INTRODUZIONE ALLA PAGINA

Dovevo accorgermi subito e invece ho atteso: dovevo cioè seguire fin dal principio  i fatti tdi una guerra 'civile' segnata da un fondamentalismo  religioso  esasperato e intollerante che si svolge sotto i nostri occhi indifferenti in Siria, un paese che ho visitato più volte e che ho ammirato non solo per i reperti archeologi documenti di una lunga storia anche cristiana ma anche per aver conosciuto e stimato persone squisite...In uno dei viaggi la guida che ci ha accompagnato soleva dirci che non c'è paese al mondo che abbia un passato così  stupendo come la 'sua Siria'.

Ora però cercherò di recuperare il tempo perduto. Ho raccolto infatti molte notizie che poossono darci l'idea di ciò che stanno vivendo e soffrendo i siriani. Mi sarà perdonato se 'pesco' dai vari siti perchè ho sempre pensato che solo testimonianze dirette sono sincere. Le notizie dei quotidiani o i commenti dei settimanali non possono avere la stessa autorevolezza di queste testimonianze sul campo anche se non giungeranno mai ad interessare un qualsiasi pur importante  quootidiano del mondo. Per ora offro alcune notizie in ordine  sparso. Poi cercherò di dire il mio pensiero e soprattutto di raccontare quanto sento dentro di me davanti alla distruzione in atto di uno splendido paese.

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12 ottobre 2014

Portare l'amore e l'unità: una testimonianza sull'impegno dei cristiani rimasti in Siria

Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, ha proposto al Consiglio di sicurezza la creazione di una "missione comune" dell'Onu e dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche per eliminare l'arsenale chimico siriano. Una missione avrebbe una base operativa a Damasco e un'altra arretrata d'appoggio a Cipro. Intanto sul terreno continuano le violenze: l'aviazione governativa ha bombardato le forze dei ribelli che nella provincia nord-occidentale di Idlib hanno lanciato un'offensiva per catturare due basi militari strategiche. Sulla condizione economico–sociale che si vive oggi nel Paese, Adriana Masotti ha raccolto la testimonianza di Giovanna, un’italiana in questi giorni a Roma, ma che da anni abita in Siria:

R. - In Siria, la vita continua a essere terribilmente difficile per tutti: per la paura, per lo stress e la povertà che comincia a toccare larghissime fasce della popolazione. I prezzi sono alle stelle, la gente pensa solo a garantirsi il cibo perché tutto il resto è diventato superfluo. In questi ultimi giorni, per esempio, in certe zone di Aleppo una bombola di gas ha raggiunto il presso di 18 mila lire siriane che corrispondono a un buon stipendio mensile e la rabta, il pacchetto di otto pezzi del buon pane arabo, adesso sfiora le 800 lire, mentre l’anno scorso lo si trovava a 45. Le scuole hanno riaperto da poco, ma un quaderno che prima costava 100 lire, adesso ne costa 600. L’insicurezza nel Paese è sovrana: in tante località o quartieri delle città si convive con il rischio, e quando si esce di casa ci si chiede: “Rientreremo?”. Poi per quanto riguarda i rapporti tra la gente, in questi due anni e mezzo di conflitto ho visto il dialogo diventare sempre più difficile e a volte diventare impossibile; ho visto calpestata la cultura di convivenza pacifica dei siriani anche se la gente, in tante parte del Paese, continua a voler vivere insieme. Bisogna poi dire che l’odio tra sunniti e alawiti diventa sempre più reale. A livello di popolo con l’inizio delle violenze, è poi cominciata a serpeggiare tra i cristiani la paura anche per l’entrata nel Paese di gruppi armati terroristici dichiaratamente ostili ai cristiani, i quali possono essere uccisi solo perché portano questo nome.

D. - E infatti in tanti hanno lasciato il Paese. Ma tanti altri hanno deciso di restare. Che cosa li ha spinti a rimanere?

