gli altri: preghiamo, studiamo,  insegniamo, facciamo scavi, custodiamo i luoghi, accogliamo gente, costruiamo case, lavoriamo, facciamo affari, vendiamo e compriamo …. Ma il senso di ciò che facciamo non è in ciò che facciamo, ma nella possibilità che ne viene di amare la vita dell’uomo, sapendo appunto che ogni vita è possibilità della Presenza di Dio. È sacramento di un incontro. Il fine non è il prodotto, ma è la relazione, l’incontro: è il Vangelo della presenza, è lo stare lì, essere lì. Dall’incontro con questa terra riceviamo la grazia del dovere di un’esperienza reale di Cristo, perché qui le parole non bastano. O forse perché qui le parole sono troppe, e nessuno ci crede più. Ciò che resta, invece, è l’esperienza concreta di un andare fino in fondo alla propria umanità, al di là dell’apparenza, in un non facile cammino di verità. Quindi facciamo più o meno quello che fanno tutti gli altri, e non siamo né migliori, né peggiori di tutti gli altri. Abbiamo solo questa certezza, che il Signore continua a camminare dentro la storia dell’uomo, che rimane una storia faticosa, ma abitata e perdonata. E quindi preziosa.

   Ci stiamo con il gusto di chi vuole portare in tutto ciò che fa la novità unica della nostra fede, che è la salvezza, e una salvezza personale, che tocca ogni uomo, in particolare. Ci stiamo, perciò, tenendo la porta aperta, come aperta era la casa di Pietro che ha accolto il Signore Gesù. Apriamo a Dio la porta del reale, e cioè diamo a Dio ciò che spesso l’uomo non ha il coraggio di dargli, e cioè il proprio dolore, il proprio peccato, il proprio bisogno di salvezza. E con la tenacia e la speranza di chi vuole vedere il compimento di questa salvezza, vuole vedere l’alba di Cafarnao anche lì dove sembrerebbe ancora notte”.

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Una ricerca sul Gesù Storico

Lo studio del custode di Terra Santa, Padre Pizzaballa

 

L’archeologia ci parla del Gesù storico

 

L’Archeologia ci parla del Gesù storico

 

 

Contributo al Convegno ISSR 2009 «Alla riscoperta del Gesù storico» (Brescia 8/10/2009)

 

1) Il dato archeologico come fonte storica

 

La ricerca del Gesù storico, è giustificata e guidata da un evento fondamentale, che è anche il fondamento stesso della fede cristiana. Questo evento storico, l’incarnazione del Figlio di Dio, si situa nel tempo e nello spazio per mezzo di due coordinate che corrispondono alla storia ed alla geografia di una piccola regione del Medio Oriente, durante gli anni del primo imperatore romano Ottaviano Augusto. Questa regione, lunga, «da Dan a Bersabea» (Gdc 20,1) poco più di 240 Km e larga poco più di 120 Km, corrisponde a quella che i romani chiamavano Syria Palestina. La Palestina storica (con qualche puntatina in Fenicia, nella Decapoli, in Trangiordania e in Egitto), costituisce dunque lo scenario entro il quale, circa due millenni or sono, visse ed insegnò un ebreo di nome Gesù da Nazareth.

 

La ricerca «di» Gesù è indissolubilmente abbinata alla ricerca «su» Gesù. «Su» e «di» Gesù di Nazaret, ci parlano primariamente gli scritti canonici, redatti subito a ridosso degli eventi, cristallizzando la memoria di alcuni testimoni oculari. Intorno a Lui ruotano le frammentarie testimonianze apocrife, riflesso della ricerca e degli orientamenti dottrinali delle prime comunità cristiane sorte, fino al IV secolo d.C., in ambienti culturali così differenti e talvolta contrapposti: i giudeo-cristiani di Palestina, gli ebioniti della Siria, i nazarei sulle rive del Giordano, i mandei iracheni, gli elcasaiti di Arabia, i marcionisti del Ponto, i basilidiani egiziani e tutti gli esponenti dello gnosticismo. Accennano a Lui e ai primi seguaci poche altre fonti antiche extracristiane (Svetonio, Vita Caludii XXIII, 4; Vita Neronis XVI, 2, Tacito, Annales, XV, 44, Flavio Giuseppe, Antiquitates Iudaicae XX, 200). Ma c’è un documento privilegiato, unico, che annulla la mediazione del tempo intercorso tra noi e l’uomo Gesù, proiettandoci direttamente nel suo spazio: il reperto storico, il dato archeologico.

 

Certo, in quanto dato scientifico, con un suo intrinseco valore documentale, il dato archeologico è soggetto ad una esegesi, ad una interpretazione storiografica, ad una mediazione culturale, talora inficiata dalle categorie o precomprensioni degli studiosi che se ne occupano, ma rimane pur sempre una fonte, un dato, un documento, a disposizione di ogni possibile tentativo di ricostruire, attraverso di esso, il personaggio storico Gesù di Nazareth e il suo ambiente vitale; anzi, per essere più precisi, “nel” suo ambiente vitale oggettivo.

 

L’Archeologia, intesa come scienza storica, ebbe proprio in Terra Santa, durante il governo mandatario Britannico una delle prime palestre dove essa affinò la sua metodologia. Da allora si sono succedute a ritmo costante le scoperte piccole o clamorose, occasionali o sistematiche che, in qualche modo hanno apportato un tassello, una tessera in più per la ricomposizione dell’affascinante mosaico sul rabbino itinerante di nome Yeshua – questo il suo nome in lingua semitica – nato nella «città di Davide» a Betlemme di Giudea e vissuto in un villaggio marginale della Galilea chiamato Natzereth. Segni e documenti materiali del passaggio di questo predicatore continuano a venire alla luce, ad esempio, sulle coste del Lago di Tiberiade, il Mare di Galilea, come un po’ pomposamente lo chiamano i vangeli. Dal fango delle sue coste sono riemersi i resti lignei di una barca e ancore litiche, pietre da attracco, moli, pesi per le reti, strumenti che rimandano all’attività dei pescatori del tempo, il mestiere dei suoi primi seguaci. Le strade, i tracciati da lui percorsi, ad esempio nella valle del Giordano, ci sono noti, ed alcuni sono ancora in uso, come la salita di Maale’ Adumim. È anche possibile ricostruire i suoi spostamenti nella Gerusalemme erodiana del tempo: da Betania scendendo il monte detto degli Ulivi, l’attraversamento del torrente Cedron sul ponte, l’entrata nelle mura urbiche con le sue differenti cinte, le piscine di Bethesda presso la porta delle pecore e la grande piscina di Siloe, a oriente del tempio. L’imponente mole in conci di pietra rosata del tempio di Erode il Grande, in quei giorni ancora in via di ultimazione, con le botteghe dei cambiavalute, i quartieri con le abitazioni dei sadducei, nella città alta. E ancora, i luoghi dei suoi ultimi giorni: il giardino del Getsemani, la Fortezza Antonia sul fianco Nord del Tempio, il Palazzo di Erode con le sue torri inglobate nelle mura orientali, il Gologota all’esterno del circuito murario, l’adiacente antica zona di cave estinte adibita a sepolcreto, dove fu eseguita la condanna e gli fu data sepoltura.

