Al Santo sepolcro

Ricordo quando Mons. Twal venne in Gerico a condividere il mio ringraziamento per il cinquantesimo di ordinazione sacerdotel. Ricordo che era venuto dalla Giordania proprio per stare con me. Non ho mai ricevuto tanta attenzione fraterna da qualche confratello in diocesi, neanche dai miei superiori. Forse non lo meritavo. Ora sono felice di offrire la mia preghiera in ringraziamento per sua Beatitudine. Sono l'ultimo, lo so. ma Importa in queste ricorrenze la sincerità dei sentimenti, la profondità degli a ffetti, la gioia della comunione.

 

Pubblicato il 27 Mag 2016 i

Papa Francesco rende grazie per il Giubileo d’oro del Patriarca Fouad
 Twal

Papa Francesco rende grazie per il Giubileo d’oro del Patriarca Fouad Twal

CITTA’ DEL VATICANO/GERUSALEMME – Il 17 maggio 2016, Papa Francesco ha scritto una lettera al Patriarca Fouad Twal, per congratularsi nel cinquantesimo della sua ordinazione sacerdotale e ringraziarlo per i molti compiti a lui affidati dalla Santa Sede, fino ad oggi. Qui di seguito la traduzione della lettera del Papa La lettera è stata letta dal Nunzio apostolico, mons. Lazzarotto, all’inizio della messa del Corpus Domini al Santo Sepolcro, giovedì 26 maggio: messa di ringraziamento del Patriarca per il suo Giubileo d’oro.

 

 A Sua Beatitudine il nostro caro fratello
Fouad Twal
Patriarca latino di Gerusalemme

 Come è bello, fratello carissimo, tornare col ricordo a quel giorno lontano, giorno decisivo nella tua vita, in cui hai lasciato tutto dietro di te, per diventare con la grazia del Signore dispensatore delle grazie divine. Da allora sono passati cinquant’anni durante i quali ti sei interamente consacrato al ministero presbiterale. È dunque opportuno celebrare degnamente nella festa questo ricordo.

È bello ricordare la tua vita fin dai suoi inizi in Giordania tuo paese natale e ricordare i tuoi studi nel Seminario patriarcale di Beit Jala. È da qui, con la forza dell’Ordine Sacro,  che il tuo ministero pastorale ha preso le mosse incitando i fedeli a custodire la fede e il fervore delle generazioni passate, nonostante le difficoltà, nel ricordo vivo dei loro padri.

Al termine dei tuoi studi di diritto canonico presso la Pontificia Università del Laterano, hai reso diligentemente molti servizi alla Santa Sede, in diversi paesi e presso la Segreteria di Stato, occupandoti di affari pubblici in modo da farne sgorgare benefici spirituali per la Chiesa universale.

La tua nomina ad Arcivescovo di Tunisi, da parte del santo Papa Giovanni Paolo II, ti ha visto molto sensibile all’importanza della regione, in altre epoche molto fiorente, e impegnato a diffondere tra i fedeli il ricordo di una fede ereditata dai padri. Oltre a questa, hai anche assunto la carica di presidente della Conferenza Episcopale dell’Africa del Nord.

Più tardi, col mio predecessore il Papa Benedetto XVI, sei divenuto Patriarca di Gerusalemme. Non mancano certo le testimonianze della missione universale  di questa città che tu conosci molto bene, e che ti sforzi di mettere in evidenza agli occhi dei credenti di altre religioni, per operare insieme e superare gli ostacoli, quale che ne sia la natura, per consolidare l’intenzione e la azione comune.

Carissimo fratello,

tutto ciò che precede è degno di lode e io ho voluto ricordarlo con tutta sincerità nel momento in cui ti prepari a celebrare questo importante anniversario: il Giubileo d’oro del tuo sacerdozio. Ci tengo a farti arrivare – come se fossi presente di persona – tutto il mio amore fraterno, e implorare su di te tutte le ricompense divine, con la mia benedizione paterna, a te innanzitutto, poi ai fedeli che hai vicino sui quali desidero che si estenda. Ti chiedo da ultimo di ricordati di me nella tua preghiera.

Città del Vaticano, 17 maggio 2016, IV del mio Pontificato.

Francesco

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(Il mio augurio a Sua Beatitudine il Patriarca)

 

A Sua Beatitudine Mons. Fouad Twal

Patriarca latino in Gerusalemme

Celebrando il suo Giubileo d’oro

 

            Memore di giorni felici passati davanti al santo Sepolcro, celebrando le solenni liturgie pasquali, in ascolto della sua parola, e nell’imminenza della solennità del ‘Corpus Domini’ mi preme dentro il desiderio di esserci anch’io  per rendere grazie al Signore con Lei del dono del sacerdozio, speso al servizio della santa Chiesa.