R. - Hanno scoperto che è bene restare nel proprio Paese perché hanno preso coscienza di avere un ruolo come il lievito nella massa. Noi ci sentiamo con tanti alla scuola di Gesù, che ci ripete: “Ama! Amate! Restate uniti! Perdonate!”. E allora, ed è quasi un miracolo che ci stupisce, viviamo per così dire fuori di noi, per gli altri, non pensiamo che ad amare, ad aiutare con azioni concrete: c’è chi ha perso la casa, il lavoro. Continuiamo soprattutto a disarmarci di fronte ai risentimenti, alla rabbia che si può provare nel cuore. E questo ci fa restare in una certa “normalità”.

D. - Anche lei, anche se appunto di origini straniere, ha deciso di restare in Siria. Qual è l'esperienza che sta vivendo in questi anni?

R. - Direi che è una forte esperienza di Vangelo. Di fronte all'assurdità della guerra e alle domande che la morte e la distruzione suscitano, la risposta non è mai scontata: ogni volta devo pescarla in fondo al cuore, alla mente, dove risuona ben chiaro quel grido di Gesù: "Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?". E, a volte, riesco solo a ripetere: "Nelle tue mani, Padre, affido il mio spirito!". Un giorno, dopo l'ennesimo attentato mi sono chiesta se la mia vita non avesse forse più senso in un altro posto. Mi ha sorpreso la forza e la chiarezza della risposta che mi sono trovata dentro: "No! Perchè tu vivi per amare e qui o là è la stessa cosa!". Ed è questo che mi convince a continuare, insieme agli altri, a restare in Siria.

D. - Come per ogni guerra, è difficile da fuori conoscere la verità di quanto sta accadendo a livello politico. Ci può aiutare a fare un po’ di chiarezza?

R. - Io non mi sento all’altezza di fare un’analisi politica, però posso testimoniare che la crisi ha colto impreparata la stragrande maggioranza dei siriani. Di fronte al vacillare della sicurezza e della pace c’era chi voleva che questa sicurezza e questa pace rimanessero a tutti i costi. C’era chi invece in nome della libertà, delle riforme, o anche di altri interessi era pronto a metterle in gioco. Dall’inizio delle manifestazioni di protesta, gran parte della popolazione era con il presidente, poiché vedeva in lui la persona capace di procedere sulla via delle riforme e di evitare al Paese di cadere nell’anarchia. C’era poi una parte della popolazione che subito ha dichiarato la mancanza di fiducia nel regime, ma ha mantenuto il desiderio che la Siria rimanesse unita. Invece, purtroppo, poche settimane dopo l’inizio delle prime manifestazioni, abbiamo visto che forze di provenienza - anche lontana - si sono infiltrate nel Paese per dividere e frazionare il tessuto sociale che fino ad allora si appoggiava sulla laicità e armi e soldi sono stati distribuiti in grande abbondanza da Paesi vicini e lontani. Poi nel corso del conflitto, si sono manifestati altri progetti, come per esempio, quello di islamizzazione del Paese secondo modelli integralisti e quello economico legato alla produzione del gas.

D. - Si è arrivati ad un passo dall’intervento armato dei Paesi occidentali, per fortuna l’ipotesi sembra ora che si sia allontanata. Che cosa potrebbe invece veramente portare la pace in Siria?

R. - Mi sembra che non si uscirà da questa guerra civile se non con il cessare immediato dei combattimenti e con la volontà sincera di dialogo da entrambe le parti guardando al bene della popolazione che è la vera ricchezza del Paese.

D. - Che cosa può fare l’opinione pubblica, ciascuno di noi, le comunità cristiane per sostenere tutto il popolo siriano?

R. - Occorrerebbe che tutti diventassimo delle sentinelle della pace, cioè non credere assolutamente mai che la via della guerra sia quella giusta. Occorrerebbe, forse, anche uscire da una certa pigrizia intellettuale che ci lascia contenti delle informazioni ricevute, senza approfondire, e ancora promuovere sicuramente, come già si sta facendo, aiuti umanitari e pregare come a Piazza San Pietro. Io non posso descriverle che cosa abbia significato per la Siria quella giornata di digiuno e di preghiera del 7 settembre. Lì la speranza è sbocciata. Una mia collega musulmana ha commentato: “Noi abbiamo capito molto bene oggi come in tutto il mondo i cristiani fanno la loro guerra all’odio con la preghiera e come sono sicuri che arriveranno alla pace proprio attraverso la preghiera”.