 

La continua scoperta di nuovi elementi – qui un condotto fognario, lì un ramo dell’acquedotto, poco oltre una strada a gradini, i resti di un palazzo, un ossario graffito in un’area cimiteriale – delineano con sempre maggiore nitidezza il «plastico», l’assetto topografico, della città di Gerusalemme.

 

Vi sono poi scoperte che hanno propiziato in maniera determinante nell’ultimo mezzo secolo la ricerca sul contesto storico-religioso del ministero di Gesù: l’ambiente giudaico del I secolo. È indubbio, in tale senso, il progresso e lo stimolo apportato alla conoscenza delle fonti antiche giudaiche ed ellenistiche – che costituiscono l’ambiente storico-culturale del Nuovo Testamento – dalla pubblicazione dei rotoli del Mar Morto o dei papiri di Nag Hammadi, due biblioteche miracolosamente preservatisi per il clima secco dell’ambiente desertico.

 

Oggetti di uso comune, ceramica da cucina, vasi di pietra per le abluzioni, lucerne e lucernieri, semplici unguentari di terracotta, aryballoi di vetro trasparente, preziosi alabastra per i profumi, macine biconiche di basalto per la macinatura del grano, mole e frantoi oleari… pavimenti di pietra delle case, le soglie monolitiche, i tetti di legno e fango, i forni per il pane giornaliero, vengono portati alla luce nelle campagne archeologiche di quest’area di Levante.

 

La massa di tasselli a disposizione per ricomporre il puzzle è impressionante. Negli ultimi anni, specie in ambito accademico americano, vi sono stati diversi tentativi di sistematizzazione e di utilizzo del dato archeologico come fonte di comprensione. <!--[endif]-->

 

2) L’impiego dell’archeologia nelle tappe della ricerca del Gesù storico

 

Un esauriente excursus sull’utilizzo dell’archeologia nelle tappe dalla ricerca sul Gesù storico è stato recentemente offerto da Sean Freyne, al quale qui mi rifaccio brevemente (cfr. Sean Freyne, “Archaeology and Hystorical Jesus”, in J. Charlesworth, ed., Jesus and Archaeology, Cambridge 2006).

 

Quando si pose la questione liberale del Gesù storico (Old Quest 1778-1906), l’esplorazione archeologica della Palestina era solo all’inizio. Viaggiatori, ricercatori e topografi gettavano le basi per la toponomastica e per la localizzazione dei siti biblici dell’Antico e Nuovo Testamento e nel 1865, da un gruppo di biblisti e sacerdoti, fu costituito il Palestine Exploration Fund (PEF), allo scopo di investigare l’archeologia, la geografia, gli usi e costumi, la cultura, la geologia e la storia naturale della Terra Santa. (Il PEF era connesso all’Ufficio britannico della Reale Ingegneria e tra i suoi più eminenti studiosi annoverò: C. Warren, O. Kitchner, T.I. Lawrence, K. Kenyon, A. Stanley. Ampie relazioni furono pubblicate nel monumentale PEF Quaterly Statement). Nessuno degli autori protagonisti della Old Quest, pur avendo avuto il merito di approfondire lo studio critico delle fonti documentarie, rivolse attenzione né al contesto storico, né alle fonti archeologiche, sebbene, alcuni come Ernest Renan (E. Renan, Vie de Jésus, 1863), si riferirono romanticamente al paesaggio della Terra Santa come ad un «quinto vangelo». L’approccio demitologizzante di Rudolf Bultmann (Jesus, München-Hamburg 1926; 19652) e seguaci, non ammettendo continuità tra il Gesù della storia e il Cristo del kérygma, tralasciarono deliberatamente ogni interesse per la cultura materiale e sociale di Gesù e dei primi cristiani. Durante la fase intermedia della ricerca, talora denominata No Quest (1921-1953), solo due studiosi, i tedeschi Albrecht Alt (+1956) e Joachim Jeremias (1900-1979), entrambi residenti in Palestina, avevano rivolto l’attenzione alla geografia fisica e umana della Terra Santa, inserendosi appieno nella via maestra tracciata da Gustav Dalman (1855-1941) con i suoi sette volumi de Arbeit und Sitte in Palästina (Lavoro e costumi della Palestina). I loro approcci al NT, pionieristicamente attenti all’ambiente, al milieu palestinese, intesi come chiavi interpretative per la comprensione dei detti e delle parabole di Gesù, non ebbero sufficiente seguito.

 

La prospettiva migliorò nel 1953 con con la celebre conferenza di Marburgo di Ernst Käseman che, di fatto, inaugurò la New Quest(1953-1985) della ricerca. Con la sua affermazione sulla necessità di mantenere la natura storica dell’annuncio, Käseman, nella dinamica della risposta di fede, rivendicò la convergenza essenziale tra la proclamazione «su» Gesù e la proclamazione «di» Gesù, cioè, in altri termini, la continuità tra il kérygma e i fatti storici della vita di Gesù.

 

Stabilendo il criterio di «originalità» o «differenza», in base al quale la tradizione «di» Gesù, (nel più ampio ambito delle tradizioni «su» Gesù), è da considerarsi autentica quando «non sia riconducibile al giudaismo o ascrivibile al cristianesimo antico», introduceva la possibilità per l’archeologia del giudaismo del secondo tempio e per l’archeologia paleocristiana di essere chiamate in causa.