            Le sono vicino col pensiero,  con il sentimento filiale (Lei è il mio vescovo!), con l’animo grato per la sua attenzione anche a me, ultimo  dei suoi preti, partecipe   del suo impegno pastorale  per la sua Chiesa nella terra del Signore Gesù, , soprattutto con  la preghiera  celebrando la liturgia della festività con la mia ‘piccola gente’, quasi alla stessa ora, quando davanti al Santo Sepolcro renderà grazie a Colui che l’ha voluta tra i suoi ‘amici più cari’.

 

 

            Voglia Colui che è l’Amore nella sua realtà divina – Uno e trino – benedirLa nei giorni che verranno, sostenendoLa nelle difficoltà che il suo ministero incontra ogni giorno. Lo Spirito Santo illumini il suo cammino e La sostenga nei suoi progetti pastorali.

            Voglia, Eccellenza, tenermi presente qualche volta nella sua ‘orazione’ perché ne sento il bisogno. La ringrazio per il ‘bene’ che mi vuole e del quale non sono degno.

            Mi benedica, nel nome del Signore

         Suo Don Pino Caimi

Seregno 24 maggio 2016

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Pubblicato il 26 Mag 2016

Omelia del Patriarca Fouad Twal per il Corpus Domini e il suo giubileo d’oro sacerdotale

Omelia del Patriarca Fouad Twal per il Corpus Domini e il suo giubileo d’oro sacerdotale

GERUSALEMME – Nel corso di una messa celebrata nella Basilica del Santo Sepolcro, in occasione della solennità del Corpus Domini il 26 maggio 2016, il Patriarca Fouad Twal ha tenuto l’omelia in cui ha reso grazie per i suoi cinquant’anni di ordinazione sacerdotale. Di seguito è riportato il testo integrale dell’omelia

MESSA NELLA SOLENNITÁ DEL CORPUS DOMINI

50° di Ordinazione sacerdotale di S. B. il Patriarca Fouad Twal

Basilica del Santo Sepolcro

26 maggio 2016

Cari fratelli e sorelle,

grazie per essere venuti in tanti a celebrare la Solennità del Corpus Domini in questo Luogo santo, a qualche metro dal posto in cui il nostro Salvatore ha offerto il suo Corpo e versato il suo Sangue nell’estremo sacrificio di espiazione per i nostri peccati.

La festa del Corpus Domini è inseparabile dalla Messa in Coena Domini, anch’essa celebrata qui davanti alla Tomba vuota, e nella quale abbiamo fatto memoria dell’istituzione dell’Eucarestia. Durante la sera del Giovedì Santo riviviamo il mistero di Cristo che si offre a noi nel pane spezzato e nel vino versato, ed oggi, nella festa del Corpus Domini, è questo stesso Mistero che viene offerto alla nostra adorazione e alla nostra meditazione. Il Santo Sacramento, portato in processione attorno al Santo Sepolcro e nelle vie delle nostre città e dei nostri villaggi, ci ricorda che il Signore risorto cammina con noi e in mezzo a noi, e ci guida verso il Regno dei Cieli: Christus vincit , Christus regnat.

Nella Messa del Giovedì Santo, abbiamo ricordato come l’Eucaristia transformi i doni di questa terra —il pane e il vino — per trasformare le nostre vite. Essendo stati tutti «saziati» (Luc 9, 17) del Corpo di Cristo, formiamo un solo Corpo e inauguriamo così la trasformazione delle nostre comunità e del nostro mondo, incapace di trovare la pace o di farla. La trasformazione della sostanza del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo è frutto del dono che Cristo ha fatto di se stesso, il dono di un Amore più forte della morte, un Amore divino capace di trasfigurare la carne e di risuscitare i morti.

L’espressione « ricevere la comunione » è bella e molto eloquente. Dice che questo Sacramento ci introduce nella comunione con Dio stesso e con gli altri, secondo le parole di san Paolo: « Il calice della benedizione, che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.» (1 Co 10, 16-17) Di solito il nutrimento corporale è assimilato dal nostro organismo e contribuisce alla sua crescita, nel caso dell’Eucaristia, invece, è il Nutrimento che ci «assimila» a Sè: comunicarci fa di noi dei membri del medesimo Corpo mistico, ci rende Chiesa.

