11.10.2014

 Mons. Shomali, Vicario patriarcale di Gerusalemme, è persona attenta agli sviluppi della situazione politica del Medio Oriente. A Lui sono legato da una  sincer fraterna amicizia: fu lui infatti a nome del Patriarca a onorarmi del canonicato del Santo Sepolcro, quando ero ancora parroco di Lissone. Gli sono grato per la gentilezza del suo ricordo manifestato in un e-mail a Cristiana Mariani. Ora però mi permetto di pubblicare una  sua testimonianza preziosa pubblicata sull'ultimo notiziario della Diocesi di Gerusalemme. Con la ben nota chiarezza ci aiuta a capire qualcosa di più della complessa situazione che si è venuta a creare nel Medio Oriente. Un grazie anche a un amico che stimo - posso? - La Fontaine che ha raccolto questa interivsta.

 

INTERVISTA A MONS. SHOMALI

La 68esima Assemblea generale si è aperta martedì 24 settembre a New York in un contesto internazionale teso. La crisi maggiore del momento concerne la Siria ma gli sguardi sono anche rivolti al dossier nucleare iraniano e alle trattative  di pace tra Israele e Palestina.

Cerchiamo di decifrare la situazione con Mons. William Shomali, Vicario patriarcale a Gerusalemme.

1. Il presidente iraniano ha ribadito che il suo paese non è una “minaccia” né per il mondo, né per la regione del Medio Oriente. Questi tentativi di pacificazione suscitano una speranza prudente presso i diplomatici occidentali, ma non hanno per niente conquistato le autorità israeliane.

“Questo intervento rispecchia esattamente la strategia iraniana che consiste nel parlare e nel guadagnare del tempo per fare crescere le proprie possibilità di acquisire armi nucleari” ha affermato Benyamin Netahyahu.

Lei pensa che una chance può essere comunque data alladiplomazia? Hassan Rohani, abile politico, vuole certamente guadagnare del tempo e continuare il suo programma nucleare. Gli occidentali hanno ragione ad avere i loro dubbi.

Ma non ci si dovrebbe fermare in questi circoli viziosi dove la menzogna ha una grande parte. Bisogna risolvere il problema iraniano in maniera radicale. Ciò che si dovrebbe fare è ripulire il Medio Oriente da ogniprogramma nucleare. Perché una bomba, sia essa indiana, pakistana, iraniana o israeliana è una bomba  atomica distruttrice.Degli sforzi devono essere fatti per impedire i programmi nucleari e la fabbricazione di armi chimiche. D’altra parte bisogna risovere tutti i problemi politici che portano all’uso di tali armi.

2. Un ritorno dell’Iran nel consesso delle nazioni potrebbe aiutare a mettere fine alla tragedia siriana?

L’espressione “mettere fine” è pretenziosa. L’Iran è certamente un elemento essenziale del conflitto, ma non è che un elemento alla stregua della Russiao di Hezbollah che danno aiuto alla Siria.

La soluzione buona dovrebbe anzitutto venire dall’interno della Siria, dagli stessiSiriani, una –necessaria – pressione internazionale. Per questo bisognerebbe seguire diverse tappe nell’ordine seguente:

– Decretare un cessate il fuoco immediato

– Impedire l’entrata delle armi in Siria

– Preparare il terreno per delle elezioni libere e trasparenti

– Accettare i risultati di queste elezioni.

In questa visione l’Iran avrebbe un ruolo da giocare perché, in quanto amico della Siria, potrebbe esercitare un’influenza positiva nell’instaurazione di un cessate il fuoco...

3. Qual’è la sua opinione sul temporeggiamento occidentale riguardo ad un intervento militare in Siria?

Capisco che ci possono essere state delle esitazioni da parte degli Stati Uniti e dell’Europa per diversi motivi.In primo luogo per un motivo etico: non si era ancora verificato chi erano gli autori di questi attacchi chimici. Non si può quindi attaccare qualcuno senza aver provato la sua colpevolezza. D’altra parte se si fosse trattato dei ribelli, l’Occidente avrebbe deciso di attaccare? Inoltre c’è il motivo della paura: di fronte all’ escalation della violenza e ad una conflagrazione regionale. Infine il terzo motivo concerne il veto russo e cinese e l’astensione del parlamento inglese che ha frenato Obama stesso. Parlando a livello più spirituale, la partecipazione di milioni di fedeli alla giornata di preghiera e digiuno, voluta da Papa Francesco, che si è svolta sabato 7 settembre, ha avuto un impatto sui politici. Dio agisce in modo invisibile e imprevedibile.