 

I tempi per un coinvolgimento dell’archeologia nel dibattito, non erano, tuttavia ancora maturi e non lo saranno neanche agli inizi degli anni ’80 col sorgere della terza corrente della ricerca (Third Quest), definita «un vero e propro rinascimento» degli studi su Gesù (M.J. Borg, «A Rainassance in Jesus Studies», in Theology Today, 45(1988), 280-292). A fronte delle numerose pubblicazioni dei reports preliminari o delle relazioni finali sui singoli scavi archeologici nella regione, di siti anche direttamente connessi con la vita e l’attività di Gesù, mancavano gli studi organici di elaborazione e interpretazione dei dati. La grande mole di materiale pubblicato, con gli innumerevoli repertori numismatici, epigrafici stratigrafici, ceramici, architettonici, iconografici, ecc., rimaneva di volta in volta isolata perché circoscritta nell’ambito specialistico degli addetti ai lavori e spesso distaccata dal contesto generale. Senza un approccio sistematico più articolato e globale, che organizzasse tali informazioni entro una griglia storica o sociale, tutta la messe complessa dei dati emersi dagli scavi, rimaneva purtroppo preclusa alla maggioranza dei biblisti che non avrebbero potuto servirsene. Alcuni solitari tentativi, in tal senso furono intrapresi, per esempio 1978 da Eric e Carol Meyers con James Stange nella pubblicazione del survey sull’Alta Galilea e il Golan, seguito nel 1981 da Archaeology, the Rabbis & Early Christianity dove si intavolava una discussione con storici del Giudaismo antico e del Cristianesimo antico, senza peraltro ottenere immediata risonanza. Qualche anno prima dal 1972 al 1975 si pubblicavano i risultati monografici delle prime fortunate campagne di scavo a Cafarnao, coronate con la scoperta della tradizionale casa di Simon Pietro, a cura dei professori Virgilio C. Corbo e Stanislao Loffreda, Emanuele Testa e August Spijkerman che presentavano gli edifici, la ceramica, i graffiti e le monete del villaggio. Ma, anche in questo caso, attenzione e energie furono assorbite dagli scavi, che saranno in corso fino agli anni novanta (per poi essere ripresi nel 2000), e dallo studio dei materiali, impedendo un’ auspicata opera di sintesi.

 

All’interno della Third Quest, gli studi, invece che hanno avuto indubbie ripercussioni per la loro influenza sull’approccio al Gesù storico, furono, tra gli altri, quelli di E. P. Sanders (Jesus and Judaism 1985) e Geza Vermes (Jesus the Jew. A Historian’s Reeading of the Gospels, London, 1973; Jesus and the World of Judaism, London 1983), che invitavano a guardare al mondo del Giudaismo del I secolo, nel quale Gesù poteva essere indagato e compreso.

 

La ricerca, com’è noto, fu alimentata dal provocatorio Jesus Seminar fondato da Robert Funk e John Dominic Crossan, dagli inizi degli anni ’80, i cui risultati furono pubblicati in Forum (dal 1985 al 1994). Anche in questi studi, tuttavia, principalmente concentrati sulle considerazioni letterarie delle tradizioni orali, come è stato rilevato dalla critica, l’archeologia non è affatto considerata tra i metodi della ricerca del Gesù storico, sebbene, nei suoi ultimi lavori, lo stesso J. D. Crossan si riferisca all’archeologia della Galilea nel periodo romano antico (J.D. Crossan, The Birth of Christianity: Discovering What Happened in Years Immediately after the Execution of Jesus, New York 1998).

 

La Galilea, difatti, intesa come il contesto privilegiato nel quale si colloca il Gesù storico, viene nevralgicamente a trovarsi al centro delle indagini, tanto dell’archeologia quanto delle discipline sociologiche. Uno sguardo ai titoli di maggior successo lo conferma facilmente.

 

Sulla scorta dei sociologi G.I. Lensky e J. Kautsky, che, in periodi diversi, si sono occupati delle stratificazioni sociali nell’impero rurale e delle lotte di classe nella prospettiva della sociologia storica (G.I. Lensky, Power and Privilege, A Teory of Social Stratification, New York 1966; J. Kautsky, The Politics of Aristocratic Empire, Chapel Hill 1982), diversi autori della Third Quest hanno organizzato i dati storici e archeologici a disposizione all’interno di uno schema socio-economico. Tra coloro che usano il modello Lensky-Kautsky, oltre a J.D. Crossan (The Historical Jesus. The Life of a Mediterranean, Edinburgh 1991) va citato R. Horsley (R. Horsley, Archaeology, History and Society in Galilee. The social Context of Jesus and the Rabbis, 1996; Galilee: History, Politics, People 1995, tradotto in taliano con Galilea. Storia, politica, popolazione, Brescia, 2006). I risultati raggiunti da Crossan e Horsley, sono molto importanti ma evidenziano l’insufficienza di un metodo nel quale il modello adottato finisce per prevalere sul dato; come osserva Freyne: Crossan e Horsley «non prestano sufficiente attenzione a quei dati che potrebbero contraddire le loro posizioni (…) [tali posizioni] sembrerebbero quindi predeterminate sulla base della scelta del modello da adottare». D’altra parte, come sostiene Horsley, è vero anche il contrario, che gli archeologi della Galilea sono generalmente privi di un solido background antropologico e socio-economico, quindi le loro ricostruzioni si rivelano anacronistiche e preconcette.

 

Insomma, il dibattito è attualmente in corso, e verte ancora sul metodo più idoneo con il quale fare uso delle evidenze materiali offerte dall’archeologia nella ricostruzione del Gesù storico; un tentativo in questo senso può essere considerato quello di Thomas E. Levy, con il suo emblematico The Archaeology of Society in the Holy Land (London 1995). Gli archeologi dunque si stanno addentrando nel terreno delle scienze sociali. Mentre i biblisti cominciano a utilizzare i dati offerti dall’archeologia. Ad esempio un parziale uso dei dati archeologici si registra nei tre volumi del fondamentale studio di John P. Meier (Meier J.P., Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico: I. Le radici del problema e della persona, Brescia 2001 (orig. 1991); 2. Mentore, messaggio e miracoli, 2002 (orig. 1994); 3. Compagni e antagonisti, 2003 (orig. 2001).), il quale scrive testualemente: «Negli anni ‘90, la terza ricerca ha tentato di essere più sofisticata nella sua metodologia, più autocosciente e più auto­critica nell’affrontare le precomprensioni e gli orientamenti di un dato autore, e più determinata a scrivere storia, invece di una teologia o cristologia nascoste. La terza ricerca beneficia delle recenti scoperte archeologiche, di una migliore conoscenza della lingua aramaica e del contesto culturale della Palestina del I secolo e di una concezione variegata del giudaismo (o giudaismi) intorno al trapasso delle epoche, nonché di nuove intuizioni offerte dall’analisi sociologica e dalla teoria letteraria moderna». (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico. 2: Mentore, messaggio e miracoli, 7-8).