Così l’Eucaristia, mentre ci unisce a Cristo, ci apre contemporaneamente agli altri, ci rende membra gli uni degli altri. La comunione eucaristica mi unisce a chi mi sta di fianco, a chi incontro per strada, ma anche ai fratelli più lontani, del mondo intero.

Sulle orme di Cristo che ha dato se stesso da mangiare, il Signore ci chiede espressamente di dare noi stessi in nutrimento agli altri: «Date loro voi stessi da mangiare» (Luc 9,13). Di fronte alle necessità delle folle affamate, ecco la soluzione dei discepoli: rimandare tutti a casa! che ciascuno pensi a sé! Quante volte noi Cristiani abbiamo la tentazione di rimandare indietro la gente che bussa alle nostre porte …

La soluzione offerta da Gesù va in un’ altra direzione : «Date loro voi stessi da mangiare»[1]. E anche quando apparentemente non abbiamo niente da offrire, perché siamo noi stessi affamati, avendo solo «cinque pani e due pesci» da condividere, l’atteggiamento del nostro cuore e la nostra fede in Dio possono fare miracoli, Dio fa fruttificare all’infinito le nostre buone intenzioni e i nostri atti di fede: «tutti furono saziati» (Luc 9, 17).

Chi riconosce Gesù nella santa Ostia, lo riconosce nel suo fratello che soffre, in colui che ha fame e sete, che é straniero, nudo, malato, prigioniero, o ancora, condannato a vivere nei campi dei rifugiati. Ricevere la comunione durante la Messa significa entrare in comunione con coloro che sono assenti, anche con il Mondo invisibile, con tutti i Santi del Cielo riuniti nell’unico Corpo di Cristo.

La celebrazione della festa del Corpus Domini ci invita a meditare sulla nostra responsabilità nella costruzione di una società solidale, giusta e fraterna. Come i discepoli anche noi siamo tentati di rimandare le folle, di dire a chi ha bisogno di cavarsela da solo. Oggi in modo particolare, quando la globalizzazione ci rende sempre più dipendenti gli uni dagli altri, quando la Chiesa é bersaglio degli attacchi e della persecuzione dei politici e dell’estremismo religioso, il Corpus Domini deve fare di noi un solo corpo, una sola Chiesa consolidata dalla fede in Dio, e dalla solidarietà tra noi.

L’Evangelo chiede ed opera da sempre per l’unità della famiglia umana lacerata, un’unità non imposta dall’esterno, dagli interessi economici o politici, ma chiamata a nascere dalla buona volontà e dalla responsabilità degli uni verso gli altri, perché noi ci riconosciamo membri di uno stesso corpo ed abbiamo imparato, ed impariamo costantemente, che la condivisione, l’amore e la misericordia sono la via della vera giustizia.

Per rimediare alla situazione violenta e disastrosa nella quale è immerso il nostro Medio Oriente, occorre seguire la via aperta da Cristo stesso: franchezza, fedeltà e coraggio, e nello stesso tempo umiltà, misericordia e perdono reciproco. La nostra missione in Terra Santa deve passare attraverso la logica umile e paziente del chicco di grano che muore per donare la vita: morte brusca ed improvvisa, o lenta, a piccole dosi!

La nostra missione deve essere nutrita dalla logica della fede, che sposta le montagne con la forza dolce di Dio. È così che Dio vuole continuare a rinnovare l’umanità, la storia e l’universo attraverso questa catena di trasformazioni di cui l’Eucaristia è il sacramento.

La Chiesa di Gerusalemme, come dico spesso, ha due dimensioni inseparabili: è la Chiesa del Calvario e la Chiesa della Resurrezione. Le scale che salgono fino al Calvario sono ripide e difficili da salire, ne abbiamo l’esperienza, ma ogni gradino segna un passo in più verso la Speranza e la gioia della Resurrezione. Continuiamo ad andare avanti insieme, al termine di questo lungo pellegrinaggio c’è Cristo stesso che ci attende e che ci accoglie.

Con tutti voi, cari amici, vorrei rendere grazie a Dio per il dono del Sacerdozio, ricevuto 50 anni fa. Sono ormai alla fine del mio mandato, umilmente posso dire che la missione che mi è stata affidata è compiuta, e consegnando il mio futuro nelle mani di Dio, Lo ringrazio per tutti questi anni al servizio diretto del Santo Padre, e della Chiesa-Madre di Gerusalemme.