 4. Obama e Hollande vogliono strappare ai Russi una risoluzione contenente una minaccia chiara di usodella forza in Siria se Assad non manterrà le sue promesse di eliminare le armi chimiche. Pensa che abbianoragione?

Se guardiamo i fatti con gli occhi di Hollande e di Obama, arriviamo alla conclusione che bisogna utilizzare la forza contro Assad. Ma questa visione presume che Assad sia un dittatore, ovvero la causa di tutti i mali in Siria e che biso gna eliminarlo, ad ogni costo. La storia delle armi chimiche in realtà non è che un buon pretesto per essi per attaccarloed in seguito sopprimerlo. Non è questo un mezzo per indebolire l’Iran e Hezbollah, grandi nemici degli Stati Uniti? D’altra parte Hollande e Obama non vogliono riconoscere che il loro approccio alla questione siriana non è obiettivo.

E’ vero che Assad è un dittatore, ma resta moderato a confronto di altri dittatori del Mdio Oriente. Sentiamo spesso parlare della necessità di instaurare la democrazia in Medio Oriente; ma si sbaglia pensandoche si possa instaurarla in qualche mese. La democrazia in Siria ha bisogno di una lunga iniziazione, essa non nasce naturalmente da una guerra civile o da un attacco esterno e nemmeno dalla vittoria dei ribelli siriani, di cui una buona parte sono salafiti, jihadisti o membri di Al Qaeda. L’esperienza irachena ne è la prova. Si pensava di cambiare tutto in cinque settimane, ma oggi, dopo diversi anni,questo povero paese soffre di un’instabilità terribile che, ogni giorno, costa la vita a numerosi innocenti. Vorrei che la Lezione irachena servisse a tutti i politici.

5. Barack Obama ha affermato di non nutrire “illusioni” sulla difficoltà di arrivare alla pace tra Israele e iPalestinesi. Cosa Lei si attende concretamente dai negoziati in corso?

L’unico percorso verso una soluzione è il dialogo politico. Un dialogo onesto,Trasparente, creativo e basato su una piattaforma accettata internazionalmente. Finora i negoziati bilaterali sono falliti. Partendo dalla constatazione che le stesse cause producono gli stessi effetti, si può concludere che se c’è unamancanza di flessibilità i negoziati fallirannoe ci sarà un’escalation nella violenza... Vorrei citare un diplomatico americano che in una seduta privata ha dichiarato: “Quando due nemici combattono da più di 80 anni e non riescono a superare i loro problemi, l’unica cosa da farsi è di imporre loro la soluzione.

6. Il Capo di Stato americano ha espresso l’opinione che la comunità internazionale non è stata all’altezza di fronte alla tragedia siriana...l’Occidente è oggi in generale uno spettatore impotente di fronte al Medio Oriente?

Sì, ha ragione. Il mondo è stato uno spettatore che oserei dire anche colpevole.Se un paese ha il potere di agirein favore della pace e non lo fa, è alloraresponsabile di un peccato di omissione.

Ci sono anche stati dei complici (guardate l’esempio delle armi in Siria) che hanno reso il conflitto più lungo, più duro e senza vittoria da una parte  o dall’altra. L’unica soluzione è di decretare un cessate il fuoco, comeho detto, seguito da negoziati tra le due parti sottola tutela internazionale. Non procedere in questa direzione significa prolungare ilconflitto con conoscenza di causa e con piena responsabilità.

7. Si sono visti dei tentativi di estremisti che cercano di provocare un conflitto interconfessionale in Medio Oriente (attentati in Iraq, Egitto eSiria...). E’ questa anche la sua analisi? Ritiene che la situazione possa peggiorare e che la radicalizzazione religiosa cresca sempre più a scapito dei cristiani?

