E' il primo video di Papa Francesco

Un'attesa di pochi giorni e poi una sera è apparso un uono vestito di bianco dopo che era stato detto il suo nome personale e il nome che aveva scelto per il suo ministero petrino: Papa Bergoglio, Papa Francesco.

La condivisione di Papa Francesco al dramma del Medio oriente

Questa 'parola' ci giunge da Roma, poche ore fa. In queste sue sempkici coraggiosi umili pensieri donati alla Chiesa il Papa ha invitato a pregare per la Siria e, per l'immenso dolore dei Filippini, vittime del pauroso ciclone.

3 gennaio 2015

Una lettera di Papa Francesco ai cristiani del Medio Oriente. Una lettera per dire la sua sofferenza e la condivisuione alla sofferenza dei cristiani di quelle terre. Una lettera che tocca il cuore e suggerisce quasi impone di mettersi in preghiera perchè si possa arrivare a quella pace che i cuori desiderano da tempo. Una lettera che merita di essere 'meditata' perchè rende testimonianza al ministero di questo Pontefice che non manca mai di ricordare a tutti la drammatica situazione del

Medio Oriente. E' una lettera lunga. Si sente il 'cuore' di un pastore vero che ama la sua gente. Provate a leggerla. Forse vi suggerirà qualche pensiero 'nuovo'. Ecco il testo della lettera.

Lettera del Santo Padre ai cristiani del Medio Oriente

Vatican Pope Christmas

Cari fratelli e sorelle,

«Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio» (2 Cor 1,3-4).

Mi sono venute alla mente queste parole dell’apostolo Paolo quando ho pensato di scrivere a voi, fratelli cristiani del Medio Oriente. Lo faccio nell’imminenza del Santo Natale, sapendo che per molti di voi alle note dei canti natalizi si mescoleranno le lacrime e i sospiri. E tuttavia la nascita del Figlio di Dio nella nostra carne umana è ineffabile mistero di consolazione: «E’ apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini» (Tt 2,11).

L’afflizione e la tribolazione non sono mancate purtroppo nel passato anche prossimo del Medio Oriente. Esse si sono aggravate negli ultimi mesi a causa dei conflitti che tormentano la Regione, ma soprattutto per l’operato di una più recente e preoccupante organizzazione terrorista, di dimensioni prima inimmaginabili, che commette ogni sorta di abusi e pratiche indegne dell’uomo, colpendo in modo particolare alcuni di voi che sono stati cacciati via in maniera brutale dalle proprie terre, dove i cristiani sono presenti fin dall’epoca apostolica.

Nel rivolgermi a voi, non posso dimenticare anche altri gruppi religiosi ed etnici che pure subiscono la persecuzione e le conseguenze di tali conflitti. Seguo quotidianamente le notizie dell’enorme sofferenza di molte persone nel Medio Oriente. Penso specialmente ai bambini, alle mamme, agli anziani, agli sfollati e ai rifugiati, a quanti patiscono la fame, a chi deve affrontare la durezza dell’inverno senza un tetto sotto il quale proteggersi. Questa sofferenza grida verso Dio e fa appello all’impegno di tutti noi, nella preghiera e in ogni tipo di iniziativa. A tutti voglio esprimere la vicinanza e la solidarietà mia e della Chiesa, e offrire una parola di consolazione e di speranza.

Cari fratelli e sorelle, che con coraggio rendete testimonianza a Gesù nella vostra terra benedetta dal Signore, la nostra consolazione e la nostra speranza è Cristo stesso. Vi incoraggio perciò a rimanere attaccati a Lui, come tralci alla vite, certi che né la tribolazione, né l’angoscia, né la persecuzione possono separarvi da Lui (cfr Rm 8,35). Possa la prova che state attraversando fortificare la fede e la fedeltà di tutti voi!

Prego perché possiate vivere la comunione fraterna sull’esempio della prima comunità di Gerusalemme. L’unità voluta dal nostro Signore è più che mai necessaria in questi momenti difficili; è un dono di Dio che interpella la nostra libertà e attende la nostra risposta. La Parola di Dio, i Sacramenti, la preghiera, la fraternità alimentino e rinnovino continuamente le vostre comunità.

La situazione in cui vivete è un forte appello alla santità della vita, come hanno attestato santi e martiri di ogni appartenenza ecclesiale. Ricordo con affetto e venerazione i Pastori e i fedeli ai quali negli ultimi tempi è stato chiesto il sacrificio della vita, spesso per il solo fatto di essere cristiani. Penso anche alle persone sequestrate, tra cui alcuni Vescovi ortodossi e sacerdoti dei diversi Riti. Possano presto tornare sane e salve nelle loro case e comunità! Chiedo a Dio che tanta sofferenza unita alla croce del Signore dia frutti di bene per la Chiesa e per i popoli del Medio Oriente.

In mezzo alle inimicizie e ai conflitti, la comunione vissuta tra di voi in fraternità e semplicità è segno del Regno di Dio. Sono contento dei buoni rapporti e della collaborazione tra i Patriarchi delle Chiese Orientali cattoliche e quelli ortodossi; come pure tra i fedeli delle diverse Chiese. Le sofferenze patite dai cristiani portano un contributo inestimabile alla causa dell’unità. E’ l’ecumenismo del sangue, che richiede fiducioso abbandono all’azione dello Spirito Santo.

Che possiate sempre dare testimonianza di Gesù attraverso le difficoltà! La vostra stessa presenza è preziosa per il Medio Oriente. Siete un piccolo gregge, ma con una grande responsabilità nella terra dove è nato e si è diffuso il cristianesimo. Siete come il lievito nella massa. Prima ancora di tante opere della Chiesa nell’ambito scolastico, sanitario o assistenziale, da tutti apprezzate, la ricchezza maggiore per la Regione sono i cristiani, siete voi. Grazie della vostra perseveranza!

Il vostro sforzo di collaborare con persone di altre religioni, con gli ebrei e con i musulmani, è un altro segno del Regno di Dio. Il dialogo interreligioso è tanto più necessario quanto più difficile è la situazione. Non c’è un’altra strada. Il dialogo basato su un atteggiamento di apertura, nella verità e nell’amore, è anche il migliore antidoto alla tentazione del fondamentalismo religioso, che è una minaccia per i credenti di tutte le religioni. Il dialogo è al tempo stesso un servizio alla giustizia e una condizione necessaria per la pace tanto desiderata.

La maggior parte di voi vive in un ambiente a maggioranza musulmana. Potete aiutare i vostri concittadini musulmani a presentare con discernimento una più autentica immagine dell’Islam, come vogliono tanti di loro, i quali ripetono che l’Islam è una religione di pace e può accordarsi con il rispetto dei diritti umani e favorire la convivenza di tutti. Sarà un bene per loro e per l’intera società. La situazione drammatica che vivono i nostri fratelli cristiani in Iraq, ma anche gli yazidi e gli appartenenti ad altre comunità religiose ed etniche, esige una presa di posizione chiara e coraggiosa da parte di tutti i responsabili religiosi, per condannare in modo unanime e senza alcuna ambiguità tali crimini e denunciare la pratica di invocare la religione per giustificarli.

Carissimi, quasi tutti voi siete cittadini nativi dei vostri Paesi e avete perciò il dovere e il diritto di partecipare pienamente alla vita e alla crescita della vostra nazione. Nella Regione siete chiamati ad essere artefici di pace, di riconciliazione e di sviluppo, a promuovere il dialogo, a costruire ponti, secondo lo spirito delle Beatitudini (cfr Mt 5,3-12), a proclamare il vangelo della pace, aperti alla collaborazione con tutte le autorità nazionali e internazionali.