Non posso che dire grazie anche per tutte queste amicizie fedeli e preziose, tessute qui in Terra Santa come nel mondo intero. Vorrei ringraziare tutti i miei Vicari, i preti, i parroci e tutti i miei numerosi amici, religiosi e religiose in ogni parte del mondo, che mi hanno accompagnato e sostenuto durante la mia missione.

Chiedo al Nunzio di far pervenire al Santo Padre tutta la mia adesione e il mio amore filiale, e di ringraziarlo per la sua attenzione paterna nei confronti della Terra Santa e dei cristiani del Medio-Oriente.

Con l’umiltà di sapere che siamo dei semplici servitori, custodiamo la certezza che l’amore di Dio è più forte del male, e che non saremo mai soli nella nostra missione: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».» (Mt 28, 20).

Signore, resta con noi perché il giorno sta per finire. Se l’oscurità del crepuscolo sembra voler avere la meglio, la luce della Resurrezione annuncia già l’alba di un Giorno senza fine.

Amen

†Fouad Twal

Patriarca di Gerusalemme per i Latini

[1] Omelia di Papa Francesco per la Solennità del Corpus Domini, Basilica di San Giovanni in Laterano, 30 maggio 2013.

Foto: © LPJ / Thomas Charriere

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La biografia di S.B. Fouad Twal

Fouad Boutros Ibrahim Twal nasce il 23 ottobre 1940 a Madaba in Giordania. Entrato nel seminario di Beit Jala nel 1959, è ordinato sacerdote il 29 giugno 1966. Vicario parrocchiale, quindi parroco nella diocesi patriarcale, inizia nel 1972 i suoi studi di Diritto Canonico presso l’Università del Laterano a Roma.

Divenuto Dottore in Diritto Canonico, entra al servizio della Santa Sede nel 1977. Fino al 1992 presta servizio in Honduras, a Roma, al Cairo, a Berlino e a Lima. Il 30 maggio 1992 è nominato vescovo di Tunisi. Ordinato vescovo il 22 luglio dello stesso anno, è promosso arcivescovo di Tunisi nel 1994.

Nel settembre 2005 Sua Santità Benedetto XVI lo nomina arcivescovo coadiutore del Patriarca latino di Gerusalemme. Succede a S.B. Mons. Michel Sabbah il 21 giugno 2008, divenendo il secondo Patriarca latino di Gerusalemme arabo.

Curriculum vitae di S.B. Fouad Twal

23 ottobre 1940 : Nasce a Madaba, in Giordania, da  Fouad Boutros Ibrahim Twal;
Ottobre 1959: Entra nel seminario di Beit Jala;
29 giugno 1966: Viene ordinato sacerdote; Agosto 1966: Diventa vicario della parrocchia latina della Sacra Famiglia a Ramallah , in Palestina.
Gennaio 1967: Viene nominato parroco nella  parrocchia di San Giorgio a Irbid, in Giordania.
Giugno 1968:  è parroco della parrocchia Maria Madre della Chiesa a Marka, in Giordania.
Settembre 1972: inizia gli studi di diritto canonico alla Pontificia Università Lateranense  a Roma.
1974:  viene ammesso all’Accademia Pontificia Ecclesiastica e avviato alla missione  diplomatica.
1975: consegue la licenza in Diritto canonico.
1976: ottiene la laurea in Diritto canonico con una tesi sul Diritto tradizionale beduino.
1977: entra nel servizio diplomatico della Santa Sede.
1978: viene nominato Incaricato di Affari alla Nunziatura dell’Honduras.
1982: viene nominato membro del Consiglio per gli Affari Politici della Segreteria di Stato.
1985: diviene primo segretario alla Nunziatura in Egitto (Il Cairo).
1988: è consigliere della Nunziatura in Germania Bonn).
1990:  è consigliere della Nunziatura in Perù (Lima).
30 maggio 1992: viene nominato vescovo di Tunisi.
1994: è promosso arcivescovo di Tunisi.
2003: viene nominato presidente della Conferenza episcopale del nord  Africa C.E.R.N.A.).
Settembre 2005: Sua Santità papa Benedetto XVI lo nomina arcivescovo coadiutore del Patriarca latino di Gerusalemme.
14 marzo 2006: viene eletto presidente dell’Università di Betlemme.
29 gennaio 2007: viene nominato membro del Consiglio pontificio per il dialogo interreligioso.
21 giugno 2008: succede a S.B.  Michel Sabbah  come Patriarca latino di Gerusalemme.
8 marzo 2009: viene nominato membro della Congregazione per le Chiese orientali .