E’ vero che c’è una radicalizzazione religiosa in Medio Oriente perché sorgono delle ideologie religiose fondate sull’intolleranza ed i cristiani ne soffrono. D’altra parte i cristiani non devono rivestire i panni di vittime di persecuzioni ed aspettare dal cielo una soluzione già pronta. Non devono restare neutri e chiudersi In un  ghetto. Devono, al contrario, impegnarsi nella vita politica del loro paese, soffrire e lottare con gli altri cittadini e fare delle alleanze intelligenticon i musulmani moderati... I copti in  Egitto hanno compreso questa necessità di impegnarsi nella vita pubblica, particolarmente durante l’ultimo colpo di stato. Essi sono anche attivi nell’elaborazione della nuova costituzione.

 

Intervista raccolta da Christophe Lafontain

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3 aprile 2014

 Da Radio Vaticana giunge la notizia di un'importante dichiarazione dei Vescovi cattolici di Terra santa. E' una messa a punto di un problema che nella relazione viene ampiamente  chiarito circa il modo di  descrivere la condizione dei cristiani in Terra santa. Vale la pena di prenderne coscienza anche perchè i 'nostri vescovi' di laggiù hanno il coraggio di riconoscere alcuni  errori  commessi nel tempo in cui alcuni paesi vivevano in una situazione di dittatura che comunque permetteva di vivere abbastanza serenamente.

Terra Santa. I vescovi cattolici: parlare della persecuzione dei cristiani fa il gioco degli estremisti

Il modo e i toni strumentali e fuorvianti con cui certi circoli occidentali lanciano continui allarmi sulle persecuzioni subite dai cristiani in Medio Oriente risponde a calcoli politici e finisce per “fare il gioco degli estremisti”. Lo spiegano i vescovi dell'Assemblea degli Ordinari cattolici di Terra Santa, in un documento diffuso ieri dalla Commissione Justitia et Pax che fa capo a quell'organismo episcopale regionale. “Persecuzione! In molte parti dell'Occidente” notano i vescovi “questa parola è sulle labbra della gente. Si dice che oggi i cristiani in Medio Oriente vengono perseguitati. Ma cosa sta davvero accadendo? Come dovremmo parlare con verità e senza censure, come cristiani e come Chiesa, delle sofferenze e della violenza che continuano nella regione?”.

Non c'è dubbio – riconoscono i vescovi cattolici di Terra Santa nel testo inviato all'agenzia Fides - che le recenti sollevazioni in Medio Oriente, definite all'inizio come “Primavera araba”, hanno aperto la strada a forze e gruppi estremisti che “nel nome di una interpretazione politica dell'Islam stanno creando scompiglio in tanti Paesi, particolarmente in Iraq, Egitto e Siria. Non c'è dubbio che molti di questi estremisti considerano i cristiani come infedeli, come nemici e agenti di forze straniere ostili, o semplicemente come un bersaglio facile per le estorsioni”. Tuttavia, secondo gli estensori del documento, occorre tenere conto che i cristiani non sono le sole vittime di questa violenza e brutalità. A pagare sono anche tanti musulmani non fanatizzati, definiti “eretici”. Senza contare che nelle aree dove prevalgono gli estremisti sunniti, vengono attaccati e uccisi i musulmani sciiti, e viceversa. I cristiani “a volte vengono perseguitati in quanto cristiani”, ma altre volte cadono vittime della stessa violenza che colpisce tutti gli altri.

Con la caduta dei regimi autoritari che garantivano “legge e ordine” – così prosegue l'analisi della situazione mediorientale esposta nel documento - è collassato anche l'ordine che essi avevano imposto con metodi di coercizione poliziesca e militare. I cristiani hanno vissuto in relativa sicurezza sotto i regimi dittatoriali. E ora alcuni di loro temono che, con la loro caduta, prevarrà il caos e la violenza scatenati dai gruppi estremisti. D'altronde – si legge in un passaggio autocritico del documento - la lealtà alla loro fede e la sollecitudine per il bene del proprio Paese, avrebbero dovuto spingere i cristiani a “parlare prima”, a chiedere prima le riforme necessarie.