 

I migliori tentativi in questo campo sono stati quelli di James Charlesworth del Princeton Theological Seminar («Research on the Historical Jesus Today: Jesus and the Pseudepigrapha, the Dead Sea Scrolls, the Nag Hammadi Codices, Josephus, and Archaeology», in PSB 6(1985), 95-115; «The Jesus of History and Archaeology of Palestine», in Jesus within Judaism: New Light from Exciting Archaeological Discoveries, ABRL 1, New York-London 1988, 103-130; «Archaeology, Jesus and Christian Faith», in J.H. Charlesworth, ed., What Has Archaeology to Do with Faith?, Philadelphia 1992, 1-22) e naturalmente quelli dello stesso Sean Freyne (Jesus, a Jewish Galilean, London 2004, in italiano Gesù ebreo di Galilea. Una rilettura del Gesù storico, Cinisello Balsamo 2006), che applicano ai dati i modelli, i metodi e le teorie delle scienze sociali.

 

Costoro hanno a ragione sottolineato che gli storici del «Gesù nel contesto ebraico» non possono non tenere in considerazione le evidenze archeologiche allo stesso modo che le evidenze letterarie.

 

Grande successo hanno riscosso le due conferenze internazionali di studi sulla Galilea nel 1989 e nel 1996 che hanno riunito insieme archeologi, storici dell’antichità e studiosi di letteratura (L. Levine ed., The Galilee in Late Antiquity, New York, 1992; E. Meyers ed., Galilee through the Centuries: Confluence of Culture, Winona Lake 1999).

 

Un ulteriore momento di svolta nella ricerca può essere considerato il seminario sull’archeologia del NT e il Gesù storico di Chicago del 1994 (Society for Biblical Literature Seminar Papers, Atlanta 1994).

 

Il convegno ha evidenziato come l’attuale ricerca sul Gesù storico sia guidata dall’approccio «laico nordamericano piuttosto che da quello religioso tedesco», dove politica, economia e lotta di classe, il contesto economico e sociale del giudaismo e dell’ellenismo del I secolo, vengono considerati più importanti della religione per la valutazione di Gesù e del suo messaggio (Freyne, 68). Al convegno fu inoltre proposto un metodo, alternativo a quello di Horsley e Crossan, definito dall’autrice Marinane Sawicki, «Archeologia della mentalità galilaica» che implica le tre tappe di analisi, analogia e ipotesi. Mentre il dibattito contemporaneo è concentrato sui tre aspetti riguardanti le culture, le classi e i generi, sono comparse le opere di Jonathan Reed, Archaeology and the Galilaen Jesus: a Re-examination of the Evidence, Harrisburg 2000; J. D. Crossan e J. Reed, Excavating Jesus: Beneath the Stones, Behind the Texts, New York 2001 e Mark A. Chancey, Greco-roman Culture and the Galilee of Jesus, Cambridge 2005, tutti, naturalmente, riguardanti la Galilea. Ad essi è da aggiungere D. Flusser, The Sage from Galilee, 2007.

 

3) Le principali scoperte archeologiche per la comprensione del Gesù storico

 

Nel 2006 è stato pubblicato il volume Jesus & Archaeology, che in oltre settecento pagine, raccoglie saggi di eminenti studiosi impegnati nel vivo della ricerca.

 

Nella sua introduzione il curatore James H. Charlesworth («Jesus Research and Archaeology: A New Perspective», pp. 11-63), che per altro è l’editore dei Rotoli del Mar Morto, cerca nuovamente di rispondere alla questione su «quanto e in quali modi l’archeologia possa essere importante nella ricerca di Gesù» (p. 11).

 

Ripropone così una sorta di classifica di sette evidenze archeologiche, considerate fondamentali per la comprensione del Gesù storico (J.H. Charlesworth, Jesus within Judaism: New Light from Exciting Archaeological Discoveries, ABRL 1, New York-London 1988).

 

Alla settima posizione egli pone l’identificazione delle sinagoghe che datano prima del 70 d.C., che comprendono quelle di Gerico, di Gamla, e quelle di Masada e dell’Erodion, entrambe rinnovate dagli zeloti durante la I rivolta giudaica antiromana. L’esistenza di edifici sinagogali, prima della distruzione del tempio, era messa in discussione. Ad esse occorre aggiungere l’edificio sinagogale venuto alla luce pochi mesi fa a Magdala e datato agli inizi del I sec. d.C. e il primo edificio romano antico scoperto sotto la sinagoga bizantina di Cafarnao. Il sommario di Mc: «Andava predicando nelle loro sinagohe» (Mc 1,39) e la descrizione della liturgia sinagogale di Luca (Lc 4,14-30) acquistano significativi ambienti di comprensione.

 

Alla sesta posizione si collocano le mura e le porte della Gerusalemme erodiana, che aiutano a comprendere la topografia della città santa, a localizzare chiaramente il Golgota, e a valutare l’estensione della popolazione di Gerusalemme, quantificabile tra da 25.000 (J. Jeremias, Jerusalem in the Time of Jesus, 31; 83-84), 35.000 (J. Wilkinson, «Jerusalem its water system an population» in PAQ 106 (1974), 33-51), e 40.000 (M.Broshi, “Extimating the Population of Ancient Jerusalem”, BAR 4 (1978), 10-15), comunque meno della cifra di 120.000 abitanti, riportata da Flavio Giuseppe.

 

Alla quinta posizione è da collocare il monte del Tempio di Gerusalemme, raso al suolo dalle truppe di Tito nel 70 d.C. ma che, al tempo di Gesù era in via di ultimazione con le sue monumentali «belle pietre» (Mc 13,1). Gli archeologi ne hanno scoperto gli ingressi con la porta duplice e triplice a sud. Hanno riportato alla luce, così come sono stati distrutti dai romani, i monumentali resti ad ovest che comprendono una strada pavimentata affiancata dai negozi e le fondazioni di due archi, uno detto di Robinson che supportava una scalinata rampante dalla strada, e un altro a campata più larga, quello di Wilson, che collegava direttamente il monte del tempio alla città alta. Si conosce la disposizione del «portico detto di Salomone» ed ora anche altre vie gradinate che vi salivano da Est, cioè dalla piscina di Siloe. Conoscendo l’articolazione architettonica del tempio risulta facile immaginare in esso gli spostamenti di Gesù ed anche collocare alcuni episodi del vangelo, come la cacciata dei venditori (Gv 2,15).