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“Non mi sono mai sentito solo!”. Il patriarca Twal parla alla fine del suo mandato

“L’amore di Dio mi ha sempre accompagnato, anche nei momenti più difficili, in questo tragitto di vita: sia durante il servizio diplomatico, lungo 18 anni, sia nella mia missione come Patriarca latino di Gerusalemme. Grazie alla Provvidenza divina e a tutti coloro che hanno lavorato con me in questo tempo. Non mi sono mai sentito solo”. Comincia con un rendimento di grazie, il Patriarca latino di Gerusalemme, il giordano Fouad Twal, a raccontare al Sir il suo servizio patriarcale nella Chiesa “madre di Gerusalemme” cominciato il 21 giugno del 2008. Celebrato da pochi giorni il suo 50° anniversario di ordinazione sacerdotale, Twal, secondo patriarca latino di Gerusalemme arabo, ripete quanto detto nella messa del Corpus Domini: “per rimediare alla situazione violenta e disastrosa nella quale è immerso il nostro Medio Oriente, occorre seguire la via aperta da Cristo stesso: franchezza, fedeltà e coraggio, e nello stesso tempo umiltà, misericordia e perdono reciproco”. Parole nelle quali è possibile ritrovare il senso del suo servizio pastorale

Patriarca Twal c’è un ricordo che più di altri porta con sé dopo tanti anni di servizio nella diocesi del Patriarcato che, ricordiamolo, comprende Israele, Palestina, Giordania e Cipro?
I viaggi in Terra Santa di Benedetto XVI e di Papa Francesco. Hanno conosciuto direttamente la situazione e le contraddizioni in cui viviamo qui. Ho visto la loro sofferenza davanti a tutto ciò.

Devo dire anche che i risultati di queste visite non sono stati quelli che ci attendevamo.

Papa Francesco ha fatto di tutto per promuovere la pace tra israeliani e palestinesi arrivando ad invitare, l’8 giugno di due anni fa, il presidente di Israele, Peres e il suo collega palestinese, Abu Mazen, nei giardini vaticani per invocare la fine dei conflitti in Medio Oriente. Un momento di grande speranza per il mondo. Purtroppo senza risultati. Solo tre giorni dopo il premier di Israele, Netanyahu, autorizzò la costruzione di 3000 appartamenti in territorio palestinese. Quel giorno fu piantato un ulivo che, nonostante tutto, continua a crescere, nel silenzio. E con lui la nostra speranza. Speriamo accada lo stesso nel cuore dei governanti e dei politici.

In questi anni ha lavorato anche per migliorare le relazioni diplomatiche tra Santa Sede, Palestina e Israele, contribuendo all’accordo fondamentale Santa Sede – Palestina e lavorando alla sigla di quello con Israele che purtroppo resta da firmare. Perché?
Ho avuto la gioia di apporre la mia firma all’accordo ratificato con la Palestina. Per quanto riguarda l’accordo fondamentale con Israele questo deve essere ancora ratificato dal 1993.

Un altro Stato avrebbe già rotto i rapporti diplomatici con Israele – non è serio che dopo tanti anni non si giunga ad una ratifica – ma la Santa Sede tradizionalmente non rompe mai i rapporti diplomatici.

Bisogna pregare che anche l’accordo con Israele venga presto siglato.

Nella sua missione ha sempre parlato del mai risolto conflitto israelo-palestinese, denunciando con forza l’occupazione militare israeliana, il muro di separazione e le colonie ebraiche in territorio palestinese. Ferite che sanguinano e che né la fede, né la politica riescono a sanare. Questa Terra vedrà mai la pace?

Il mio augurio è che si possa un giorno vivere da buoni vicini, due Stati in pace e non nemici. Purtroppo la politica è un’ombra che copre tutta la vita qui nella terra di Gesù. L’occupazione danneggia anche l’occupante che teme per la sua sicurezza e così facendo diventa più duro, non ha fiducia in nessuno, erige muri divenendo di fatto prigioniero di se stesso. L’esodo dei cristiani dalla Palestina, dalla Terra Santa è una piaga che nasce da questa situazione. Lo stesso vale per Gaza dove, a causa della guerra e della instabilità, la comunità cristiana si assottiglia sempre più. Ogni volta che vengono concessi dei permessi sono pochi quelli che fanno rientro. Restano da illegali in Palestina, privi di documenti e permessi, preferendo vivere così piuttosto che fare ritorno nella Striscia. La comunità internazionale, Europa in testa, deve far rispettare il diritto internazionale, senza timori o favoritismi.