Davanti agli scenari presenti, in alcuni Paesi del Medio Oriente sembra in effetti che l'unica consolazione rimasta si trovi nel ripetere le parole di Cristo: “Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”. Tuttavia – sottolinea il documento in un passaggio chiave “la ripetizione della parola 'persecuzione' in diversi circoli - di solito riferita solo a ciò che soffrono i cristiani da parte di criminali definiti sempre come 'musulmani' - fa il gioco degli estremisti, in Patria e fuori, il cui scopo è seminare odio e pregiudizio e contrapporre tra loro i popoli e le religioni”.

I vescovi cattolici di Terra santa suggeriscono di non fornire pretesti a chi persegue questi disegni. A loro giudizio, cristiani e musulmani devono resistere insieme contro le nuove forze dell'estremismo e della distruzione, che cercano di creare una società “svuotata di cristiani e dove solo pochi musulmani si sentirebbero a casa”. Anche perchè “tutti noi, cristiani e musulmani” avverte il documento approvato dall'organismo episcopale inter-rituale, “dobbiamo essere consapevoli che il mondo esterno non farà nessuna mossa per proteggerci. Le potenze internazionali e regionali perseguono solo i propri interessi”. (R.P.)
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3 aprile 2014

Deir Rafat: nuovo atto di vandalismo

Graffitis article

DEIR RAFAT – Sera di lunedì 31 marzo 2014: graffiti anticristiani sono stati scoperti sui muri del Monastero di Deir Rafat, un convento di proprietà del Patriarcato latino, collocato nei pressi di Beit Shemesh, a ovest di Gerusalemme. Il patriarca Fouad Twual si è recato sul posto.

 

Un nuovo atto di vandalismo ha colpito stavolta il monastero di Deir Rafat, presso Beit Shemesh, a ovest di Gerusalemme. Stavolta, sui muri del convento, la sera del 31 di marzo,  sono stati trovati non solo graffiti anticristiani ma anche antiamericani come : “l’America è la Germania nazi” oppure  “Prezzo (da pagare) per gli accordi di pace”. Tutti i veicoli parcheggiati  all’interno della proprietà sono stati danneggiati.

Questo “prezzo da pagare” fa certamente riferimento ai colloqui che hanno avuto luogo nella notte precedente tra il Segretario di stato americano John Kerry  e il Primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu, riguardo gli accordi di pace coi palestinesi, durante i quali John Kerry ha esigito che un certo numero di prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane sia liberato.

Gli Ordinari Cattolici di Terrasanta hanno formalmente condannato questo atto di vandalismo che viene ad aggiungersi alla lista fin troppo lunga di quelli perpetrati nel paese ai danni di molti luoghi di culto cristiani.

Quanto al Patriarcato latino, monsignor Fouad si è recato nel pomeriggio di martedì 1 aprile al convento di Deir Rafat per constatare e deplorare questi fatti e portare il suo appoggio alle monache e alla famiglia cristiana che vive in questo luogo di pace.

Parecchi media, di diverse lingue, sono venuti, su invito del Patriarcato, per coprire l’avvenimento e intervistare il Patriarca che ha pubblicamente deplorato questi “gesti folli”. “In quale scuola queste persone hanno ricevuto simile educazione?” si è lamentato  sua Beatitudine. “Queste persone hanno capito, prima di commettere questo gesto, che qui abitano delle monache per pregare e digiunare per la pace giorno e notte?”.

Rispondendo a domande dei giornalisti, il Patriarca si è espresso in questi termini: “Noi, come le monache, continueremo a pregare il Signore perché questi spiriti malati escano dalla loro ignoranza e grettezza di animo.” Ha inoltre sottolineato: “lo stesso non possiamo tacere e faremo tutto il possibile affinché giustizia sia fatta e questi vandali fanatici siano trovati”.

Sua Beatitudine si è infine dispiaciuto che la ormai prossima visita di Papa Francesco, uomo di pace, sia preparata in questa maniera.