 

Alla quarta posizione troviamo la piscina di Bethesda (oggi il santuario di S. Anna), dove in epoca erodiana (e poi adrianea, nel II sec. d.C.) aveva sede un santuario di Asclepio, il dio della medicina, con un culto, attestato da alcune sculture, iscrizioni ed oggetti votivi, che permette di dare una veste di plausibilità all’episodio del paralitico di Gv 5,1-18 ambientato alla «piscina probatica».

 

Alla terza à si colloca il Pretorio che, essendo il luogo dove sedeva a giudicare il Governatore, viene collocato dagli studiosi o presso la fortezza Antonia, allo spigolo Nord-Ovest della spianata del Tempio, oppure (secondo i più) all’interno del palazzo di Erode con una spiazzo lastricato con grosse pietre, il lithostroton, e un posto elevato, gabbatha (Gv 19,13), che potrebbe corrispondere ad una torre.

 

Alla seconda posizione si trovano i resti umani, raccolti in un ossario di pietra che riporta inciso il nome di Yohanan ben Hagkol, scoperto in una grotta a nord di Gerusalemme. Si tratta di reperti ossei preziosi perché illustrano la tecnica della crocifissione usata dai romani del I secolo che, almeno in questo caso, prevedeva la legatura delle mani alla trave orizzontale e l’inchiodatura dei piedi con un unico chiodo di ferro e un tassello di legno. Le gambe risultano spezzate, una di netto, mentre l’altra ha le ossa frantumate.

 

Alla prima posizione, la più significativa, è la prova che Gesù sia stato crocifisso sulla roccia del Golgota che ora si trova all’interno del S. Sepolcro, sulla quale c’è consenso tra gli archeologi. «Negli ultimi cinquanta anni gli archeologi hanno scavato, dentro, sotto e vicino al S. Sepolcro e sono state trovate tombe tagliate nella roccia e databili a prima del 70 d.C. Di un certo interesse il ritrovamento di una iscrizione latina, Domine Ivimus, che accompagna l’immagine di una nave oneraria, con l’albero maggiore abbassato. L’immagine graffita a carbone fu trovata negli anni Settanta del Novecento sotto la cappella Armena, in una zona coperta dalle fabbriche costantiniane e ad esse anteriore. Dagli studiosi viene oggi interpretata come un ricordo lasciato presso il Golgota, da un pellegrino “romano” o latino, che ringrazia per il buon esito del viaggio: «Signore, siamo arrivati», del resto il testo latino richiama l’incipit del Salmo 122, che è il cantico classico del pellegrinaggio a Gerusalemme.

 

L’articolo di Charlesworth è anche l’occasione per un aggiornamento della lista (pp. 49-55) che, dovrebbe ormai comprendere anche altri soggetti, di estremo interesse per la ricerca di Gesù, come alcuni nuovi ritrovamenti di installazioni rurali a Nazareth, i resti del villaggio di Kirbeth Cana, le costruzioni tardo-ellenistiche e antico-romane di Et-Tell, dagli scavatori ritenuti i resti di Bethsaida Julia, il reperto ligneo della barca del Kinnereth, il magnifico porto di Cesarea Marittima, la Tomba di Erode all’Herodion, e i resti del teatro e soprattutto lo scavo della magnifica piscina di Siloe a Gerusalemme.

 

Infine Charlesworth ricorda i tre punti cruciali del dibattito sul Gesù storico che, «in ordine di importanza sono: l’identificazione della casa di Pietro a Cafarnao, l’iscrizione di Theodotus relativa ad una sinagoga di Gerusalemme e la datazione del teatro di Sefforis» (p. 49).

 

4) Il contributo degli archeologi francescani alla ricerca del Geù storico

 

Gli studiosi dello Studium Biblicum Franciscanum, che oggi è Facoltà di Scienze Bibliche e Archeologia di Gerusalemme, si sono occupati di archeologia del NT già dai primi anni del 1900, per la necessità di far precedere ad ogni ricostruzione o restauro dei santuari che la Custodia di Terra Santa ha in cura, una precisa indagine archeologica.

 

Le ricerche degli archeologi francescani hanno interessato i luoghi più significativi della storia terrena di Gesù. I nomi di questi siti sono immediatamente evocativi per il lettore del vangelo, lo storico di antichità cristiane e lo studioso della Bibbia. Tra i protagonisti di questa ricerca, bisogna ricordare gli studiosi:

 

­ – Gaudenzio Orfali, che ha scavato le basiliche del Getsemani (1919-1920) e la sinagoga di Cafarnao (1921-1925);

 

– Prosper Viaud che ha condotto ricerche presso la chiesa crociata di Sant’Anna a Sefforis (1908) e nell’area della basilica di Nazareth (1890-1910);

 

– Silvester Saller, che ha diretto i primi scavi al Memoriale di Mosé sul Monte Nebo e alla città di Nebo in Giordania (1933-1937), e poi presso i resti paleocristiani di Betania con la tomba di Lazzaro (1949) e presso il santuario di San Giovanni ad ‘Ain Karem (1941-1942).

 

– Bellarmino Bagatti, anch’egli impegnato negli scavi del Nebo (1933-1937), ma soprattutto a Nazaret, dove ha scoperto le antichissime testimonianza di culto cristiano presso la Grotta dell’Annunciazione (1956-1970), a Tabgha, dove ha individuato la cappella delle Beatitudini descritta da Egeria (1935), ad ‘Ain Karem, patria di Giovanni Battista, dove ha studiato il santuario della Visitazione di Maria ad Elisabetta (1937); inoltre, si è occupato della Tomba della Vergine nella valle del Cedron a Gerusalemme (1972), di Emmaus Qubeibeh (1940-1944), dell’area del Cenacolo di Gerusalemme (1980), e delle Grotte di san Girolamo sotto la basilica della Natività di Betlemme (1948; 1963-1964).

 

– Virgilio Canio Corbo, che ha condotto numerose indagini archeologiche di diversi monasteri del deserto di Giuda (1951-1952), ha lavorato sul Monte Nebo (1963), ha diretto scavi alla fortezza erodiana di Macheronte, dove Antipa decapitò il Battista (1978-1982), alla reggia fortezza dell’Herodium presso Betlemme (1962-1967), alla Grotta degli Apostoli al Getsemani (1956), ai resti dell’Ascensione sul Monte degli Ulivi (1959-1963), nella città romana di Magdala (1971-1977) e soprattutto all’interno del Santo Sepolcro (1961-1982) e al villaggio di Cafarnao (1968-1986), dove ha scoperto la casa di Simon Pietro.