Un altro dei temi a lei cari è quello del dialogo interreligioso ed ecumenico…
Non abbiamo il diritto di essere stanchi, disperati, di fermarci. Dobbiamo continuare a dialogare tra leader religiosi, ma al nostro fianco devono esserci anche i capi politici e militari.

Senza di questi non possiamo fare passi concreti in avanti. Dialogare per dialogare non basta e il rischio di perdere tempo è altissimo. Il dialogo, perché si affermi, deve nascere dal basso.

Vale a dire?
Nella scuole. Soprattutto in quelle cristiane in Terra Santa. Il loro ruolo nella formazione dei nostri piccoli allievi è basilare. Ne abbiamo ben 118 con oltre 75 mila alunni di tutte le fedi – insegniamo il dialogo, la tolleranza e la convivenza pacifica. Le scuole sono il mezzo più sicuro per dialogare. Gli allievi vivono, studiano e giocano insieme sin da bambini. Purtroppo le scuole cristiane in Israele vivono un momento difficile. Il Governo avrebbe dovuto versare 50 milioni di shekel, per fronteggiare un’emergenza finanziaria nata dopo il taglio dei fondi statali. Aspettiamo che il patto stipulato a suo tempo venga rispettato.

La missione di patriarca ha riguardato, tra le varie cose, anche la Giordania, suo Paese natale. Anche qui non mancano criticità e mi riferisco alla guerra in Siria e in Iraq che ha portato centinaia di migliaia di profughi e rifugiati. Una sfida che la Chiesa sta affrontando con grande sforzo…
Le nostre Chiese in Giordania stanno portando avanti un grande lavoro di accoglienza e assistenza dei rifugiati iracheni e siriani. Lodevole l’impegno di tanti giovani e famiglie giordane coadiuvati dalla Caritas e da tante Chiese internazionali. Un ringraziamento particolare lo vorrei rivolgere alla Santa Sede e alla Cei che sostiene tanti nostri progetti. Purtroppo la mancanza di un futuro chiaro sta mettendo a dura prova tanti migranti. Vorrebbero poter lavorare, andare a scuola, avere possibilità di vivere con dignità in attesa di fare ritorno nei loro rispettivi Paesi. Molti vanno in Australia, Canada o Usa, e non torneranno più. Il mio pensiero va anche a loro e a tutti quelli che soffrono per la guerra in Iraq e in Siria.

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Pubblicato il 4 Lug 2016

 

Fouad Twal: «Sono arrivato alla fine della mia missione come Patriarca»

 

Fouad Twal: «Sono arrivato alla fine della mia missione come Patriarca»

INTERVISTA – In seguito alle sue dimissioni, accolte da papa Francesco il 24 giugno 2016, il Patriarca mons. Fouad Twal, rag


giunto lo scorso ottobre il limite di età di 75 anni ed ormai in procinto di andare in pensione, riflette sui suoi anni di missione come pastore della Chiesa della Terra Santa, e sull’eredità che oggi lascia nelle mani del nuovo Amministratore Apostolico, padre Pierbattista Pizzaballa.

Arrivato alla fine della sua missione, come valuta il cammino percorso durante il tempo del suo mandato?

Sono arrivato alla fine della mia missione come Patriarca, ma la mia missione di sacerdote, di amico e cittadino continua… Quando guardo indietro alla mia vita passata, io vedo un lungometraggio. Tanti avvenimenti passati, accaduti e intrecciatisi: alcuni felici e incoraggianti, altri dolorosi e complicati: una grande impresa, iniziata qui a Gerusalemme e qui conclusasi, sempre a Gerusalemme. Anche la mia vita la vedo come un film: numerosi punti deboli, ma più ci penso più vedo la presenza della mano di Dio, una mano tesa per salvarci e sostenerci, e un’altra mano ad indicarci la strada giusta, per continuare il cammino già iniziato… Mi sono spesso sentito solo difronte a delle decisioni da prendere, da solo… nonostante la presenza di una folla di persone intorno a me… Si può scoprire talvolta che si hanno meno amici di quanti si pensa, o di spostare il ruolo di attore principale a quello di spettatore, come colui che segue gli eventi senza essere in grado di creare o fare la storia. Forse sarà – potrà essere – il mio ruolo, ora che vado in pensione.

Quali parole vorrebbe rivolgere, o ha già rivolto, a padre Pizzaballa nominato Amministratore Apostolico della Diocesi di Gerusalemme? Quale sarebbero secondo Lei le più grandi sfide del suo mandato?