Desidero esprimere in modo particolare la mia stima e la mia gratitudine a voi, carissimi fratelli Patriarchi, Vescovi, Sacerdoti, Religiosi e sorelle Religiose, che accompagnate con sollecitudine il cammino delle vostre comunità. Quant’è preziosa la presenza e l’attività di chi si è consacrato totalmente al Signore e lo serve nei fratelli, soprattutto i più bisognosi, testimoniando la sua grandezza e il suo amore infinito! Com’è importante la presenza dei Pastori accanto al loro gregge, soprattutto nei momenti di difficoltà!

A voi, giovani, mando un abbraccio paterno. Prego per la vostra fede, per la vostra crescita umana e cristiana, e perché i vostri progetti migliori possano realizzarsi. E vi ripeto: «Non abbiate paura o vergogna di essere cristiani. La relazione con Gesù vi renderà disponibili a collaborare senza riserve con i vostri concittadini, qualunque sia la loro appartenenza religiosa» (Benedetto XVI, Esort. ap. Ecclesia in Medio Oriente, 63).

A voi, anziani, faccio giungere i miei sentimenti di stima. Voi siete la memoria dei vostri popoli; auspico che questa memoria sia seme di crescita per le nuove generazioni.

Vorrei incoraggiare quanti tra voi operano negli ambiti molto importanti della carità e dell’educazione. Ammiro il lavoro che state facendo, specialmente attraverso le Caritas e con l’aiuto delle organizzazioni caritative cattoliche di diversi Paesi, aiutando tutti senza preferenze. Attraverso la testimonianza della carità, voi offrite il più valido supporto alla vita sociale e contribuite anche alla pace di cui la Regione è affamata come del pane. Ma anche nell’ambito dell’educazione è in gioco il futuro della società. Quanto è importante l’educazione alla cultura dell’incontro, al rispetto della dignità della persona e del valore assoluto di ogni essere umano!

Carissimi, pur se pochi numericamente, siete protagonisti della vita della Chiesa e dei Paesi in cui vivete. Tutta la Chiesa vi è vicina e vi sostiene, con grande affetto e stima per le vostre comunità e la vostra missione. Continueremo ad aiutarvi con la preghiera e con gli altri mezzi a disposizione.

Nello stesso tempo continuo a esortare la Comunità internazionale a venire incontro ai vostri bisogni e a quelli delle altre minoranze che soffrono; in primo luogo, promuovendo la pace mediante il negoziato e il lavoro diplomatico, cercando di arginare e fermare quanto prima la violenza che ha causato già troppi danni. Ribadisco la più ferma deprecazione dei traffici di armi. Abbiamo piuttosto bisogno di progetti e iniziative di pace, per promuovere una soluzione globale ai problemi della Regione. Per quanto tempo dovrà soffrire ancora il Medio Oriente per la mancanza di pace? Non possiamo rassegnarci ai conflitti come se non fosse possibile un cambiamento! Sulla scia del mio pellegrinaggio in Terra Santa e del successivo incontro di preghiera in Vaticano con i Presidenti israeliano e palestinese, vi invito a continuare a pregare per la pace in Medio Oriente. Chi è stato costretto a lasciare le proprie terre, possa farvi ritorno e vivere in dignità e sicurezza. L’assistenza umanitaria possa incrementarsi, ponendo sempre al centro il bene della persona e di ogni Paese nel rispetto della sua identità propria, senza anteporre altri interessi. Che la Chiesa intera e la Comunità internazionale diventino sempre più consapevoli dell’importanza della vostra presenza nella Regione.

Care sorelle e cari fratelli cristiani del Medio Oriente, avete una grande responsabilità e non siete soli nell’affrontarla. Perciò ho voluto scrivervi per incoraggiarvi e per dirvi quanto sono preziose la vostra presenza e la vostra missione in codesta terra benedetta dal Signore. La vostra testimonianza mi fa tanto bene. Grazie! Ogni giorno prego per voi e per le vostre intenzioni. Vi ringrazio perché so che voi, nelle vostre sofferenze, pregate per me e per il mio servizio alla Chiesa. Spero tanto di avere la grazia di venire di persona a visitarvi e confortarvi. La Vergine Maria, la Tutta Santa Madre di Dio e Madre nostra, vi accompagni e vi protegga sempre con la sua tenerezza. A tutti voi e alle vostre famiglie invio la Benedizione Apostolica e auguro di vivere il Santo Natale nell’amore e nella pace di Cristo Salvatore.

Dal Vaticano, 21 dicembre, IV Domenica di Avvento

FRANCISCUS

 

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IL SANTO PADRE

PAPA FRANCESCO

 Questa pagina del sito è dedicata agli interventi pastorali del Papa. Poichè Papa Benedetto ha rassegnato le sue dimissioni, su questa stessa pagina continuerò a raccontare le linee pastorali di Papa Francesco che lo Spirito ha voluto successore di Papa Benedetto sul soglio pontificio. E' già passato del tempo e in molte occsioni il santo Padre ha mostrato affetto e attenzione alle chiese del Medio Oriente e non ha mancato di far conoscere il suo pensiero, il suo affetto, il suo insegnamento limpido, chiaro e coraggioso soprattutto in occasioni di particolare gravità.  Mi premurerò dunque di seguire il papa sulla strada del suo ministero in Terra Santa, in particolare a sostegno della Chiesa madre, la Chiesa  Cattolica di Gerusalemme.

E chiedo nel contempo scusa del ritardo. Il primo  documento visivo di Papa Francesco  è il discorso che tenne domenica 10 novembre.....

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Pare sia vero quanto è stato scritto: ".....la crescente sensibilità della Chiesa universale per gli orientali cattolici'. Seguendo gli eventi in medio oriente ho avuto anch'io questa sensazione anche se si auspica un presa di posizione precisa e coraggiosa a fronte della condizione di martirio in cui vivono i cristiani di quelle chiese. Gli appelli che provengono dai pastori di quelle comunità cattoliche ed anche ortodosse sono alle volte angosciosi. Si risponde con la preghiera. Ed è significativo che i cristiani   confidano nella 'potenza del Signore Gesù', poichè la pre ghiera è la forza che muove in profondità la storia. Ma sentono anche il bisogno e l'urgenza di chiedere interventi concreti sia sul piano politico come su quello informativo, ossia sulla doverosità di esseere informati sulle nascoste ragioni dei conflitti che scuotono i paesi del Medio Oriente. Si tace troppo. Si ha paura di dire la verità. I Vescovi e i patriarchi non mancano di richiamare i grandi della terra  e i 'potenti' dei loro paesi a non mascherarsi dietro fumosi discorsi,perchè si possa arrivare finalmente ad auspicati incontri di pace, nel dialogo, nella fiducia vicendevole. Questa coraggiosa testimonianza  sta suscitando una reazione positiva nella Chiesa che finalmente non solo guarda alle sofferenze dei cristiani  ma li sente come sofferenzedell'intero corpo ecclesiale. . Lentamente anche nella Chiesa universale viene meno l'indifferenza tante volte denunciata dai Pontefici per aprirsi alla 'comunione ecclesiale'.

Una testimonianza di quanto detto è l'evento che si compie proprio in questi giorni: "La plenaria della Congregazione per la chiese orientali' voluta dall'omonimo dicastero vaticano. Quanto segue  apre una finestra su quel mondo e ogni cristiano potrebbe conoscere le problematiche che travagliano le Chiesa del Medio Oriente, la realtà della loro sofferenza e l'incrollabile fiducia e speranza che ci si sta preparando alla nascita di un nuovo mondo.

La Plenaria della Congregazione

per le Chiese Orientali.