 

– Stanislao Loffreda che ha condotto scavi a Tabgha (1968) e a Cana di Galilea (1969), ed ha affiancato V. Corbo per le campagne di Macheronte, Magdala e soprattutto di Cafarnao, dove ha anche diretto i recenti scavi tra il 2000 e il 2004;

 

– Eugenio Alliata, che ha condotto scavi con Bagatti al Cenacolo, a Nazareth e a Betlemme; ha lavorato in Giordania sul Monte Nebo, nei monasteri della Valle, a Madaba, ad Umm er-Rasas (1976-2000) e ha diretto gli scavi di Cana di Galilea (1999).

 

– Michele Piccirillo, di recente prematuramente scomparso (2008), indubbiamente il più noto tra gli archeologi dello Studium Biblicum, che si è principalmente occupato degli scavi in Transgiordania (dal 1973 al 2008): Macheronte (1978-1982), Monte Nebo (dal 1973), Madaba (1982), Umm er-Rasas (dal 1986), studiando i mosaici di tutta la regione, compresa la Carta Musiva di Madaba, dei quali è considerato esperto mondiale. M. Piccirillo è stato un fecondo divulgatore, ma anche direttore scientifico di importanti mostre e membro di diverse accademie scientifiche in tutto il mondo. Si deve a lui la scoperta di «Betania oltre il Giordano» (Gv 1,28), nel wadi Kharrar, il luogo dove Gesù fu battezzato dal Battista.

 

­Sono attualmente impegnati nel campo archeologico Carmelo Pappalardo sul Monte Nebo e ad Umm er-Rasas e Stefano De Luca a Magdala e a Cafarnao.

 

I risultati di ognuno degli scavi ora citati, sono pubblicati in Liber Annuus, la rivista annuale dello SBF, e nelle collane monografiche: Collectio Maior e Collectio Minor, dove anche vengono pubblicati gli studi a carattere biblico.

 

 

 

5) Focal points: Nazareth Cafarnao e Magdala

 

Per soffermarci nel ristretto ambito dell’archeologia nella Galilea, che, da quanto visto sopra, rappresenta il contesto privilegiato della ricerca contemporanea sul Gesù storico, vorrei brevemente richiamare i principali risultati degli scavi condotti dalla CTS a Nazareth, a Cafarnao ed a Magdala, in relazione al Gesù storico.

 

Nazaret. Quasi tutti gli scavi nel sottosuolo dei santuari di epoca crociata (XI-XIII), hanno dimostrato che questi edifici, spesso magnifici, sorsero sul luogo esatto di precedenti chiese bizantine (IV-VI sec.). Ciò è stato visto per il Santo Sepolcro, per il Getsemani, per i due santuari di ‘Ain Karem, in parte per il Cenacolo e per Betlemme, eccetera, ed è chiaramente riscontrabile anche a Nazareth. In base a questo fenomeno, (generalmente valido fino ad oggi), gli esperti parlano di «luoghi di culto a continuità di vita».

 

A Nazareth, poi, al disotto, dei mosaici bizantini del V sec, sono state rintracciate attestazioni di culto più antiche, cioè alcuni resti murari e ottantadue elementi architettonici. Queste pietre da taglio, comprendenti basi e rocchi di colonne, conci ed imposte di arco, per la loro forma rimandano agli edifici sinagogali del II-III secolo. Sull’intonaco di alcuni di essi, B. Bagatti identificò graffiti alcuni simboli ed iscrizioni in greco, tracciati dai primi pellegrini cristiani. Tra i disegni, figurano, croci, barche e un personaggio portacroce (forse il Battista). Tra le scritte vi sono nomi propri, preghiere, e la celebre invocazione Ch[aire] Maria, considerata la più antica attestazione epigrafica di culto mariano. Nella successione di questi edifici, medievale, bizantino e romano, i costruttori ebbero sempre cura di comprendere nel piano architettonico anche una grotta scavata nella roccia tenera naturale del posto.

 

Questa grotta, che è venerata come luogo dell’Annunciazione (Lc 1,26-38), è quanto resta di una abitazione antica all’interno di un modesto villaggio. Di questo villaggio, alle spalle della grotta venerata, l’archeologo ha potuto riportare alla luce altre abitazioni, con forni, canali e cisterne per l’acqua, vasche per il bagno, silos e depositi per lo stoccaggio dei prodotti agricoli, anelli per legare gli animali e pressoi per il vino e l’olio, assieme a molto materiale di uso comune, come vetri, pentole, bicchieri e vasi di ceramica che indicano il periodo in cui esso era abitato, cioè tra il I e il II sec. Si tratta, dunque, di un pezzo di vita quotidiana che ci riconduce direttamente indietro al tempo di Gesù, nel villaggio dove egli visse (Nazareth) e presso il luogo da sempre venerato nel ricordo di sua madre Maria.

 

Spetta adesso alla nuova archeologia sociale, analizzare questi dati di scavo, che immediatamente rimandano ad una vita rurale, agricola, piuttosto modesta, collegandosi ad altre discipline e alle nuove informazioni ricavate da altri scavi nel comprensorio, per poter tracciare un quadro sociale, quanto più esaustivo possibile, della Nazareth del Nazareno.

 

Nel percorso a ritroso nel tempo, mi sembra importante evidenziare un aspetto significativo. Quando l’archeologo si trova dinanzi ad edifici sacri, egli sa che le loro pietre sono il prodotto o l’espressione di un impegno comunitario, di coloro, cioè, che le hanno cavate, trasportate, lavorate, assemblate, decorate, restaurate, ecc. Una chiesa paleocristiana, pertanto, prima ancora che essere un santuario memoriale di un avvenimento o di una presenza, è così segno visibile e straordinario della fede delle comunità cristiane locali che l’hanno costruita. In altri termini anche se l’archeologo in Terra Santa scava un monumento, egli finisce per incontrare delle persone. Anzi, talora, è proprio la «mediazione ecclesiale» di queste persone, il loro impegno per tramandare con un edificio la memoria di un avvenimento della vita di Gesù, la garanzia sull’autenticità di un posto. Va da se che la storicità di un luogo dipende dalla quantità, dalla successione ininterrotta e dalla antichità delle attestazioni ecclesiali e non ecclesiali, monumentali o letterarie che lo riguardano.