Tra i punti di forza sui quali il nuovo Amministratore può contare, c’è il fatto di aver servito per 12 anni come Custode di Terra Santa e di essere stato il Vicario del Patriarca latino per la comunità cristiana di lingua ebraica. Lui conosce bene le sfide e i problemi della Chiesa in Terra Santa, quelli che io ho spesso chiamati propri della Chiesa del Calvario.

A queste carte vincenti, si aggiunge tuttavia il problema della lingua araba, della mentalità orientale e di tutta l’attività pastorale. Per cui capisco la sua preoccupazione, quella dei nostri sacerdoti e anche degli stessi francescani… Siamo tutti pieni di buona volontà per aiutarlo in questo compito… Sarà sicuramente più facile per lui porre rimedio alle debolezze dell’amministrazione che gestire la cura pastorale dei fedeli arabi. Ma è anche vero che i fedeli stranieri del Patriarcato latino ora sono più numerosi dei cristiani arabi locali.

La forza del nuovo Amministratore sarà di conquistare totalmente la fiducia dei sacerdoti, di cominciare la riforma con convinzione e senza esitazione, pure ricordandosi che il compito di amministratore non sempre fa rima con popolarità. Dovrà inoltre adoperarsi nel mantenere questo delicato equilibrio di rapporti con le autorità israeliane, palestinesi e giordane.

Come affrontare il futuro con speranza, nonostante la situazione in Terra Santa e della regione? Quale messaggio desidera lasciarci?

Prima di guardare al futuro, guardo questo presente e mi coglie la tristezza! L’attenzione del mondo è concentrata sulla guerra e sulle stragi in Siria e in Iraq, più che sulla Terra Santa. E ultimamente, quando la violenza ha colpito l’Europa, l’Occidente ha cominciato a pensare ai cristiani in Medio Oriente, ai nostri profughi, ad aprire le porte delle ambasciate per dare i visti. Ma di tutti coloro che sono stati uccisi, massacrati, e che hanno avuto il visto per il ritorno al Padre Eterno, nessuno ne parla! Al nuovo Amministratore, io desidero dire di dover continuare ad avere il coraggio di parlare, di dire il vero, niente di più o niente di meno… Ci sono molti che preferiscono il nostro silenzio, perché il nostro discorso disturba… Dobbiamo parlare con cautela e rispetto ma parlare, svegliare le coscienze e alimentare i rapporti che abbiamo costruito a livello internazionale lungo questo percorso. Senza dimenticare, naturalmente le nostre relazioni più importanti: il nostro rapporto con il Signore, i nostri fratelli e le nostre comunità religiose che sono il nostro bene più grande…

Potrete cominciare a riposare adesso, e quali sono i suoi piani per questa nuova fase?

Fino all’arrivo del nuovo Amministratore, sono stato impegnato nel risolvere problemi spinosi e oggi ho sicuramente bisogno di riposo, ma anche di acquisire un diverso ritmo di lavoro e di relazioni. Mi metto a disposizione dei nostri vescovi e dei nostri sacerdoti per aiutarli il più possibile nel loro lavoro pastorale… Desidero stare ancora con le famiglie e con i fedeli. Certamente viaggerò meno all’estero dove avevo l’abitudine di partecipare a numerose conferenze… In altre parole, ora proverò ad avere uno stile di vita più coerente con la mia età… Sto anche preparando un libro che ripercorre quasi tutta la mia vita (se questo sarà possibile!) e voglio lasciarlo come messaggio finale. Sarò felice e libero di ricevere gli amici.

Intervista a cura di Myriam Ambroselli

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Oggi, 4 luglio 2016 Vatican insider pubblica una intervista al patriarca uscente S. B. Twal Fouad. MI riprometto di tornare su questi interventi del 'mio' patriarca anche perchè egli fa parte della mia vicenda sacerdotale. L'intervista:

Twal a Pizzaballa: “Continua ad avere il coraggio di parlare”

A dieci giorni dalla nomina dell’amministratore apostolico che ne raccoglierà l’eredità, il patriarca latino uscente di Gerusalemme interviene con un’intervista. Nella quale - in maniera indiretta - conferma le «debolezze amministrative» del patriarcato che hanno portato alla scelta del Papa
AP/LAPRESSE

Fouad Twal

 
04/07/2016
giorgio bernardelli

«Al nuovo amministratore desidero dire di continuare ad avere il coraggio di parlare, di dire il vero, niente di più o niente di meno… Ci sono molti che preferiscono il nostro silenzio, perché il nostro discorso disturba… Dobbiamo parlare, con cautela e rispetto ma parlare…». 