Firas Abedrabbo

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2014-04-01

Dall'agenzia Fides

 

ASIA/ISRAELE - Scritte blasfeme al Monastero Deir Rafat

 

Beit Shemesh (Agenzia Fides) – Nelle prime ore di oggi, martedì 1 aprile, due ignoti vandali hanno tracciato scritte blasfeme sulle mura di due case appartenenti al Monastero cattolico latino di Deir Rafat, presso la città di Beit Shemesh, nel centro di Israele. Le suore del monastero, appartenenti alla Famiglia monastica di Betlemme, dell'Assunzione della Vergine Maria e di San Bruno, confermano all'Agenzia Fides che tra le scritte tracciate in ebraico, alcune esprimono “frasi blasfeme contro Gesù e la Vergine Maria”. Altre scritte invocano “vendetta” e accusano di “nazismo” la Germania e gli Stati Uniti. Anche alcune auto parcheggiate nella zona sono state vandalizzate e hanno avuto le gomme squarciate.
Il vandalismo subito dal Monastero di Deir Rafat rappresenta l'ennesimo episodio di una serie di atti intimidatori compiuti a danno di monasteri cristiani a partire dal febbraio 2012. In più occasioni, siglandosi con la formula “il prezzo da pagare”, gruppi oltranzisti vicini al movimento dei coloni hanno portato attacchi ai danni di luoghi di culto - chiese e moschee – frequentati dalla popolazione araba. Già dopo i casi precedenti, il Vescovo William Shomali, Vicario patriarcale del Patriarcato di Gerusalemme dei latini, aveva espresso l'urgenza di combattere queste forme di intimidazione non solo sul piano delle indagini e delle misure di polizia ma anche “favorendo una migliore educazione nelle scuole”, dicendosi convinto che “si tratta di un processo a lungo termine” e che “ci vorrà molta pazienza”.

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Vi è un problema nel giudaismo di oggi?

Graffiti analyse

ANALISI – Si troverà di seguito un articolo nel quale un rabbino e un gesuita – entrambi professori presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma – si riuniscono per discutere e analizzare il crescente sentimento anti-cristiano in alcuni circoli ebraici radicali. La stesura di questo testo coincide giustamente con le nuove offese presso il Notre Dame Center.

Il nuovo anno, sia esso civile o religioso, è sempre un’opportunità per un esame di coscienza, ed è un momento che permette di intravedere il futuro e di rivedere il passato. Durante tutto l’anno passato, un allarmante numero di siti cristiani in Israele sono stati vandalizzati da gruppi di ebrei radicali, ben oltre quello che è stato riportato dai Media. L’anno 2013 ha purtroppo visto un aumento degli atti di tagging, praticati soprattutto nei confronti delle comunità musulmane, ma miranti anche al cristianesimo e ai cristiani. Messaggi come «Noi vi crocifiggiamo», «Gesù è morto» e «morte al cristianesimo» sono apparsi sui muri di edifici cristiani in Israele. Per misurare la frequenza di questi atti, è ormai possibile vedere un elenco aggiornato su Wikipedia, alla voce «List of Israeli price tag attacks». È da qualche settimana che sappiamo che un sacerdote ha fatto un’esperienza dolorosa, un giorno in cui indossava la tonaca, in un tratto tra la Porta di Jaffa e il quartiere ebraico nella Città Vecchia di Gerusalemme: lui è stato bersaglio di sputi da parte di sei persone, di uomini o addirittura di famiglie appartenenti alla comunità Haredi. L’odio non si limita perciò a «tag» sui muri e sui mattoni. Al di là di fatti isolati, si tratta di esperienze ricorrenti nella comunità cristiana. Essi non possono essere ignorati.

Per coloro che seguono lo stato delle relazioni tra ebrei e cristiani, questi attacchi recenti non rappresentano una sorpresa. Negli ultimi anni, gli atti e gli atteggiamenti più o meno offensivi nei riguardi dei cristiani e del cristianesimo sono diventati sempre più frequenti, al punto da comparire nei quotidiani di alcuni circoli ebraici in Israele. Chiunque abbia il senso della storia, tali parole e tali atteggiamenti richiamano alla memoria i periodi più bui dell’antisemitismo europeo, quando gli ebrei furono il ​​bersaglio di sentimenti cristiani anti-giudei. In questi luoghi e in questi tempi, ebrei e sinagoghe furono oggetto di scherno, di odio e di violenza fisica. La storia da allora si rigirerebbe sotto i nostri occhi?