Da  radiovaticana 2013/10/08
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Domenica 17 novembre 2013

Ci sono dstato tre volte nei miei viaggi nel Medio Oriente. L'ultima volta fu poco prima che iniziasse la guerra in Siria. Forse siamo stati uno dei gruppi di 'viaggiatori' o turisti' a visitare Maalula. E' la cittadina cristiana di Maalula. Ci si arriva cul pulmann che parcheggia nel piccolo piazzale antistante alla lunga scalinata che porta fino al santuario dove si trovano le reliquia di Santa Tecla. Ricordo di  esserci salito con fatica. Quando, arrivato,  sotto un pergolato (non certo d'uva) ho gettato uno sguardo all'angolo. C'era anche Mons. Hanna che ebbe la gioia di incontrare due giovani lbanesi pure loro in visita a Maalula. Ho visto la piccola suora che seduta accoglieva i pellegrini e li invitava alla preghiera. Un luogo straordinariamente affascinante per il forte richiamo a un spiritualità fatta di sacrificio , di silenzio, di preghiera. Mi sono riposato. Scesi ci siamo recatoi alla splendida chiesa dove, essendo domenica una comunità stava pregando celebrando la Messa....Parlavano ancora in aramaico...Ho ascoltato  il Padre nostro recitato da due bambini che al ritorno ci salutavano: erano lì, ai bordi della  polverosa strada,  raccolti e gioiosi e recitavano il Padre nostro nella lingua del Signore Gesù.

Ora dal sito 'Ora pro Siria' pubblico alcune notizie,su Maalula: forse suggeriranno a qualcuno d pregare per questi fratelli e sorelle che nella fede in Gesù vivono giorni e mesi di sofferenza....

23 settembre: SANTA TECLA DI MAALULA, PRIMA DONNA MARTIRE DEL CRISTIANESIMO

Takla nacque nella città di Antiochia in Turchia, da famiglia di religione pagana; suo padre era il governatore di Antiochia. La predicazione dei Santi Paolo e Barnaba nella città "dove per la prima volta i discepoli di Gesù furono chiamati cristiani" la conquistò alla fede ardente in Gesù Cristo, il Figlio unigenito di Dio. Fu consegnata ai tormenti del fuoco, legata a due tori che avrebbero dovuto squarciarla, gettata in una buca piena di serpenti velenosi, ma a tutto sopravvisse, piena di grazia e di dignità.

Lasciata libera, sfuggita ai persecutori attraverso un percorso in una stretta gola (un canyon prodotto dall'erosione delle acque) trovò rifugio in alcune grotte. Lì visse per molti anni, avendo unicamente la Croce come fonte del coraggio e della testimonianza. Il suo corpo giace nel villaggio di Maaloula, a nord di Damasco, dove ancora oggi si parla l’aramaico, la lingua di Gesù; il Monastero in cui è sepolta fu costruito accanto alla sua tomba, è diventato un luogo di pellegrinaggio, frequentato da migliaia e migliaia di turisti e visitatori provenienti da tutto il mondo.

 

Non avendo potuto quest'anno essere venerate in Maalula per i minacciosi eventi in corso, in questi giorni le reliquie delle ossa di Santa Tecla sono state trasportate in Libano nel convento di Sant'Eloi, a 30 km da Beirut.
"E' questo il primo segnale di quello che avverrà a tutta la cristianità siriana? No - ha risposto Padre Pavel - i cristiani vivono in Siria da 2000 anni, grazie a loro il mondo ha conosciuto il cristianesimo. Qualunque sia la sorte della loro patria, i cristiani non l'hanno mai lasciata e mai lo faranno. Santa Tecla tornerà a Maalula con le sue ossa e  con la sua immagine che incarna lo spirito della libertà, i valori cristiani e il sacrificio in nome della fede. Ora Santa Tecla in Libano sta aiutando il nostro popolo a ritrovare la consolazione e la speranza".