Se si eccettua un brevissimo riferimento durante l’omelia al rito dell’ordinazione sacerdotale di un gruppo di frati francescani - avvenuta il 29 giugno - il patriarca latino uscente di Gerusalemme Fouad Twal non aveva ancora detto nulla sulla nomina di padre Pierbattista Pizzaballa ad amministratore apostolico della sede che lascia per raggiunti limiti di età. Solo oggi - a ormai dieci giorni dalla decisione del Papa - il presule giordano interviene con un’intervista rilasciata al sito internet del patriarcato. E lo fa con parole da cui si intuisce abbastanza chiaramente il passaggio delicato che la Chiesa della Terra Santa si trova a vivere. 

Non è stata indolore per la comunità cristiana araba la decisione presa da papa Francesco di scegliere fuori dal proprio clero un amministratore apostolico per il patriarcato. E Fouad Twal non lo nasconde, anche se aggiunge che «siamo tutti pieni di buona volontà per aiutarlo in questo compito…». 

«Tra i punti di forza sui quali il nuovo amministratore può contare - dice il patriarca uscente su padre Pizzaballa - c’è il fatto di aver servito per dodici anni come Custode di Terra Santa e di essere stato il vicario del Patriarca latino per la comunità cristiana di lingua ebraica. Lui conosce bene le sfide e i problemi della Chiesa in Terra Santa, quella che io ho spesso chiamato la Chiesa del Calvario. A queste carte vincenti, si aggiunge tuttavia il problema della lingua araba, della mentalità orientale e di tutta l’attività pastorale. Per cui capisco la sua preoccupazione, quella dei nostri sacerdoti e anche degli stessi francescani…». 

Fouad Twal fa un riferimento preciso anche alle difficoltà amministrative del patriarcato, che sono state una delle ragioni principali che hanno spinto papa Francesco a scegliere padre Pizzaballa (si parla in particolare di alcuni progetti in Giordania, rivelatisi molto più onerosi del previsto): «Sarà sicuramente più facile per lui porre rimedio alle debolezze dell’amministrazione - continua Fouad Twal - che gestire la cura pastorale dei fedeli arabi. Ma è anche vero che i fedeli stranieri del Patriarcato latino ora sono più numerosi dei cristiani arabi locali». Aggiunge che la sua forza starà nel «conquistare totalmente la fiducia dei sacerdoti» e «cominciare la riforma con convinzione e senza esitazione», ma ricorda anche che «il compito di amministratore non sempre fa rima con popolarità». 

L’intervista di Fouad Twal è ovviamente anche un bilancio del suo mandato, tracciato non senza amarezza. «L’attenzione del mondo è concentrata sulla guerra e sulle stragi in Siria e in Iraq, più che sulla Terra Santa - racconta il patriarca uscente -. E ultimamente, quando la violenza ha colpito l’Europa, l’Occidente ha cominciato a pensare ai cristiani in Medio Oriente, ai nostri profughi, ad aprire le porte delle ambasciate per dare i visti. Ma di tutti quelli che sono stati uccisi, massacrati, e che hanno avuto il visto per il ritorno al Padre Eterno, nessuno ne parla». Racconta di essersi «spesso sentito solo di fronte a delle decisioni da prendere, solo… nonostante la presenza di una folla di persone intorno a me… Si può scoprire talvolta di avere meno amici di quanti si pensa, o di cambiare il ruolo da attore principale a quello di spettatore, come colui che segue gli eventi senza essere in grado di creare o fare la storia». 

 

Di qui l’invito al suo successore ad «adoperarsi nel mantenere il delicato equilibrio di rapporti con le autorità israeliane, palestinesi e giordane», senza perdere però il coraggio di denunciare le sofferenze della comunità arabo cristiana, perché «ci sono molti che preferiscono il nostro silenzio, perché il nostro discorso disturba…». «Con cautela e rispetto, ma parlare - insiste il patriarca latino uscente - svegliare le coscienze e alimentare i rapporti che abbiamo costruito a livello internazionale lungo questo percorso».  

Sul suo futuro personale, infine, Fouad Twal dice di essere «a disposizione dei nostri vescovi e dei nostri sacerdoti per aiutarli il più possibile» e di voler stare ancora accanto «alle famiglie e ai fedeli. Sto anche preparando un libro che ripercorre quasi tutta la mia vita - annuncia - e voglio lasciarlo come messaggio finale»

 

 

 

Fouad Twal