Sarebbe un errore credere che questi episodi di anticristianesimo siano episodi di individui isolati, di ebrei provenienti dai margini della società, o ancora immaginare che questi atti derivino esclusivamente da motivazioni politiche. Gli autori di tali aggressioni non esprimono certamente l’opinione della maggioranza; essi sono molto probabilmente azioni di persone disturbate. Ciò non le esclude, tuttavia: la mancanza di reazioni decise profonde e ripetute da parte di leader ebrei israeliani, religiosi e non, crea malessere. Ad eccezione di qualche iniziativa coraggiosa di sostegno e di comprensione o anche di parole di condanna da parte di alcuni personaggi politici o religiosi, il mondo ebraico nel suo complesso sembra ritirarsi dietro un silenzio imbarazzante. Non sarebbe non avveduto riconoscere un «silenzio colpevole», rivelando che c’è un qualche problema nel mondo ebraico, in Israele o altrove, che richiede un’urgente attenzione e una forma di riparazione?

Sono passati più di 60 anni da quando un pensatore ebreo francese, Jules Isaac, ebbe l’audacia di portare fino alle porte di Roma, una visione profetica. Egli ha espresso a papa Pio XII, e dopo di lui, a papa Giovanni XXIII, del quale sarebbe diventato caro amico, l’urgente necessità di modificare le relazioni giudeo-cristiane. Isaac ha cominciato a sfidare secoli d’insegnamento cristiano, chiedendo di trasformare l’«insegnamento al disprezzo» in «insegnamento alla stima». L’iniziativa fu audace; alla fine dei conti, essa preparava il Concilio Vaticano II e la Dichiarazione Nostra Aetate.

Dal momento che le incomprensioni della Chiesa in merito all’ebraismo non sono state superate e che sforzi e vigilanza sono ancora necessari, sembra che una sfida simmetrica sia al giorno d’oggi una priorità. Il giudaismo ha anche da affrontare i suoi demoni e da impegnarsi risolutamente nel ribaltamento del suo «insegnamento al disprezzo» verso il cristianesimo in «insegnamento alla stima». Se questo non viene fatto, gli attacchi anti-cristiani, cui stiamo assistendo in questi mesi, potrebbe diventare il segno distintivo di alcuni circoli ebraici.

In un antico lavoro midrash (Eikhah Rabbah II, 13), un’audace affermazione è fatta in nome di Rabbi Huna e Rabbi Yossi: «Se ti dicono che c’è saggezza fra le nazioni del mondo, credi loro. Se ti dicono che la Torah è in seno a queste nazioni, non creder loro». I saggi dei tempi antichi hanno avuto l’intelligenza e il coraggio di riconoscere che se la Torah è la caratteristica di Israele, l’ebraismo non ha il monopolio della saggezza. Il Midrash ci insegna che ci sono saggezze che l’ebraismo non detiene per se stesso e si trovano fuori da se stesso: nelle culture e religioni delle nazioni del mondo. Non dimenticate che Mosè divenne ancora più saggio grazie ai consigli di saggezza sociale che egli ricevette da suo suocero, Jetro, il Madianita.

Il rispetto autentico nei riguardi dell’«altro», richiede certamente tolleranza e decenza; ma in maniera più importante, richiede il riconoscere che quest’«altro» è portatore di saggezza, alla quale da soli non possiamo accedere. Pertanto, se il giudaismo di oggi desidera impegnarsi nella trasformazione del suo «insegnamento al disprezzo» in «insegnamento alla stima», come la Chiesa si è impegnata a fare, nell’affrontare molte sfide, le possibili regressioni e anche i guasti (da considerare ogni volta con lucidità, onestà e umiltà), esso deve impegnarsi con urgenza in un nuovo tipo di dialogo con il cristianesimo. Un dialogo, al quale non devono bastare articoli come questo o prese di posizione di figure isolate e cordiali, ma che spinga i leader e i rabbini ebrei a ricercare nelle tradizioni e negli insegnamenti della Chiesa, una saggezza vera ed essenziale, proprio come la Chiesa ormai attinge alla scuola della saggezza ebraica, tanto rabbinica quanto biblica.