Al centro degli incontri, la riflessione sull'eredità del Concilio ecumenico Vaticano II circa l'Oriente cristiano e i documenti al riguardo

Nella settimana dal 18 al 23 novembre 2013 in Vaticano si è tenuta la Plenaria della Congregazione per le Chiese Orientali, sul tema «Le Chiese Orientali cattoliche a 50 anni dal Concilio ecumenico Vaticano II». Con il prefetto, il cardinale Leonardo Sandri, e i superiori del dicastero, hanno partecipato 28 membri fra patriarchi e arcivescovi maggiori, cardinali, oltre ad arcivescovi e vescovi, rappresentanti dei riti bizantino, siro-orientale o caldeo, siro-occidentale e maronita, armeno, alessandrino.

Al centro degli incontri, la riflessione sull'eredità del Concilio ecumenico Vaticano II circa l'Oriente cristiano e i documenti al riguardo, con l'obiettivo di verificare la crescente sensibilità della Chiesa universale per gli orientali cattolici, considerando soprattutto il fenomeno migratorio. E’ stata presentata anche l'attività del dicastero. Nella  mattinata di giovedì 21 novembre 2013, Papa Francesco ha incontrato i patriarchi e gli arcivescovi maggiori, per poi ricevere in udienza tutti i membri della Plenaria.

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Non ci rassegniamo a un Medio Oriente
senza cristiani"
Papa Francesco riceve in udienza i partecipanti alla Plenaria della Congregazione per le Chiese Orientali

Di Luca Marcolivio

CITTA' DEL VATICANO, 21 Novembre 2013 (Zenit.org) - È nel segno del Concilio Vaticano II che papa Francesco ha esordito, nel suo discorso in occasione dell’udienza concessa ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per le Chiese Orientali, ricevuti oggi nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano.

La Costituzione dogmatica Lumen gentium inizia affermando che “Cristo è luce delle genti” e lo è “in ogni nazione della terra”: questa universalità, ha spiegato il Papa, si esprime anche “nelle antiche liturgie delle Chiese Orientali, nella loro teologia, spiritualità e disciplina canonica”.

È sempre la Lumen Gentium a sottolineare le “varietà legittime” delle diverse tradizioni ecclesiali e, a tal proposito, il Santo Padre ha ricordato che è proprio tale varietà, quando ispirata dallo Spirito Santo, ad essere “necessaria all’unità”.

Menzionando il suo incontro di stamattina con i patriarchi e gli arcivescovi maggiori delle chiese orientali, il Pontefice ha riferito di aver appreso da loro della “rifiorita vitalità di quelle a lungo oppresse sotto i regimi comunisti” e del “dinamismo missionario” di quelle chiese che “si rifanno alla predicazione dell’apostolo Tommaso”.

In particolare in Medio Oriente si riscontra la “perseveranza” di molte comunità cristiane “non di rado nella condizione di ‘piccolo gregge’, in ambienti segnati da ostilità, conflitti e anche persecuzioni nascoste”, ha proseguito il Papa.

Nei secoli le chiese orientali sono state segnate dalla “dimensione della diaspora”, pertanto “occorre fare tutto il possibile perché gli auspici conciliari trovino realizzazione”, promuovendo la “fraternità con le comunità di rito latino” e imprimendo una “rinnovata vitalità” agli organismi di consultazione già esistenti tra le singole Chiese e con la Santa Sede.

In Terra Santa, poi, “la luce della fede non si è spenta, anzi risplende vivace”, ha sottolineato Francesco con riferimento ai colloqui avuti stamattina con i presuli locali. “Ogni cattolico – ha aggiunto - ha perciò un debito di riconoscenza verso le Chiese che vivono in quella regione”.

Dalle comunità cristiane della Terra Santa “possiamo, fra l’altro, imparare la pazienza e la perseveranza dell’esercizio quotidiano talvolta segnato dalla fatica, dello spirito ecumenico e del dialogo interreligioso”, favoriti dal “contesto geografico, storico e culturale in cui esse vivono da secoli”.

Il Pontefice ha tuttavia anche espresso “grande preoccupazione” per le minacce che i cristiani ricevono in Medio Oriente: “La Siria, l’Iraq, l’Egitto, e altre aree della Terra Santa, talora grondano lacrime”, ha detto.

“Il Vescovo di Roma – ha proseguito - non si darà pace finché vi saranno uomini e donne, di qualsiasi religione, colpiti nella loro dignità, privati del necessario alla sopravvivenza, derubati del futuro, costretti alla condizione di profughi e rifugiati”.

Anche a nome dei pastori delle chiese orientali, papa Francesco ha lanciato un appello affinché “sia rispettato il diritto di tutti ad una vita dignitosa e a professare liberamente la propria fede”.

“Non ci rassegniamo a pensare il Medio Oriente senza i cristiani, che da duemila anni vi confessano il nome di Gesù, inseriti quali cittadini a pieno titolo nella vita sociale, culturale e religiosa delle nazioni a cui appartengono”, ha aggiunto il Santo Padre.

Nel “dolore dei più piccoli e dei più deboli” e nel “silenzio delle vittime”, come le sentinelle di biblica memoria, i cristiani continuano a domandarsi: «Quanto resta della notte?» (Is 21,11).

Il Papa ha quindi fatto appello a tutta la Chiesa “per esortare alla preghiera, che sa ottenere dal cuore misericordioso di Dio la riconciliazione e la pace”.

La preghiera, infatti, “disarma l’insipienza e genera dialogo là dove il conflitto è aperto”; quando è “sincera e perseverante”, essa è in grado di rendere la nostra voce “mite e ferma, capace di farsi ascoltare anche dai Responsabili delle Nazioni”.

Papa Francesco ha infine rivolto il proprio pensiero a Gerusalemme, “là dove tutti siamo spiritualmente nati (cfr Sal 87,4). Alla Città Santa il Pontefice ha augurato “ogni consolazione perché possa essere veramente profezia di quella convocazione definitiva, da oriente a occidente, disposta da Dio (cfr Is 43,5)”.

La benedizione finale sulle chiese orientali è stata compiuta dal Santo Padre invocando i beati Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, perché, “instancabili operatori di pace sulla terra, siano i nostri intercessori in cielo”.

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Uniti sotto il vescovo di Roma
Papa Francesco riceve i patriarchi e gli arcivescovi maggiori delle Chiese Orientali

Di Luca Marcolivio

CITTA' DEL VATICANO, 21 Novembre 2013 (Zenit.org) - In occasione del suo incontro con i patriarchi e gli arcivescovi maggiori delle Chiese Orientali Cattoliche, papa Francesco ha rinnovato l’appello all’unità in nome del vescovo di Roma. L’udienza si è tenuta giovedì 21 novembre nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano.

“Attraverso i vostri volti – ha detto il Pontefice rivolto ai presuli orientali - vedo le vostre Chiese, e vorrei anzitutto assicurare la mia vicinanza e la mia preghiera per il gregge che il Signore Gesù ha affidato a ciascuno di voi, e invoco lo Spirito Santo, affinché ci suggerisca quanto insieme dobbiamo imparare e mettere in pratica per servire con fedeltà il Signore, la sua Chiesa e l’umanità intera”.

Francesco ha dunque rinnovato la propria “grande stima” per il “patrimonio spirituale dell’Oriente cristiano” e ha richiamato l’esortazione post-sinodale Ecclesia in Medio Oriente del suo predecessore Benedetto XVI che definiva i patriarchi e vescovi orientali come “i custodi vigilanti della comunione e i servitori dell’unità ecclesiale”.

Questa unità tra le Chiese d’Oriente, si realizza nella “unione indefettibile con il Vescovo di Roma”, ha ricordato il Papa, citando l’Esortazione.

“Essere inseriti nella comunione dell’intero Corpo di Cristo – ha proseguito -  ci rende consapevoli del dovere di rafforzare l’unione e la solidarietà in seno ai vari Sinodi patriarcali, «privilegiando sempre la concertazione su questioni di grande importanza per la Chiesa in vista di un’azione collegiale e unitaria»”.