 

Il principio si chiarirà ulteriormente esaminando il caso di Cafarnao, ma vorrei ancora notare che qualcosa di simile avviene per la interpretazione dei testi evangelici da parte degli esegeti: non sempre per loro è facile distinguere tra la mediazione ecclesiale e il Gesù storico, tra il messaggio su Gesù (kerygma) e il messaggio di Gesù (ipsissima verba); ma, di nuovo, la mediazione ecclesiale rappresenta una preziosa garanzia di autenticità.

 

 

 

Cafarnao. Considerando il ruolo che Cafarnao riveste nei racconti su Gesù dei vangeli, e considerando che è il sito sul lago di Galilea più estensivamente indagato (dal 1905 al presente), si comprende come gli scavi del villaggio siano determinanti nella ricostruzione del Gesù storico, del suo messaggio e delle sue azioni.

 

«Lasciata Nazaret», dice Matteo «Gesù venne ad abitare a Cafarnao… sulla via del mare» (4,12.15) che divenne così «la sua città» (Mt 9,1). Il transito per il villaggio della Via Maris, l’antica arteria che collegava l’Egitto a Damasco, giustifica la presenza in loco di una stazione di dogana (Mt 9,9; Mc 2,14; Lc 5,27) e di un distaccamento di soldati guidati da un centurione (Mt 8,5ss; Gv 4,46; Mt 8,5ss), il quale anche avrebbe costruito la sinagoga (Lc 7,5), officiata dall’arcisinagogo Giairo (Mc 5,21-24.34-43; Mt 9,18-19.23-26; Lc 8,40-42.49-56) e nella quale Gesù era solito insegnare (Mc 1,21-22; Mt 7,28; Lc 4,31-32; Gv 6, 22-33.48-59) e talvolta guarire (Mc 1,23; Lc 4,33-37). Un edificio sinagogale in basalto del periodo romano antico, è stato scoperto con il lavoro degli archeologi V. Corbo e S. Loffreda, al disotto del pavimento di una monumentale sinagoga bizantina in pietra bianca (V-VI secolo d.C.), di cui restano centinaia di elementi architettonici.

 

Moltissimi reperti ritornati alla luce, rimandano alla vita quotidiana del villaggio, i cui abitanti erano dediti all’agricoltura, come indicano i numerosi utensili di basalto per macinare il grano (Mc 2,23; Mt 12,1; Lc 6,1), per frangere le olive o per pigiare l’uva. Altri, come i fratelli Andrea e Simone (poi detto Pietro), e i figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni (Mt 4,18-22; Mc 1,16-20), «erano pescatori». I cinque ora ricordati vennero «chiamati» da Gesù mentre si trovavano sulle barche di loro proprietà che gestivano in società di pesca con dei dipendenti (Lc 5,1-11; Gv 21,1-11). Resti di un molo e di diversi attracchi sono stati individuati sulla costa che, fino ad oggi, è la più pescosa di tutto il Lago, specie di notte (cfr. Lc 5,5), per le sorgenti di acqua calda che vi si riversano da et-Tabgha, «la sorgente Cafarnao», come riporta Flavio Giuseppe.

 

Dagli scavi del villaggio sono finora emersi dodici complessi di case raggruppate in piccoli quartieri delimitati da strade. Le case, per più famiglie dello stesso clan, sono organizzate con diverse stanze di abitazione, anche intercomunicanti (cfr. parabola dell’amico inopportuno di Lc 11,1-13) disposte attorno ad un cortile centrale scoperto, che solitamente è pavimentato in acciottolato di pietra (cfr. parabola della donna che ha perduto la monetina Lc 15,8-10) ed ospita le scale in muratura per salire sui terrazzi. Il tetto a terrazza serviva a differenti scopi: per dormire nelle serate calde, per far asciugare le reti, per essiccare al sole i pesci o i frutti locali, come i datteri di palma, ed era costruito con tronchi e foglie impastate con fango pressato. Una tale tipologia costruttiva si rivela importante, ad esempio, per comprendere l’episodio del paralitico, portato a spalla da quattro barellieri sul tetto tramite le scale del cortile, e di qui, da una apertura praticata nell’incannicciato, calato col lettuccio, alla presenza di Gesù nella casa di Pietro (Mc 2,3-12; Lc 5,17-26). Gesù era ospite stabile della casa che Pietro condivideva con la suocera e con Andrea (Mc 1,29-31). Di sera, dice il vangelo «gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta» (Mc 1,32-34; Mt 8,16-17; Lc 4,40-41). E continua: «Al mattino si alzò quando era ancora buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove e per i villaggi vicini perché io predichi anche là… E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe.» (Mc 1,35-39). Ritornato a Cafarnao dopo alcuni giorni «si seppe che era in casa» (Mc 2,1). «In casa», senz’altra specificazione. La casa di Pietro e Andrea, è notoriamente per i suoi contemporanei – come gli esattori per la tassa del Tempio (Mc 17,24-27) – la residenza pubblica di Gesù, il suo «quartier generale», il centro di irradiazione del suo ministero in Galilea. In questa casa Gesù, vive, guarisce, insegna (Mc 3,20), ed istruisce i discepoli (Mc 4,10-11), come quella volta che lo raggiunse da Nazareth una delegazione di parenti con Maria (Mc 3,31-35).

 

L’archeologia ha identificato questa casa? Come? Nelle descrizioni dei pellegrini medievali (e prima bizantini), il ricordo della casa di Pietro risulta tramandato da una chiesa. Ad esempio l’Anonimo viaggiatore che da Piacenza raggiunse la Terra Santa nel 570, ricorda: «venimmo a Cafarnao, nella casa del Beato Pietro, che attualmente è una basilica». Nel 1968 Corbo e Loffreda intuirono che l’edificio mosaicato a ottagoni concentrici, di cui scopersero l’abside ad est, con all’interno un battistero, potesse essere la «basilica» visitata dal Piacentino. Rimossi così i bei mosaici del V sec. con che ricoprivano l’ottagono centrale (con la raffigurazione di un pavone nell’emblema), misero in luce, al disotto delle fondazioni, un sala quadrangolare inframezzata da un arco mediano, di circa sei metri di lato. Questa sala, pur danneggiata dalle costruzioni successive, mostrava chiari segni di venerazione. Il suo intonaco parietale, sui tre strati sovrapposti, recava, infatti, resti di decorazione a pittura policroma con motivi principalmente floreali e geometrici. Su di essi, sorprendentemente, si potevano ancora leggere i graffiti di alcuni simboli (come la barca e la croce) e centinaia di iscrizioni, in lingua greca, aramaica, siriaca orientale e forse anche latina. Dal tenore delle scritte, prevalentemente preghiere o invocazioni liturgiche rivolte a Cristo, appariva chiaro, che il luogo, era stato un santuario cristiano, intensamente frequentato da pellegrini giunti da differenti regioni nel III-IV secolo. Una di loro, Egeria, visitata Cafarnao tra il 381 e il 384, annotava nel suo diario di viaggio: «A Cafarnao, poi la casa del principe degli apostoli [leggi Pietro] fu trasformata in chiesa [ma] le sue pareti [originali] sono ancora oggi in piedi. Qui il Signore curò il paralitico». La testimonianza di Egeria è preziosa perché precisa di quale tipo di santuario si tratti, cioè di una domus-ecclesia, una casa-chiesa. Dice inoltre che, nonostante la trasformazione, l’abitazione appartenuta a Pietro, conservava ancora in piedi i suoi muri originali. Precisa infine che in questa casa va ambientato l’episodio della guarigione del paralitico, identificandola così come la casa del vangelo.