David Meyer, Rabbino e Jean-Pierre Sonnet , S.J.

Professori presso la Pontificia Università Gregoriana, Roma

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25 luglio 2016

         

   Magdala Center celebra la sua prima festa liturgica patronale

La città natale di Santa Maria Maddalena, con il suo contestuale sito archeologico, è in breve tempo diventata la prima meta di pellegrinaggio in Galilea

 

Più di 300 cristiani arabi, membri del corpo diplomatico e leader religiosi della Terra Santa, si sono incontrati per la festa di Santa Maria Maddalena nella sua città natale. Era la prima volta che il Magdala Center celebrava la festa liturgica della prima testimone della resurrezione di Gesù, dal momento del decreto promulgato da papa Francesco il 10 giugno 2016. La Santa Messa è stata presieduta da monsignor Giacinto-Boulos Marcuzzo, vescovo ausiliare del Patriarcato Latino in Israele.

Il centro di preghiera e di adorazione Duc in Altum ha ospitato la messa e la cerimonia nella Cappella della Barca, dove è presente un altare che riproduce un barcone del primo secolo. Durante la Santa Messa, Marcuzzo si è soffermato sull’impegno delle donne nella Chiesa. “Elevare la memoria liturgica di Santa Maria Maddalena a festa – ha detto il presule – è un impressionante passo avanti da parte della Chiesa Cattolica. La Maddalena era considerata l’Apostola degli Apostoli e, in quanto tale, è stata la prima testimone della Resurrezione e la prima donna a diffondere la Buona Notizia. Ringrazio i Legionari di Cristo, il movimento Regnum Christi, i sacerdoti, le consacrate e i volontari che si prendono cura di questo sacro luogo. Avete svolto un lavoro meraviglioso e la chiesa locale e universale vi ringraziano!”. Il vescovo ha sottolineato che Maria Maddalena non era la peccatrice, come molti pensavano, ma semplicemente una donna tormentata da sette demoni, poi espulsi.

C’è una forte connessione tra Magdala, città ebraica che diede i natali a Maria Maddalena, e il contesto storico di Gesù Cristo. Il sacro sito è destinato a preservare e continuare le ricerche sulle scoperte archeologiche nel sito. Anche la costruzione della foresteria, del centro per pellegrini e del Magdalena Institute, avranno un impatto sulla comunità locale, portando molti visitatori e pellegrini.

“Quando papa Francesco ha proclamato l’elevazione di Santa Maria Maddalena a festa, ha voluto fare un omaggio alle donne – ha dichiarato padre Juan Solana LC, direttore del Magdala Center -. Ritengo che Maria Maddalena sia un esempio per tutte le donne di oggi. Indirettamente ci abbiamo sentito la responsabilità di allestire questo sito per tutti i cristiani e, direi, per chiunque dalla scoperta della città del primo secolo di Magdala”.

All’inizio della costruzione di una foresteria, gli archeologi si sono imbattuti nei resti di una città ebrea del I secolo. Ben presto è risultato chiaro che si trattava dell’antica Magdala/Taricheae, antica città natale di Maria Maddalena, nonché quartier generale in Galilea del rinomato storico del primo secolo Flavio Giuseppe. Inizialmente il progetto reindirizzò i suoi piani e fondi verso l’archeologia e le relative ricerche. In seguito, gli scavi sono arrivati a 1,4 chilometri di profondità, con almeno l’80% della città da portare alla luce.

Magdala è già tra gli itinerari di molti pellegrinaggi e tour e sta rapidamente diventando una meta di punta per i visitatori della Terra Santa. Trip Advisor ha classificato Magdala come il luogo più visitato in Galilea per via del suo servizio e della sua attenzione al pubblico. Finora ha accolto 140mila visitatori e altri 60mila sono attesi entro la fine del 2016. Le scoperte archeologiche a Magdala rafforzano gli storici legami tra gli ebrei e i cristiani.