Per rendere la propria testimonianza credibile, ognuno è chiamato a ricercare sempre “la giustizia, la pietà, la fede, la carità, la pazienza e la mitezza”, assieme a “uno stile di vita sobrio a immagine di Cristo, che si è spogliato per arricchirci con la sua povertà” e “allo zelo instancabile e a quella carità, fraterna e paterna insieme, che i Vescovi, i presbiteri e i fedeli, specie se vivono soli ed emarginati, attendono da noi”.

A tal proposito, il Santo Padre ha avuto una speciale menzione per i “nostri sacerdoti bisognosi di comprensione e sostegno, anche a livello personale”: costoro “hanno diritto di ricevere il nostro buon esempio nelle cose che riguardano Dio, come in ogni altra attività ecclesiale” e “ci chiedono trasparenza nella gestione dei beni e sollecitudine verso ogni debolezza e necessità. Il tutto, nella più convinta applicazione di quella autentica prassi sinodale, che è distintiva delle Chiese d’Oriente”.

In conclusione, papa Francesco ha chiesto ai presuli orientali di “pregare  per me” e ha promesso loro di mettersi “in ascolto di quanto vorrete comunicarmi e vi esprimo fin d’ora la mia riconoscenza”.

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1 GENNAIO 2014 SOLENNITA' DI MARIA MADRE DI DIO (Rito romano)

 

Dalla Terra Santa la voce e l’augurio del Patriarca Twal: ‘Lavorare per pace giusta e duratura’

twal.gerusalemmetnGERUSALEMME - “La nostra Terra Santa ha bisogno di fraternità tra i popoli, tra gli ebrei, i cristiani e i musulmani. Sappiamo già che molti uomini e donne di buona volontà lavorano duramente al servizio di una terra più fraterna, per una pace giusta, duratura, equa e sicura”. Lo ha detto il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, celebrando ieri nella città santa la solennità di Maria Santissima Madre di Dio. “La nostra vocazione di cristiani – ha ricordato il patriarca – esige che ci mettiamo al servizio dei nostri fratelli, dei nostri paesi, per contribuire alla loro crescita. Sul piano sociale e umanitario, molte associazioni cattoliche lavorano generosamente per venire in aiuto agli abitanti di Gaza, ai numerosi rifugiati siriani che giungono nella nostra diocesi”.

Trovate qui di seguito l’omelia per la solennità di Maria Santissima Madre di Dio, del 1°gennaio 2014, del Patriarca SB Fouad Twal pronunciata alla chiesa ConCattredale del Patriarcato latino di Gerusalemme.

Cari fratelli nell’episcopato,
Signore e signori,
Cari Padri, care Sorelle,
Cari fratelli e sorelle, voi tutti che formate la grande famiglia della Terra Santa,

« Il Signore rivolga su di te il suo volto, e ti conceda pace !» (Nm 6, 22-27)

Nell’augurarvi un felice anno 2014, vorrei anche condividere con voi qual’è la nostra speranza cristiana: il nostro mondo, il nostro Medio Oriente, la nostra Terra Santa non sono destinate irrimediabilmente al caos. Grazie alle nostre azioni di sostegno e di amicizia, per piccole che siano, «dei nuovi cieli e una nuova terra» (Ap 21,1) possono sorgere. Ecco perché vorrei ringraziare tutte le congregazioni religiose, le comunità laiche, le associazioni e tutti coloro che operano nella preghiera, nell’apostolato, nella solidarietà per vivere il Vangelo nella fede e nelle opere.

Tutti insieme formiamo una grande famiglia ed è una gioia essere qui oggi tra fratelli e sorelle attorno alla nostra Madre Celeste per rendere grazie per le belle cose realizzate insieme quest’anno e per chiedere perdono a suo Figlio per tutti i nostri  peccati e per tutte le nostre mancanze di carità fraterna.

Non c’è fraternità autentica senza il riconoscimento della paternità di Dio. Una paternità infinitamente amorevole e giusta, che ci rende non solo figli, ma anche fratelli, membri di una sola grande famiglia, aventi come vocazione quella di volersi bene.

Questo preambolo è il fondamento sul quale Papa Francesco ha costruito il suo messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace, che noi oggi celebriamo. Il Papa ci dice che «La fraternità è una dote che ogni uomo e donna reca con sé in quanto essere umano, figlio di uno stesso Padre. Davanti ai molteplici drammi che colpiscono la famiglia dei popoli – povertà, fame, sottosviluppo, conflitti, migrazioni, inquinamenti, disuguaglianza, ingiustizia, criminalità organizzata, fondamentalismi -, la fraternità è fondamento e via per la pace» (1).

Il Papa riserva un tono più diretto contro i conflitti armati che proseguono « nell’indifferenza generale ». «Riscoprite in colui che oggi considerate solo un nemico da abbattere il vostro fratello e fermate la vostra mano!» (2), ha espresso con vigore in un « forte appello » che fa eco a quello pronunciato all’Angelus del 1° Settembre, per annunciare la veglia di preghiera per la Siria e il Medio Oriente. Egli aveva allora ripreso il famoso grido di Papa Paolo VI alle Nazioni Unite: “Mai più la guerra!”

Per il Papa, la chiave di questa sfida risiede principalmente nella fraternità di Cristo. Il Figlio primogenito del Padre, fratello di una moltitudine di fratelli, che con la sua morte e risurrezione, ha riconciliato in se tutti gli uomini; è lui che rigenera la fraternità che gli uomini non sono in grado di generare da soli. Seguirlo aiuta a non considerare il prossimo come un nemico o avversario da eliminare, ma come un fratello.

Così, « la fraternità ha bisogno di essere scoperta, amata, sperimentata, annunciata e testimoniata» (3); « … siamo i custodi gli uni degli altri » (4).

Cari fratelli e sorelle,
si tratta di un programma molto bello, non per un anno, ma per tutta la vita. Sappiamo che la nostra Terra Santa ha bisogno di questa fraternità tra i popoli, tra gli ebrei, i cristiani e i musulmani. Sappiamo già che molti uomini e donne di buona volontà lavorano duramente al servizio di una terra più fraterna, per una pace giusta, duratura, equa e sicura. La nostra vocazione di cristiani esige che ci mettiamo al servizio dei nostri fratelli, dei nostri paesi, per contribuire alla loro crescita. Sul piano sociale e umanitario, molte associazioni cattoliche lavorano generosamente per venire in aiuto agli abitanti di Gaza, ai numerosi rifugiati siriani che giungono nella nostra diocesi.

Cari fratelli e sorelle di Terra Santa,
veniamo tutti da una famiglia; la famiglia è la prima cellula in cui si forgia questa fraternità. L’enciclica di Papa Francesco, Lumen fidei, tratta della famiglia nel suo rapporto con la fede, che rivela « quanto possono essere saldi i vincoli tra gli uomini, quando Dio si rende presente in mezzo ad essi.» (5). E il Papa aggiunge che « Il primo ambito in cui la fede illumina la città degli uomini si trova nella famiglia » (6). Ecco perché conto su tutti voi nell’anno nuovo ormai vicino, che è posto sotto il segno della famiglia in vista del Sinodo straordinario di ottobre 2014, consacrato a questo tema. La famiglia può partecipare alla costruzione di un nuovo umanesimo di fratellanza in contrapposizione alla «globalizzazione dell’indifferenza » (7) e la nostra Chiesa deve rilevare «le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione » come ci invita il documento di preparazione al sinodo.

La missione di annunciare il Vangelo ad ogni creatura è stata direttamente affidata dal Signore ai suoi discepoli e la Chiesa ne è messaggera nella storia. Nel tempo in cui viviamo, l’evidente crisi sociale e spirituale diventa una sfida pastorale che interpella la missione evangelizzatrice della Chiesa per la famiglia, nucleo vitale della società e della comunità ecclesiale.