 

L’allargamento dello scavo poté chiarire con certezza, che quella vista da Egeria nel IV secolo, fu solo l’ultima di una serie di trasformazioni che interessarono la stanza venerata. Ad esempio il pavimento venne rifatto in battuto di calce, poi anche pitturato, per ben sei volte, a partire dai primi anni del II secolo d.C., come attestano i materiali rinvenuti tra uno strato e l’altro.

 

Oltre alla sala venerata, il santuario comprendeva anche un poderoso muro di cinta (II secolo) che lo separava dal resto del villaggio, e un corridoio con vestibolo di accesso.

 

Nonostante queste trasformazioni, però, si sono fortunatamente conservate le strutture murarie più antiche (I sec. a.C. – I sec. d.C.): la sala venerata, in effetti, proprio come diceva Egeria, con i muri a secco preservati in alzato per oltre un metro e sessanta centimentri, risulta essere solo una delle stanze di abitazione all’interno di una più ampia casa polifamiliare, sviluppata attorno ad un cortile centrale a forma di «elle» di cui restano oltre ai pavimenti di pietra, anche la soglia monolitica di ingresso. Dalle fonti ebraiche (Mishna) del II secolo siamo informati della presenza a Cafarnao di una comunità di minim, cioè eretici rispetto all’ebraismo ortodosso. È molto probabilmente a questa comunità di giudeo-cristiani residenti nel villaggio che si deve l’iniziativa di aver tramandato mediante un santuario (II sec.), poi trasformato in domus-ecclesia (III-IV sec.), ed infine in basilica a pianta centrale ottagona (V sec.), il ricordo della casa di Pietro (I sec.). Ancora una volta, come si è visto brevemente, l’autenticità o storicità di un luogo (evangelico, in questo caso) è assicurata dalle attestazioni ininterrotte del culto, manifestato sia dalla successione degli edifici sacri che dai segni di venerazione e dalle memorie lasciate dai pellegrini, svelate da un approfondito e complesso lavoro di indagine storico/archeologica. “Raramente nella storia dell’archeologia in Terra Santa i riferimenti letterari ad un luogo sono stati così supportati dalle prove archeologiche, come nel Caso di Cafarnao. Ciò è particolarmente vero per i racconti dei primi pellegrini riguardo alla casa di Pietro” (J.C.H. Laughlin “The identification of the site”, in V. Tzaferis et alii, Excavations at Capernaum Vol.1, Winona Lake 1989, p.198).

 

Magdala.Vorrei brevemente concludere ricordando il nostro presente impegno per la città ellenistico-romana di Magdala, il cui scavo si sta rivelando importante per la comprensione dell’ambiente economico e sociale del Gesù storico e dei suoi seguaci. Stefano De Luca ha ripreso l’indagine archeologica del sito (2007-in corso) già oggetto delle campagne archeologiche di V. Corbo e S. Loffreda (1971-1976). Il progetto, voluto dalla Custodia di Terra Santa, mira a rendere agibili i monumentali resti della città natale di Maria Maddalena, comprendenti tra l’altro: una grande piazza a quadriportico affacciata sul Cardo Maximus e la torre idrica con i piloni di un acquedotto su di esso successivamente impostati, una villa urbana mosaicata, un completo complesso termale, assi viari secondari ortogonali al principale (decumani), un sofisticato sistema idrico e il monastero fortificato bizantino che rappresenta l’ultima fase insediativa accertata (V sec.). Con lo scavo e la conseguente riqualificazione del sito, si spera inoltre di poter preservare l’area archeologica dai progetti edilizi previsti nella zona da un piano regolatore sconsiderato. Magdala, tra l’altro, fu teatro delle drammatiche vicende della Prima Rivolta, culminate con la presa della città da parte di Tito e Vespasiano nel 67 d.C., minutamente descritte da Flavio Giuseppe (Guerra III, 462-505) che capeggiava la resistenza.

 

Il nuovo scavo del Magdala Project nel 2007 si è concentrato nel settore occidentale e ha esposto ricchi quartieri abitativi in stato di crollo, organizzati in maniera molto regolare attorno ad un decumanus. Questo decumanus lastricato, e il Cardo largo oltre 10 metri, costituiscono il tratto urbico della già citata Via Maris, che Gesù e i suoi seguaci dovettero percorrere nei loro spostamenti da e per Cafarnao. Lo studio preliminare dei ritrovamenti sembra indicare che la distruzione della città sia stata causata dal terremoto del 363 d.C. che, a quanto pare, ne avrebbe segnato l’abbandono. I livelli più antichi, con resti di abitazioni, risalgono alla fondazione della città, cioè all’epoca asmonea (II-I secolo a.C).

 

Nella campagna archeologica del 2008 è stata approfondita l’indagine delle terme, mettendo in luce alcune piscine a gradini che hanno restituito ricchi corredi di oggetti sia di uso comune, sia tipici dell’uso termale. Ciò che si va delineando è il quadro di una polis ricca e con intense relazioni commerciali, certamente favorite dalla posizione del suo porto. Infatti, presso la piazza a quadriportico sono stati scoperti importanti resti di strutture portuali con le fondazioni di una torre a casematte, una muratura asmonea a bozze prominenti, rampe per le barche, gradini, un bacino a “elle” intonacato e sei blocchi da ormeggio con foro passante in situ. Si tratta del più grande complesso portuale di epoca romana ad oggi individuato sulle coste del Lago di Galilea.

 

 

 

 

 

 

 

Il Custode di Terra Santa

Padre Pizzaballa è stato confermato Custode di Terra Santa da Papa Francesco, il 30 giugno scorso. Buon lavoro.....