La pace a cui dobbiamo mirare, il Cristo risorto ci chiama a trasmetterla soprattutto in questa terra devastata dai conflitti ormai da molti anni. Assieme ai molti altri religiosi della Terra Santa, cristiani e non, siamo chiamati a costruire una pace sociale duratura, senza abbandonare la nostra fede, ma avendo un atteggiamento di apertura nella verità e nell’amore, saldi nella nostra fede e nella gioia di condividerla, sapendo tuttavia adattare il nostro discorso, perché possa essere ascoltato e capito.

Cari fratelli e sorelle,
affidiamo quest’anno che comincia proponendo di impegnarci in veri e concreti gesti d’amore. La nostra fratellanza deve impregnare la nostra cooperazione nella missione per il bene comune al di là delle rivalità e delle gelosie.

E anche se la croce ci accompagna su questa Terra Santa, chiediamo la grazia di portarla con forza e insieme. Maria, di cui oggi ricorre la festa della Divina Maternità, sia il nostro aiuto e il nostro conforto nel cammino.

Cari fratelli e sorelle, care famiglie,
vi auguro un felice anno nuovo nella pace e nella fraternità, in attesa della visita del Santo Padre, che verrà da noi nel maggio prossimo come pellegrino e come fratello di tutti i credenti di questa Terra Santa.

+ Fouad Twal, Patriarca Latino di Gerusalemme

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UNA CONFERENZA INTERESSANTE.

Oggi, sabato 2 maggio 2051 sfogliando l'Osservatore romano ho saputo di un una conferenza che si è tenuta a Bari, il 30 aprile  sul tema dei cristiani d'oriente.Ha tenuto una relazione davvero interessante l'arcivescovo  Callager segretario per i Rapporti con gli Stati.

 Riposto qui l'intera relazione perchè, credo, permette più di una riflessione, soprattutto una presa di coscienza della gravità della situazione e dei ritardi a livello internazionale nell'intervenire per alleviare le sofferenxze di tanti cristiani e di altre persone appartenenti ad altre religioni. Ho inserito questa conferenza del Cardinale nella pagina di Papa Francesco che non manca di ricordare al mondo le tragedie di comunità confessionali nell'Oriente. Cercherò per quanto mi sarà possibile, anche con l'aiuto di esperti del problema di fare qualche mio commento. Ecco la  relazione del cardinal4e

Quale futuro
per i cristiani in Medio oriente

· Intervento del segretario per i Rapporti con gli Stati alla conferenza internazionale tenutasi a Bari ·

Pubblichiamo l’intervento dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, sul tema «Christians in the Middle East: What Future?», tenuto a Bari giovedì 30 aprile.

Gallagher

Colgo l’occasione per ringraziare gli organizzatori di questa Conferenza internazionale sul futuro dei cristiani in Medio Oriente, promossa dalla Comunità  di Sant’Egidio in collaborazione con l’Arcidiocesi di Bari. Rivolgo il mio saluto a tutti i qualificati partecipanti, in maniera speciale all’Arcivescovo anfitrione, S.E. Mons. Francesco Cacucci.

Negli ultimi mesi siamo stati testimoni delle atrocità inaudite perpetrate da più parti del Medio Oriente che hanno costretto migliaia di cristiani e di persone appartenenti ad altre minoranze religiose a fuggire dalle proprie case e cercare rifugio altrove in condizioni di precarietà, sottoposte a sofferenze fisiche e morali. Alcuni hanno venduto o quasi ceduto le loro proprietà allo scopo di pagare i “trafficanti” che li fanno arrivare in Europa o in altri Paesi. Tanti altri sono stati sequestrati e addirittura uccisi a causa della fede che professano.

Questa situazione così grave e dolorosa in un certo senso ha risvegliato la coscienza della comunità internazionale. Sono in gioco principi fondamentali come il valore della vita, la dignità umana, la libertà religiosa, e la convivenza pacifica e armoniosa tra le persone e i popoli.

La Santa Sede da tempo segue con viva preoccupazione la situazione in Medio Oriente con un impegno per il bene di tutti, ma con uno sguardo particolare alla situazione dei cristiani e con un’attenzione speciale a questioni fondamentali quali il rispetto delle minoranze e dei diritti umani, in particolare, quello della libertà religiosa.

Tra le diverse iniziative che il Santo Padre ha voluto promuovere negli ultimi mesi ritengo opportuno ricordare le tre seguenti. La prima è stata la convocazione in Vaticano, dal 2 al 4 ottobre 2014, dei Rappresentanti Pontifici del Medio Oriente, e degli Osservatori Permanenti della Santa Sede presso le Nazioni Unite perché, insieme ai Superiori della Segreteria di Stato e di altri Dicasteri della Curia Romana, riflettessero sulla situazione dei cristiani e la loro presenza nella Regione.

La seconda iniziativa è stata quella di dedicare al Medio Oriente il Concistoro ordinario del 20 ottobre dell’anno scorso, con la partecipazione dei Patriarchi delle Chiese Orientali e del Patriarca latino di Gerusalemme.

Infine, poco prima del Natale, il Santo Padre ha indirizzato una Lettera ai Cristiani del Medio Oriente esprimendo loro la vicinanza e la solidarietà della Chiesa e ricordando che questa sofferenza “grida verso Dio e fa appello all’impegno di tutti noi, nella preghiera e in ogni tipo di iniziativa”.

Inoltre, sono numerosi i suoi appelli in favore dei cristiani e degli altri gruppi che soffrono nella Regione e altrove, invitando la comunità internazionale a non volgere lo sguardo da un’altra parte. La questione che ci interessa è presente pure nei colloqui del Santo Padre e della Segreteria di Stato con le tante Autorità da ogni parte del mondo che si recano in Vaticano.

Nel rispondere al tema odierno sul futuro del cristiani in Medio Oriente, vorrei approfondire quattro questioni.

I. Importanza dei cristiani in Medio Oriente.

Da secoli, convivono insieme in quella terra diversi gruppi etnici e religiosi, che costituiscono una ricchezza e un tratto distintivo per il Medio Oriente, anche se non sono mancati i conflitti e le tensioni tra di loro. Tuttavia, negli ultimi anni abbiamo assistito a un accrescersi di tali conflitti, che mettono a rischio la stessa sopravvivenza di un Medio Oriente inteso appunto come un luogo di convivenza di persone e popoli appartenenti a diversi gruppi religiosi ed etnici.

Di questa situazione hanno sofferto in modo particolare i cristiani, molti dei quali hanno lasciato la regione alla ricerca di un futuro migliore. Questo è un dramma che ci preoccupa.

Un Medio Oriente senza o con pochi cristiani, affermava Papa Benedetto XVI nell’Esortazione Apostolica Postsinodale Ecclesia in Medio Oriente, “non è più il Medio Oriente, giacché i cristiani partecipano con gli altri credenti all’identità così particolare della regione”.

La presenza cristiana nella regione è importante sia per la vita della Chiesa che per lo sviluppo della società. I cristiani in Medio Oriente, come ha detto il Santo Padre Francesco nel Suo Intervento alla Plenaria della Congregazione delle Chiese Orientali nel 2013, “da duemila anni vi confessano il nome di Gesù, inseriti quali cittadini a pieno titolo nella vita sociale, culturale e religiosa delle nazioni a cui appartengono”. Essi, infatti, svolgono un ruolo di primo ordine al servizio del bene comune ad esempio attraverso l’educazione, la cura dei malati e l’assistenza sociale; sono artefici di pace, di riconciliazione e di sviluppo. Tuttavia, prima ancora delle opere della Chiesa in questi ambiti, da tutti apprezzate, la ricchezza maggiore per la Regione sono i cristiani in quanto tali, ci ricorda Papa Francesco nella Lettera indirizzata ai Cristiani del Medio Oriente.

I cristiani, come un piccolo gregge, hanno la vocazione ad essere lievito nella massa e sono chiamati alla santità della vita (Cfr. Lettera del Santo Padre Francesco ai Cristiani del Medio Oriente). Essi, uniti tra di loro e in collaborazione con gli appartenenti ad altre religioni, soprattutto con i musulmani, sono chiamati ad essere artefici di pace e di riconciliazione e, senza cedere alla tentazione di cercare difarsi tutelare o proteggere dalle autorità politiche o militari di turno per “garantire” la propria sopravvivenza, devono offrire un contributo insostituibile alle rispettive società che si trovano in un processo di trasformazione verso la modernità, la democrazia, lo stato di diritto e il pluralismo. Al riguardo, e come riferirò più avanti, è importante l’azione dei fedeli laici nella vita sociale e politica di ogni Nazione. La presenza cristiana nella Regione, quindi, deve essere considerata come una vocazione particolare e per questo i fedeli devono essere incoraggiati a rimanere offrendo loro le motivazioni spirituali insieme ai necessari sostegni economici e altri.

Tutta la Chiesa ha la responsabilità di sostenere con la preghiera e con ogni mezzo possibile i nostri fratelli cristiani che confessano la loro fede in Medio Oriente e d’incoraggiarli a continuare ad essere una presenza significativa per il bene di tutta la società.

 

II. Condizioni per rimanere e per fermare l’esodo dei cristiani.

L’esodo dei cristiani sembra non fermarsi, costringendo alcuni Patriarchi e Vescovi ad alzare la loro voce per cercare di rallentare questa diaspora. E’ un problema delicato perché i cristiani che rimangono nella Regione devono trovarvi condizioni adeguate di vita, di sicurezza e prospettive per il futuro.

Al riguardo, è importante in primo luogo la sensibilizzazione della Comunità internazionale per far fronte all’emergenza umanitaria e garantire condizioni minime di sicurezza per le minoranze e per le comunità cristiane. I dati riguardanti la profonda crisi umanitaria che affligge la Regione sono allarmanti: in Siria, ad esempio, in quattro anni di conflitto il numero di persone in stato di necessità è passato da 1 a 12.2 milioni, su una popolazione di 23 milioni. Attualmente si deve far fronte a questa emergenza per provvedere cibo, acqua, case, educazione per i giovani, lavoro e cure mediche ai tanti bisognosi, agli sfollati e ai rifugiati in tutto il Medio Oriente. Però, pensando a lungo termine, si devono prendere altre misure adeguate per garantire la presenza cristiana, nonché quella degli altri gruppi minoritari nelle loro terre di origine.

Tra le sfide da affrontare sottolineo quelle che riguardano innanzitutto il rispetto dei diritti umani, in particolare quelli della libertà religiosa e di coscienza. Si deve insistere sulla libertà religiosa, che include la libertà di cambiare religione. In numerosi Paesi del Medio Oriente, infatti, esiste la libertà di culto, mentre lo spazio della libertà religiosa non poche volte è assai limitato. Allargare questo spazio di libertà diventa un’esigenza per garantire a tutti gli appartenenti alle varie comunità religiose la vera libertà di vivere e professare la propria fede.

Un altro diritto che deve essere garantito è quello dei profughi di fare ritorno e di vivere in dignità e sicurezza nel proprio Paese e nel proprio ambiente. Si tratta di un diritto che deve essere sostenuto e garantito tanto dalla Comunità internazionale quanto dagli Stati, di cui le persone sfollate o profughe sono cittadini.

Da sottolineare che i cristiani non vogliono essere semplicemente tollerati ma considerati cittadini a pieno titolo in quelle terre dove, tra l’altro, sono presenti dall’inizio del cristianesimo, molto prima dell’arrivo dell’Islam. E’ importante che questo concetto di cittadinanza sia promosso sempre più come punto di riferimento per la vita sociale, garantendo i diritti di tutti, incluse le minoranze, attraverso strumenti giuridici adeguati.

III. Compito della Comunità internazionale.

Il ruolo che deve svolgere la Comunità internazionale per garantire la presenza dei cristiani e di altri gruppi minoritari nel Medio Oriente è assai importante e primordiale. La Comunità internazionale non può rimanere inerte o indifferente di fronte alla drammatica situazione attuale. Di fronte alle sfide che si presentano, essa deve andare alla radice dei problemi, riconoscere anche gli errori del passato e cercare di favorire un avvenire di pace e di sviluppo per la Regione mettendo al centro il bene della persona e il bene comune. L’esperienza ha mostrato che la scelta della guerra, invece del dialogo e del negoziato, moltiplica la sofferenza di tutta la popolazione mediorientale. Che cosa ha prodotto la via della violenza se non un’ulteriore distruzione, senza risolvere i problemi? Solo la via della pace porta alla speranza e al progresso. Si deve, quindi, promuovere la pace mediante il negoziato e il lavoro diplomatico fermando, come chiede spesso il Santo Padre, il traffico di armi.

Nel caso specifico delle violazioni e degli abusi commessi ai cristiani e alle minoranze religiose, la Comunità internazionale, attraverso le Nazioni Unite e le strutture che si sono date per simili emergenze, dovrà agire per prevenire possibili e nuovi crimini e per assistere i numerosi rifugiati. Sembra opportuno che gli Stati della Regione siano direttamente coinvolti, assieme al resto della Comunità internazionale, nelle azioni da intraprendere con la consapevolezza che non si tratta di proteggere l’una o l’altra comunità religiosa o l’uno o l’altro gruppo etnico, ma delle persone che sono parte dell’unica famiglia umana e i cui diritti fondamentali sono sistematicamente violati.

Si devono trovare i meccanismi per incoraggiare in particolare i Paesi a maggioranza musulmana ad affrontare il fenomeno del terrorismo in maniera seria, con controlli sugli insegnamenti nelle moschee e nelle scuole, senza dimenticare che si deve mettere anche un certo limite a diverse espressioni e manifestazioni che si verificano ogni tanto in Occidente affinché si evitino gli atti di offesa e di provocazione a quanto è caro e considerato sacro dalle diverse religioni

Va segnalato, inoltre, che nel mondo islamico c’è una questione di fondo, su cui non manca neanche un certo dibattito, che è quella del rapporto tra la religione e lo Stato. Il nesso inscindibile tra religione e politica e la mancanza di distinzione tra l’ambito religioso e civile rende difficile la vita delle minoranze non musulmane e in particolare quella dei cristiani. Occorrerebbe perciò contribuire a far maturare l’idea della necessità di distinguere i due ambiti, promuovere la reciproca autonomia, pur nella collaborazione delle diverse sfere (che possono coesistere senza contraddirsi), ed il dialogo tra le autorità religiose e le autorità politiche, nel rispetto delle rispettive competenze e della reciproca indipendenza.

IV. Compito della Chiesa.

Di fronte a queste sfide che cosa può fare la Chiesa? Ho già accennato a diversi impegni che la tutta la Chiesa può assumere in favore dei cristiani della Regione sostenendoli con la preghiera e con ogni tipo di iniziativa.

Molti cristiani della Regione, infatti, si sentono soli o abbandonati. E’ importante che la Chiesa venga loro incontro, li sostenga, illumini la loro vocazione particolare di cristiani del Medio Oriente e possa stringere con loro legami di amicizia, di vicinanza e di comunione.

Essi vanno aiutati ad affrontare la crisi umanitaria dei fedeli e degli altri gruppi minoritari che patiscono ogni tipo di persecuzione o discriminazione. Nell’apprezzare la generosità di tante istituzioni e persone cristiane vanno ancora sensibilizzati i cristiani del mondo intero per favorire la solidarietà nei confronti dei loro fratelli sofferenti in Medio Oriente.

Va apprezzata e incoraggiata la presenza della Chiesa e in particolare di quanti hanno una qualche responsabilità di fronte alla comunità: i Vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi, le religiose e i catechisti, per offrire a tutti un segno di speranza e di conforto, per incoraggiare i fedeli a continuare a testimoniare che i discepoli di Cristo sono chiamati ad essere “sale della terra e luce del mondo”. In questo modo potranno costruire insieme agli appartenenti ad altre religioni, uniti anche nel dolore e nella sofferenza, una società più giusta e più umana dove tutti hanno un luogo, un compito e una responsabilità.

In questo aspetto è molto importante il ruolo delle famiglie e dei laici in generale. Al riguardo, si rivelerebbe di grande utilità la formazione di laici che possano qualificarsi su diversi argomenti della Dottrina Sociale della Chiesa (quali la separazione tra religione e Stato, lo Stato di diritto e la cittadinanza, la democrazia, il pluralismo, i diritti umani, le libertà fondamentali) e che possano anche assumere delle responsabilità in campo politico ed economico

Si rende sempre più evidente a tutti l’importanza del dialogo interreligioso e tanti ne parlano. E’ fondamentale però impegnarsi seriamente e favorirlo, tanto più che esso costituisce l’antidoto migliore contro ogni forma di fondamentalismo. I leaders religiosi ebrei, cristiani e musulmani possono e devono svolgere un ruolo indispensabile per favorire sia il dialogo interreligioso e interculturale che l’educazione alla reciproca comprensione. Inoltre, essi devono denunciare chiaramente la strumentalizzazione della religione per giustificare la violenza.

Non vorrei concludere questo intervento senza far riferimento ad un’altra realtà che rileva, non l’esodo dei fedeli dal Medio Oriente, bensì il contrario, cioè una nuova presenza cristiana in quella terra. Si tratta di un dato che rappresenta una sfida per la Chiesa e un segno di speranza. Infatti, accanto alla diminuzione dei fedeli delle Chiese di antica tradizione presenti in Medio Oriente da tanti secoli, si registra l’aumento del numero dei cristiani in cerca di lavoro provenienti da altri Paesi, soprattutto dall’Asia[1]. Dobbiamo fare più attenzione a tale nuova presenza cristiana e andarle incontro con sensibilità pastorale ed accoglienza.

I cristiani in Medio Oriente vivono una situazione di grande difficoltà, alcuni di loro hanno sofferto la persecuzione solo per il fatto di credere in Gesù. Le sofferenze patite dai cristiani, ci ricorda il Santo Padre nella Lettera indirizzata ai Cristiani del Medio Oriente, “portano un contributo inestimabile alla causa dell’unità. E’ l’ecumenismo del sangue, che richiede fiducioso abbandono all’azione dello Spirito Santo”. Dicevano i Padri della Chiesa che il sangue dei martiri è il seme di nuovi cristiani. È mio auspicio che con l’aiuto del Signore, la sofferenza di tanti nostri fratelli porti frutti di bene per il futuro dei cristiani nella Regione. Sono molte le sfide che si presentano a tutti i livelli politico, diplomatico, pastorale ma non dobbiamo dimenticare che Gesù Cristo è il Signore della storia. A Lui affidiamo il futuro dei cristiani in Medio Oriente, la loro presenza in quella “terra benedetta dal Signore”.


[1] Questo fenomeno è particolarmente rilevante nei Paesi del Golfo. Secondo l’Annuario Pontificio 2015, nel Vicariato Apostolico d’Arabia del Nord, che comprende Kuwait, Qatar, Bahrein e Arabia Saudita ci sarebbero ben 2.445.000 cattolici e in quello d’Arabia del Sud, che comprende Emirati Arabi Uniti, Yemen e Oman, 942.000. Ci sarebbero inoltre tanti cristiani appartenenti ad altre Chiese o confessioni cristiane, di cui è difficile stimare il numero. Quasi tutti i cristiani residenti nei due Vicariati Apostolici sono stranieri.

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Su Vatican insider ho trovato l'intervento di Andrea Riccardi che ha chiuso la conferenza internazionale già presentata prima nell'articolo precedente. E' una sintesi dei lavori che  permette di 'sentire il poslo' degli intellettuali e comunque delle teste che possono contare, a proposito del destino delle comunità cristiane in Oriente. Sono  sempre molto lunghi, ma vale la pena di  leggerle.

 

30/04/2015 

«Ascoltiamo le voci dei cristiani in Medio Oriente»  Rss Feed Twitter Facebook Print

 
Andrea Riccardi alla Conferenza di Bari

Andrea Riccardi alla Conferenza di Bari

 

 

 

 

 

 

 

L'intervento di Andrea Riccardi a conclusione della conferenza internazionale organizzata a Bari dalla diocesi e dalla Comunità di Sant'Egidio

andrea riccardi
bari

Quale futuro per i cristiani in Medio Oriente? È la domanda che ci poniamo in un momento drammatico per le comunità cristiane in Medio Oriente: la regione sta attraversando mesi terribili. Ieri abbiamo ascoltato alcune vivide testimonianze. Se è vero che c'è un conflitto durissimo tra musulmani (tra sunniti e sciiti, o tra sunniti di varie posizioni), esiste però una condizione particolare dei cristiani in Medio Oriente, da considerare come tale. Lo hanno detto i leader cristiani mediorientali da tempo: sta avvenendo uno sconvolgimento!
Tante volte, nella loro storia bimillenaria, i popoli cristiani d’Oriente hanno subito violenze, rischiando la loro esistenza. Ma questa volta si assiste a una drammatica pulizia etnica in intere regioni, che forse non ha paragoni nella storia e rappresenta quasi la fine di una storia. Vorrei ricordare, salutando Sua Beatitudine Chrisostomos, la dolorosa situazione di Cipro occupata.

 


Significativamente ricorre in questi giorni un centenario: la strage degli armeni e dei cristiani, cominciata il 24 aprile 1915, un disegno di pulizia etnica nazionalista che si servì del fanatismo religioso per distruggere crudelmente più di un milione e mezzo di armeni e di cristiani nell'impero ottomano. È Metz Yeghern, il Grande Male, degli armeni. Ma –per i siriaci o i caldei, troppo a lungo dimenticati- è Seyfo, il tempo della spada. Scomparve un mondo di convivenza (difficile ma reale) tra musulmani e cristiani nell'attuale Turchia, mentre Siria, Libano, Iraq e altri paesi divennero rifugio per i cristiani. Oggi –a cent’anni da quella storia- sembra che un ciclo si stia concludendo con esodi e stragi proprio da quelle terre. Qualcuno parla di un genocidio delle minoranze in Medio Oriente. È certo un martirio per tanti, costretti a lasciare le loro case o che perdono la vita per il fatto che sono cristiani.
Si badi bene: il martirio non è di chi cerca la morte o si dà la morte per uccidere gli altri. Il martirio è quello di chi –pur volendo vivere- non rinuncia alla propria fede e identità. E per questo viene eliminato. Resta una domanda senza risposta ragionevole: perché? Perché sono contro di loro? I cristiani sono miti, inoffensivi, laboriosi, abituati a vivere pacificamente con gli altri di diversa religione. Forse proprio questa realtà così pacifica risulta intollerabile per il totalitarismo islamico, che vuole costruire uno Stato musulmano integrale e oppressivo. Resta inquietante e senza giusta risposta la domanda: perché questi cristiani pacifici sono perseguitati? Questa domanda è, allo stesso tempo, un atto d’accusa e un grido di dolore contro la persecuzione insensata e implacabile.

 

Anche perché, nella lunga storia del mondo arabo, le minoranze cristiane hanno rappresentato una realtà di apertura e una garanzia di pluralismo, radicate in storie tanto antiche che risalgono a prima dell'islam. Nell’ecologia politica e sociale del mondo musulmano, anche in presenza di regimi chiusi, esse sono state un argine di fronte alle pulsioni totalitarie dell’islam. La loro eliminazione rappresenta un suicidio del pluralismo, che sarà pagato a caro prezzo dai musulmani stessi, specie dalle minoranze islamiche considerate eterodosse, gli sciiti, le donne, i giovani più globalizzati, i più laici. Sì, un suicidio, perché i cristiani hanno sempre dato un contributo importante alle età migliori delle società arabe, non fosse la rinascita, la Nahada.

 
Un mondo sta scomparendo: è un dramma per i cristiani, un vuoto per le società musulmane, una perdita per l’equilibrio del Mediterraneo e per la civiltà. Avete vissuto la vicenda dolorosissima della Piana di Ninive, bimillenaria terra cristiana da cui sono stati sradicati i cristiani, in larga parte rifugiati in Kurdistan. C'è poi la vicenda della Siria, dilaniata da quattro anni di violenza e guerra. Aleppo, per cui abbiamo lanciato un appello fatto proprio dall'inviato dell'ONU ma –purtroppo senza significativi riscontri-, sta morendo in un cerchio di fuoco. Aleppo, patrimonio dell'UNESCO, crocevia secolare di convivenza e di scambi, si spegne sotto i bombardamenti, mentre chi può fugge. Era un luogo di convivenza, che ricordo con nostalgia e dolore per la sua vita dolce e tollerante. La guerra in Siria dura quasi come la prima guerra mondiale e produce un incredibile numero di profughi, che soffocano il Libano (1.500.000 su tre milioni di abitanti)


La domanda sul futuro dei cristiani in Medio Oriente si connette necessariamente con un quadro regionale di diffusa violenza e insicurezza per tutti, specie i gruppi minoritari. Che si può fare per i cristiani in questo quadro simile? Per una risposta efficace - ci sembra lo scopo di questo convegno - è necessario ascoltare le voci dei cristiani d'Oriente. Che pensano i cristiani d'Oriente riguardo al loro futuro? In questa prospettiva ringrazio il ministro italiano degli affari esteri e della cooperazione internazionale, Paolo Gentiloni, per la sua presenza a questo incontro. Come ringrazio mons. Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati, da parte della Santa Sede, e degli altri rappresentanti dei ministeri degli esteri.

 
La maggioranza dei cristiani orientali – lo ha detto ieri monsignor Kawak – ha sempre pensato che, nei paesi arabi, le primavere portassero a conseguenze negative per la loro sicurezza, considerando garanzie migliori la persistenza dei regimi autoritari: per sopravvivere – ha aggiunto il patriarca Aphrem. Fin dal 2003, ha considerato la guerra all'Iraq un errore dirompente per quel paese. Una distanza di percezione tra i cristiani d’Oriente da una parte, l’Europa e l’Occidente dall’altra è evidente: non una divaricazione. L’Occidente, pur nelle sua articolazioni, ha la chiara consapevolezza che l’instabilità mediorientale apre gravi falle nell’equilibrio mediterraneo: pace e stabilità, il contagio terroristico, sono sue preoccupazioni. La Russia è una realtà rilevante in questo quadro, ed è parte della soluzione. Cari amici, per i problemi complessi, non ci sono soluzioni semplici.

 
Il tema quindi è: che succede all’islam e come reagire? Assistiamo a un conflitto mortale per la supremazia e la leadership nel mondo sunnita tra Turchia, Arabia Saudita ed Egitto. A ciò si aggiunge la sfida dell’islam sciita alla maggioranza sunnita. In questo contesto vengono schiacciate tutte le minoranze e si è creata un’area di instabilità gravissima. Si tratta di una situazione non nuova nella storia dell’islam: il caos, la fitna. Sappiamo quante guerre hanno diviso i musulmani, almeno fino all’avvento degli Ottomani. Tra gli stessi terroristi jihadisti c’è conflitto: come tra al Nusra (al Qaeda) e l’Isis e tant'altro.


Chiunque vinca quella guerra (e non prevedo che la vinca alcuno), ne emergerà un mostro in mezzo alle macerie… I musulmani devono essere richiamati a diverse responsabilità. Bisogna parlare con loro il più possibile: con tutte le istanze. Devono essere coscienti che farsi la guerra coinvolge altri, coinvolge tutti, anche molto lontano. L’odio tra sciiti e sunniti e l’avversione all’interno dell’islam sunnita, sta deturpando il volto dell’islam secolare. Non possono pensare di prendere in ostaggio il mondo per le loro divisioni. Devono sapere che la loro reputazione cala nel mondo: c’è paura dell’islam ormai, di cui si teme la portata distruttiva, come ha detto anche il presidente Al Sisi.

 
Sappiamo che il popolo dell’islam soffre, desidera la pace ma la sua voce è coperta dai fautori dell’odio. Solo se la crisi tra musulmani troverà soluzione (o almeno tregua), solo allora potremo salvare la cristianità in Oriente e la stabilità nell’area, potremo avere meno rifugiati (che tanto ossessionano la politica europea) e fermare i foreign fighters. Non c’è una soluzione semplice per ciò che è complesso. Nessuno ha la bacchetta magica.

 


Resta la domanda sulle emergenze: cosa fare per i cristiani rifugiati in Kurdistan e negli altri paesi, tra cui la Turchia. Il recente meeting del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dedicato alle minoranze, il 27 marzo 2015, sotto impulso della Francia, è stato un importante segnale di attenzione, quando ha affermato che è una priorità il ritorno dei rifugiati nelle loro case. C'è qui l’angosciosa domanda rivolta ai leader cristiani dalle loro comunità e non da oggi: c’è un futuro nelle nostre terre o si deve emigrare? Ci vuole una riflessione a lungo termine sul futuro della regione e sullo spazio dei cristiani nell'area. Occorre trovare dei porti sicuri, dei safe haven per resistere, come sostengo da anni (e qui si è troppo avuto paura di costruire ghetti). E’ il compito della politica: negoziare con chi può e chi vuole per il futuro della cristianità in quelle terre, chiedere agli Stati (come l’Iraq) di garantire la sicurezza dei cittadini cristiani.

Il tema deve diventare parte dell’azione dei governi. Anche se non si tratta di rinverdire la protezione dei cristiani che ha fatto tanti danni. Creare delle zone di tregua in Siria, come Aleppo (per l’ONU la proposta è ancora sul tavolo). Aiutare specialmente il Libano (l’operazione Unifil voluta dall’Italia l’ha protetto, ma fino a quando?). C’è l’esigenza di rivedere la strategia in Siria. Occidente e l’Europa oggi non sono quelli ottocenteschi della protezione dei cristiani.

Indubbiamente in Occidente è però cresciuta la sensibilità verso il dramma dei cristiani d’Oriente. In Oriente, si è creata una grande unità tra cristiani. Ma – mi chiedo – non è oggi necessario che, proprio in questa emergenza si trovi un modo di realizzare più incisivi interventi umanitari? Insomma il coraggio di azioni unitarie nel mondo globalizzato. L’unità (fra loro e con tutte le Chiese nel mondo) è la forza dei cristiani, in questa drammatica situazione di debolezza. Nella difficile situazione attuale, la speranza si coniuga con il realismo. La speranza viene da Dio – lo sappiamo. Non dall’Occidente. Ma questa speranza maturerà nuove condizioni di rapporti in Medio Oriente. Presto, sì, spero presto!